I Communitarians contro John Rawls

I Communitarians contro John Rawls

“Non condivido ciò che dici, ma sarei disposto a dare la vita affinché tu possa dirlo”. Poche frasi hanno avuto un successo e una diffusione analoga a questa, probabilmente falsamente attribuita a Voltaire e sottostante al moderno concetto di “tolleranza”, cardine e tratto distintivo di tutte le società democratico-liberali.

Al netto delle inevitabili contestazioni per come questa frase venga puntualmente disattesa dai suoi stessi sostenitori, qualora si vadano a toccare certi temi, per i quali la tolleranza sembra non valere più (basti pensare al recente DDL 54 sul negazionismo, approvato al Senato), essa non è altro che la volgarizzazione e la semplificazione di una più compiuta e precisa enunciazione presente in A Theory of Justice, opera dell’americano John Rawls del 1971, che impresse un’enorme svolta al pensiero filosofico contemporaneo: “Ogni persona ha un uguale diritto alla più estesa libertà fondamentale, compatibilmente con una simile libertà per gli altri.”

Tale frase fonda l’intera impalcatura del liberalismo rawlsiano, dal forte accento egualitario, e motiva l’avvio della più importante querelle filosofica dell’età contemporanea in campo politico-sociale, quella che ha visto opporsi, in ambiente anglosassone, Libertarians e Communitarians, cioè i rispettivi sostenitori delle correnti del liberalismo e del comunitarismo. Infatti, se A Theory of Justice fornì indubitabilmente una nuova e più moderna sistematizzazione degli elementi cardine del pensiero liberale (tuttora molto eterogeneo e diversificato), la versione rawlsiana del liberalismo suscitò anche un vasto numero di critiche e portò al tentativo di elaborare teorie alternative che facessero fronte alla tendenza massificante e livellatrice delle differenze tra individui e popoli che le teorie di Rawls portavano con sé.

In particolare, una serie di autori molto diversi tra loro e provenienti da scuole di pensiero totalmente eterogenee – dal marxismo passando per il tomismo, l’aristotelismo e la dottrina sociale della Chiesa cattolica – andarono a costituire il nucleo dell’orientamento comunitarista, sorto proprio in opposizione all’opera di Rawls. Il movimento si sviluppò perlopiù in ambito anglosassone ed ebbe tra i suoi massimi esponenti Michael Sandel, Charles Taylor e Alasdair MacIntyre. In Italia, fautore di un modello di comunitarismo del tutto particolare e che meriterebbe un discorso a parte è stato Costanzo Preve, professore e filosofo di scuola marxiana.

La ragione profonda della reazione comunitarista contro il liberalismo rawlsiano ha delle radici molto concrete, che si possono riconoscere nel dibattito pubblico di ogni giorno. John Rawls e la sua opera, infatti, per quanto molto meno noti di Voltaire e delle sue citazioni buone per tutte le occasioni in cui i cosiddetti semi-colti hanno l’esigenza di dare una parvenza di cultura, costituiscono il retro-pensiero di tutto il fronte liberal-democratico e progressista che oggigiorno, anche in Italia, è impegnato nella lunga e difficile opera di fare tabula rasa di qualunque valore inter-soggettivo che faccia da collante all’attuale società occidentale.

Rawls, infatti, volendo costruire una teoria liberale della giustizia che tenesse su le pericolanti fondamenta delle società democratiche contemporanee, ha finito per scadere non solo nell’individualismo egoistico tipico di queste concezioni, ma anche in un pessimo e obiettivamente poco realistico astrattismo neutrale e impersonale. Rawls porta alle estreme conseguenze quella che era già una tendenza insita nel liberalismo fin dalle origini, ovvero l’approdo a una neutralità totale sui valori e all’impossibilità di definire con chiarezza che cosa sia un “bene”. È il cosiddetto “primato del giusto sul bene”, per il quale, poiché esistono diverse concezioni di cosa sia il “bene” o la “vita buona” e poiché queste concezioni sono spesso in disaccordo tra loro, allora non sussiste alcun motivo per preferirne o l’una o l’altra. Dunque, sarebbe compito della società solamente garantire che ciascuna ricerca individuale di cosa sia la vita buona possa svilupparsi al meglio, senza danneggiare gli altri. Questa è solamente una esplicazione più profonda della pseudo-citazione voltairiana di cui si parlava sopra, la mia libertà che finisce dove inizia la tua.

Purtroppo, le cose non sono tutte semplici come le fanno tutti i tutori della più assoluta libertà individuale nella loro volgare semplificazione delle tesi di Rawls. Come identificato dai comunitaristi, infatti, la neutralità liberale non è realizzabile, ed è molto discutibile il fatto che sia desiderabile, anche qualora lo fosse. Di fatto, sulla quasi totalità delle grandi questioni che affliggono la società contemporanea, è impossibile individuare delle norme o delle regole capaci di risolvere problemi mantenendo una assoluta neutralità rispetto ad alternative visioni del bene o di principio. Di più: Rawls pretende che si possa definire astrattamente che cosa sia un individuo in generale, senza tener conto del preciso contesto in cui è nato e vissuto, delle caratteristiche della società e della famiglia che lo hanno educato e cresciuto. I valori morali, sociali e religiosi che stanno alla base di una comunità non sono, nell’ottica comunitarista, un orpello, un vezzo o un carattere accidentale di cui l’individuo può liberarsi quando gli pare per diventare altro. Essi sostanziano nel profondo l’identità stessa dell’individuo e senza i valori inter-soggettivi che lo accomunano alla società di cui fa parte, egli è perduto, vuoto, isolato, atomizzato e totalmente alienato dalla sua stessa essenza di uomo.

Il liberalismo di Rawls si risolve, dunque, nella lettura comunitarista (al netto, va ricordato, delle profonde divergenze che poi sussistono tra i diversi autori comunitaristi sulle modalità con cui tale teoria vada poi effettivamente combattuta, costruendo un’alternativa concreta), come un impossibile tentativo di rendere saldo un modello di società che non può esserlo, in quanto in essa il ruolo della comunità è stato relegato a quello di grigio e freddo burocrate statale, impegnato a mantenere l’ordine e a reperire tasse per finanziare il mantenimento di quello stesso ordine. Il comunitarismo, al contrario, cerca di tracciare una via del tutto opposta: valori, tradizioni, etica e religione sono da riportare al centro del vivere civile, assieme al concetto stesso di “comunità“, che va perdendosi man mano, soprattutto nei grandi centri urbani, internazionali e multiculturali quanto informi e privi di una vera identità al di là delle loro opulente apparenze.

Una via difficile e contro la tendenza storica, l’esatto contrario della malcapitata fine di certe asserzioni voltairiane, passate dall’essere mordaci e caustiche critiche di incoerenze a para-reazionarie giustificazioni di un triste esistente.