Le amministrative della conservazione

Le amministrative della conservazione

Si profilano ormai i risultati pressoché definitivi delle elezioni amministrative del 5 giugno. Ha votato il 62,14% degli aventi diritto, numero in calo rispetto al 67,42% delle elezioni omologhe di 5 anni fa. C’è stato un crollo notevole nell’affluenza in grandi città come Milano, Torino e Bologna. Anche a Roma affluenza molto bassa, ma comunque superiore di quattro punti al 52% che portò Marino al Campidoglio.

A Roma vince nettamente il Movimento 5 Stelle con Virginia Raggi, dopo un martellamento mediatico senza fine in favore di questo esito. Al ballottaggio se la vedrà con il democratico-radicale Roberto Giachetti, che sulle macerie di Mafia Capitale è riuscito comunque a portare il PD al secondo turno grazie alla divisione del centro-destra romano, spezzato tra Meloni e Marchini. Pessimo il risultato del costruttore romano, appena sopra il 10%, sufficiente però per sotterrare le speranze della Meloni, che si può però consolare con l’ottimo risultato di Fratelli d’Italia, che supera il 12%. Al ballottaggio, stante anche l’appoggio del centro-destra alla candidata grillina, non sembrano esserci margini di rimonta e il Campidoglio sarà il primo vero banco di prova di governo per il Movimento fondato da Beppe Grillo.

A Milano regna l’incertezza, con Sala e Parisi divisi da meno di un punto percentuale. Tutto rimandato al ballottaggio, dove però in teoria Sala dovrebbe avere un serbatoio un po’ maggiore grazie al risultato di Rizzo. Buono ma non esaltante il risultato del M5S, che a Milano dimostra di avere un seguito nettamente minore rispetto ad altre parti d’Italia.

A Torino il sindaco uscente Fassino se l’è vista davvero brutta in certi momenti dello spoglio, ma alla fine sembra aver prevalso con un relativo margine sulla candidata grillina Chiara Appendino. Situazione comunque migliore di Bologna, dove Virginio Merola vince con una percentuale ben al di sotto delle aspettative e con il rischio concreto di un ribaltone al ballottaggio che lo vedrà opposto alla candidata della Lega Nord, Lucia Borgonzoni, forte di un 22% e della possibilità ancora di inglobare quasi un altro 30% di M5S e della lista civica dell’ex-leghista Manes Bernardini.

A Napoli netta affermazione dell’ex-PM Luigi De Magistris, che mette a tacere con questo risultato tutti i discorsi fatti sulla sua gestione a margine e a seguito della sua sospensione dal ruolo di sindaco, poi revocata. Dovrà comunque affrontare il ballottaggio contro Gianni Lettieri, ma non dovrebbe avere particolari problemi a riconfermarsi. Fuori dal ballottaggio la candidata renziana del PD, Valente.

Infine, per concludere sulle grandi città, a Trieste  netto vantaggio della coalizione di centro-destra di Roberto Dipiazza e buon risultato anche di Un’Altra Trieste Popolare, al 2,67%; a Cagliari, invece, dovrebbe esserci l’unico sindaco di una città importante eletto al primo turno, Massimo Zedda del Partito Democratico.

Complessivamente, prevale la totale incertezza e la frammentazione in tre blocchi principali (che spesso e volentieri diventano 4, dove il centro-destra si divide). A ben guardare, si nota un netto calo nel sostegno al Partito Democratico e un corrispondente incremento nei voti al Movimento 5 Stelle, non solamente a Roma.

La situazione resta comunque tutta improntata a una mediocre conservazione dello status quo. In queste elezioni, più che nelle precedenti, dove sembrava di intravedere qualcosa di diverso, non c’è stato nessun exploit populista né un crollo del renzismo, che forse qualcuno aveva predetto con troppa velocità. Si possono certamente instaurare paralleli tra la situazione a livello europeo e l’incremento dei votanti al M5S, ma resta comunque che, rispetto al resto d’Europa, gli italiani sembrano aver scelto un partito completamente post-ideologico, privo di un’identità ben definita e di chiari contorni, con qualche presa di posizione apprezzabile ma sostanzialmente immerso in un una politica fatta di piccoli problemi e piccole questioni, denso di retorica sulla corruzione e sull’onestà e con un’idea para-giacobina della giustizia.

Quello che fa più specie del M5S sono le posizioni assolutamente vaghe in materia di immigrazione, l’aggiramento del problema dell’Euro e della permanenza o meno nell’Unione Europea mediante l’idea di demandare il tutto a un irrealizzabile referendum, nonché la totale assenza di una posizione critica e minimamente anti-conformista nel recente dibattito sulle unioni civili.

Intanto, il centro-destra arranca, privo ormai di un’identità unitaria, e il vento di Matteo Salvini sembra aver raggiunto un apice e una fase di sostanziale stallo, con una Lega che non supera quasi ovunque il 12/14% e rimane dipendente da quello che resta di Forza Italia per poter anche solo pensare di competere con il Partito Democratico. Il quale, in questa situazione sembra comunque mantenere la maggioranza relativa nel paese, nonostante l’enorme numero di scandali giudiziari, di polemiche mediatiche e la totale impotenza dimostrata dal governo Renzi nella gestione dell’emergenza immigrazione e in sede europea, con l’Italia ridotta al rango di uno staterello di secondo piano al tavolo delle grandi decisioni rispetto a Francia, Germani e Inghilterra.

Il PD e il Governo reggono il colpo in attesa dei ballottaggi, assumendo definitivamente, però, il ruolo di forza conservatrice e di partito dell’establishment, arroccato sulla difesa dello status quo e sul mantenimento in piedi a stento di un’economia traballante. In questo, è aiutato dalla situazione generale del paese, sospeso tra la nostalgia di un benessere che non c’è più e la paura di perdere il poco che ne resta che supera la voglia di novità, di cambiamento e di rivoluzioni politiche (per non parlare di quelle di altro genere).

La sensazione, comunque, è che questo stallo non possa durare in eterno e che gli eventi potrebbero precipitare già con la Brexit di fine giugno e il referendum di ottobre. La sommatoria di un’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e di una vittoria dei No al referendum – tutt’altro che impossibile, considerato che il PD gode di una maggioranza relativa degli elettori, ma anche di una forte ostilità in numeri assoluti se tutti i suoi avversari si coalizzassero sul No – potrebbe essere davvero la sequela di eventi che imprimerà una netta svolta a tutto il paese. Ma Berlusconi, che seppur di voti non ne ha più molti, l’intuito per i giochi di potere non lo ha perso, ha già previsto questo esito e proposto a Renzi la soluzione: dopo ottobre, se vince il No, niente elezioni e nuovo governo di unità nazionale. Per conservare, ancora un po’.