Il nuovo allestimento del Museo Etnologico Vaticano: una collezione inarrivabile presentata male

Il nuovo allestimento del Museo Etnologico Vaticano: una collezione inarrivabile presentata male

Martedì 24 maggio, nei Musei Vaticani, è stato inaugurato il nuovo allestimento del Museo Etnologico, insieme alla presentazione del catalogo plurilingue Le Americhe, curato dall’australiana Katherine Aigner e da padre Nicola Mapelli, responsabile del Museo. La cerimonia si è svolta nel Salone di Raffaello della Pinacoteca Vaticana, alla presenza di S. Em.za il Card. Giuseppe Bertello (Presidente del Governatorato della Città del Vaticano), di S.E. Mons. Baltazar Enrique Porras Cardozo (Arcivescovo di Mérida) e, ovviamente, di Antonio Paolucci, Direttore dei Vaticani.

Incantati dagli arazzi e dalle tele del maestro urbinate, abbiamo però assistito a una presentazione non all’altezza della gloria e fama del primo museo al mondo, con buona pace degli osannanti estimatori del Louvre. Non ci riferiamo certo alle autorità ecclesiastiche che hanno relazionato, né tantomeno al suddetto Paolucci, che ha acutamente definito il Museo Etnologico Vaticano quale una: “Straordinaria invenzione del ‘900 cattolico”. A fornire una introduzione assolutamente insufficiente al nuovo allestimento etnologico ci hanno pensato Mapelli – “Scuola PIME” (Pontificio Istituto Missioni Estere) – e l’Aigner. Tanto per intenderci, il primo non ha nemmeno citato i 30 lavori dello scultore tedesco Ferdinand Pettrich (1798 – 1872), allievo di Bertel Thorvaldsen, che sono un po’ il simbolo della collezione afferente alle culture extraeuropee. E dire che l’immagine di una sua statua fa bella mostra di sé sulla copertina del nuovo catalogo! Pettrich ritrasse gli indiani Lakota (meglio conosciuti come Sioux), in sculture in gesso a grandezza naturale; opere, queste, che colpiscono il visitatore e che si trovano solo nel “museo dei musei”, ovvero i Vaticani. Per non parlare di Bergoglio… il “Santo” Padre, malgrado sia sudamericano, non si è neanche degnato di inviare un saluto a quella platea accorsa per la inaugurazione di un nuovo allestimento ove la “sua” Argentina è una delle protagoniste. Che dire? “Mala tempora currunt sed peiora parantur”.

Ricordiamo, comunque, che solamente la raccolta americana consta di circa 10.000 pezzi. Tra gli oggetti c’è persino il portamessale di Cristoforo Colombo, fatto dal Popolo Taino (Cuba), che egli utilizzò durante il suo secondo viaggio nel Nuovo Continente. Una opera unica al mondo è la statuetta in pietra (1325 – 1521) della divinità azteca (Messico) Quetzalcoatl. Ci sono poi vari esemplari delle coloratissime ceramiche Nazca (400 a. C. – 450 d. C.). Si continua col copricapo di oltre tre metri di lunghezza, proveniente dalla Papua Nuova Guinea e un tessuto cinese ricamato del XVIII secolo di ben cinque metri, anche questo mai visto in nessun altro museo occidentale.

Fermiamoci un attimo nella narrazione di questa inarrivabile collezione, per ricordare che nel nuovo allestimento si espone praticamente “nulla”, se si pensa che la raccolta etnologica vaticana supera i 130.000 oggetti, e non includendo le riviste e le fotografie, come avviene per i numeri di inventario dei musei di Quai Branly o Dahlem. Consideriamo, ad esempio, la coppia di enormi leoni cinesi/Cani di Fo in cloisonné. Le due statue furono realizzate appositamente da Huo Mingzhi per l’Esposizione Universale Missionaria voluta da Papa Pio XI nel 1925, che sancì la nascita della raccolta vaticana, inizialmente ospitata in Laterano, per essere successivamente trasferita nella sede attuale nel 1973, sotto il pontificato di Paolo VI.

Altre opere in mostra che meritano un cenno – anche se francamente sono davvero pochi gli oggetti qui presenti che non farebbero l’invidia di qualsiasi istituzione analoga – sono un rotolo del 1927 (seta, carta e pigmenti) del giapponese Matsuoka Eikyū (1881 – 1938), facente parte della scuola pittorica chiamata: “Nuova Yamato-e”, a dimostrazione di come la raccolta dell’Etnologico non abbia eguali, il solo e sempre nostro Museo Pigorini ci si avvicina notevolmente, giacché in essa si va dalla preistoria, sino alla contemporaneità: è il caso di una thangka moderna, dono dell’odierno Dalai Lama a Paolo VI. Una menzione particolare va fatta per la coppia di paraventi, Estate e Inverno, dell’artista Takeuchi Seihō (1864 – 1942), considerati Tesoro Nazionale del Giappone, che parteciparono all’Esposizione Giapponese a Roma del 1930. All’estero ciarlano sull’avere le migliori collezioni orientali… fatto sta, che i nipponici hanno identificato per l’appunto quali “tesori nazionali” non solo i paraventi di cui sopra, ma persino quasi l’intero contenuto del Museo Chiossone di Genova. Per capire l’immensa ricchezza della sezione etnologica dei Vaticani basta dire che a breve dovrebbe aprire pure la parte dedicata alla Oceania, nella quale verrà esibito soltanto l’1% della collezione!

Questa nuova esposizione di alcuni degli esotici mirabilia conservati all’interno del maggiore scrigno d’arte del pianeta, il quale dovrebbe farci sentire in grado di guardare dall’alto in basso praticamente chiunque, è stata sostanzialmente ridicolizzata dalle presentazioni di Mapelli e della sua assistente: il primo sin troppo preso nel mostrare le foto che lo ritraevano nei suoi viaggi in giro per le Americhe, invece di spiegare nel dettaglio ciò che è custodito nel Museo; la seconda che non è pressoché riuscita a spiccicare una parola d’italiano, tanto che viene da chiedersi come riesca a lavorare ai Vaticani, se non è capace di comunicare con i restauratori, gli addetti alle sale, ecc. Ah, in inglese? Cioè, nei Musei dei Papi ora l’inglese viene prima dell’italiano? Se questa non è la testa di ponte per una invasione culturale, poco ci manca.