L’illusione bolivariana

L’illusione bolivariana

Non di rado si sento vasti apprezzamenti negli ambienti della Destra radicale, italiana e non solo, per il Venezuela di Hugo Chavez e del suo successore, Nicolas Maduro, maggiori esponenti del fenomeno politico del “bolivarismo” adottato dal governo di  Caracas e, in altre misure, anche da altri contesti sudamericani.

I motivi non sembrano difficili da comprendere: l’empatia con un discorso politico che si proclama antiamericano, che sostiene la necessità di liberazione dallo sfruttamento capitalistico, particolarmente feroce in diversi luoghi del Sud America, lo spirito di riaffermazione delle classi popolari sfruttate e bistrattate, il prevalere del potere politico e del ruolo dello Stato sul mondo dell’economia, sono tutti fattori che possono facilmente generare una certa simpatia.

La fine, poi, del mondo socialista, caduto per disgregazione interna,  avvenuta con il termine della Guerra Fredda e il trionfo incontrastato del capitalismo americano, ha fatto sì che solo quest’ultimo sia identificato come il “nemico”. Sembra, quindi, naturale volersi legare a qualunque forza si proclami avversaria di quest’ultimo modello.

Tuttavia, la cosiddetta Destra radicale si dovrebbe anche ricordare che la propria formula è sempre stata, e ancora deve essere, quella della ricerca di una terza posizione politica rispetto alla dicotomia liberalismo – socialcomunismo e di una terza posizione economica tra il sistema capitalistico e quello marxiano o neomarxiano.

Il desiderio, quindi, di fare una politica antiatlantista, indipendente dagli interessi di Washington, così il desiderio di affermare una sana indipendenza e anche una sana avversione all’americanismo culturale, politico ed economico, non dovrebbe però scadere in una serie di riflessi pavloviani per i quali si possa osannare qualunque personaggio si voglia proclamare nemico degli USA.

Purtroppo, sembra invece che questo sia quanto accaduto nella considerazione del chavismo e del caso venezuelano.

L’attuale stato di collasso del Venezuela dovrebbe far da caso di scuola e dotare la Destra radicale di un ben maggior senso critico circa gli eventi della scena politica internazionale.

Al Venezuela del duo Chavez – Maduro, infatti, non sono tanto da rimproverare le nazionalizzazioni o un controllo accentrato da parte dello Stato dei settori strategici dell’economia o dei mezzi d’informazione  – fatti di per sé scandalosi, per chi abbia le preoccupazioni della scuola liberale  – quanto la totale dissennatezza nella gestione dello Stato che il bolivarismo ha generato.

Come tutti sanno, il Venezuela è una nazione estremamente ricca di risorse naturali, in particolare di petrolio, tanto da aver superato l’Arabia Saudita in fatto di riserve di greggio a livello mondiale. Da ormai un decennio, il governo di Caracas ha nazionalizzato il settore dell’energia.

Tuttavia, bisognerebbe riflettere sul fatto che, una volta nazionalizzata la PDVA, la compagnia del petrolio venezuelana, i governi di Chavez e Maduro si sono accontentati di farne un bancomat per la propria politica demagogica e fallimentare.

Il petrolio rappresenta quasi il 100% delle esportazioni del Venezuela e delle entrate pubbliche dello Stato, eppure, una volta nazionalizzata la PDVA, né Chavez né Maduro si sono preoccupati di sviluppare il settore con nuovi investimenti per renderlo più produttivo, né tantomeno hanno ritenuto saggio tentare di diversificare i settori produttivi del Venezuela.

Qui nessuna equiparazione può valere con la Russia di Putin.

In Russia, infatti, anche Putin ha ricondotto il potere economico sotto il controllo dello Stato, in particolare rendendo di nuovo pubblico il settore strategico dell’energia. Punti, al contempo, ha però reso Gazprom, il gigante del gas, e Rosneft, il  gigante del petrolio, aziende efficienti e strumenti efficaci per la promozione dell’interesse nazionale russo.

Viceversa, la gestione della PDVA è stata, e continua ad essere, disastrosa.

In primo luogo, bisogna ricordare che il petrolio estratto in Venezuela è di tipo “extra pesante”, cioè è un tipo di petrolio di difficile estrazione, così come di difficile lavorazione,  tanto che, una volta estratto, per permetterne il trasporto e la lavorazione va mischiato con petrolio di tipo più “leggero” o con nafta lavorata.

Di per sé, il progresso tecnico di questi ultimi anni permetterebbe di ridurre i costi di estrazione e la dipendenza dalle importazioni di nafta o di petrolio leggero. Inutile però ricordare che la miope politica chavista si sia disinteressata di sospingere la PDVA a fare investimenti di questo tipo, ostacolando e giudicando invece come inutile o sospetta qualunque politica volta all’investimento e all’aumento della produttività.

La pochezza dell’indirizzo ideologico del movimento bolivarista –  e ricordiamo, ogni tanto, che Simón Bolívar, il George Washington dei Caraibi, era un massone, ostile alla Spagna e alla sua cultura europea  – si è tradotta poi in pochezza di capacità di indirizzo generale nella politica economica.

L’emancipazione delle classi popolari dal bisogno si è tradotto in un gigantesco sistema di assistenzialismo di Stato, utile in primis a soffocare qualunque possibilità di sviluppo; anche nei tempi di vacche grasse del petrolio, del barile sopra i 100 dollari, lo Stato venezuelano non si è preoccupato di creare lavoro e sviluppo nei propri confini, non ha finanziato crescita e lavoro per i propri cittadini, né ha reinvestito i proventi in beni ed investimenti durevoli; si è solo limitato a sovvenzionare la povertà dei venezuelani coi facili utili di cui disponeva.

Inutile gridare al complotto internazionale o alla malevolenza della CIA, se poi, dimezzatesi le quotazioni internazionali dell’oro nero, il sistema sia velocemente saltato e il Venezuela sia andato in bancarotta.

Sulla stessa scia si iscrive l’insensata politica di grandeur vagheggiata dalla Repubblica Bolivariana del Venezuela, che, ancora oggi in piena crisi, pensa di potersi permettere, mentre all’interno dei propri confini il popolo langue in ristrettezze di ogni tipo, di vendere a condizioni di saldo, se non regalare, forniture di petrolio ai governi amici dell’America Latina (Cuba in primis). Idem valga per le generose sovvenzioni  fatte dal Venezuela alle FARC colombiane, la cui bontà è tutta da discutere, essendo ormai noto che il movente ideale della lotta delle FARC sia oggi scomparso, a favore di una guerriglia autoreferenziale, volta a difendere le proprie posizioni di potere all’interno del mondo del narcotraffico, da molto tempo divenuto cifra ultima di questo “movimento di resistenza”.

Il tutto per tacere del fatto grottesco che gran parte del petrolio venezuelano, data la gestione clientelare della PDVA e l’assenza totale di una logica di investimento, sia raffinato non in casa da compagnie nazionali, vista la mancanza di mezzi adeguati per questo scopo e l’inoperatività chavista al riguardo, ma da compagnie… americane.

Il tutto per tacere del fatto altrettanto grottesco che l’inefficienza nell’industria energetica ha ormai raggiunto livelli tali che, tra il 2013 e il 2014, il Venezuela, per i motivi sopra indicati, è arrivato ad avere una bilancia dei pagamenti energetici negativa, ha cioè speso per l’energia importata più di quanto ha guadagnato dal petrolio venduto. Risultato certamente non invidiabile per il primo detentore di riserve petrolifere al mondo!

Che dire, poi, del fatto che nell’era Chavez il Venezuela sia divenuto una delle nazione più insicure del mondo, in cima solo per il livello di corruzione e di criminalità endemica?

La generale tolleranza versa il mondo del crimine, considerato espressione del disagio popolare – tolleranza dettata dalla forma mentis plebea della classe dirigente venezuelana – ha fatto avanzare di ben poco la condizione di vita dei venezuelani onesti.

Laddove manca la repressione dello Stato, ovviamente, sono i cittadini che devono cavarsela da sé.

Come? Tramite la corruzione, che può pagare i riscatti dei sequestri di persona, eventi tristemente all’ordine del giorno, e quella sicurezza personale che dovrebbe essere una delle prime preoccupazioni per l’autorità costituta.

Tirando le somme: un esperimento tanto fallimentare, lungi dall’essere un nemico credibile dell’americanismo, non può che essere implicitamente un fido alleato di Washington; dopo disastri tanto ampi, a molti sembrerà naturale considerare il modello americano di libero mercato l’unica alternativa possibile e auspicabile.

In questi termini, si può comprendere la vittoria argentina della destra liberale di Macri, che si spiega solo grazie agli sconquassi del lungo regno dei Kirchner. Anche la loro esperienza politica, nutritasi di roboante retorica socialperonista, è finita per tradursi in uno stato di corruzione generalizzata, clientelismo, arretramento dell’efficacia dello Stato, assistenzialismo improduttivo e impoverente e risorgenza di un assurdo spirito di revanscismo antieuropeo e anticoloniale.

La domanda, quindi, è abbastanza semplice: veramente possiamo considerare un esperimento di questo tipo un esempio?