Il Barone rosso: un eroe europeo

Il Barone rosso: un eroe europeo

La sua armatura era così rossa che infiammava gli occhi, a guardarla. Rosso e veloce il destriero, con la testa ornata di rosso; di sciamito rosso la gualdrappa; anche più rosso del fuoco era lo scudo, rossa la sopravveste fatta lunga, di giusta misura per lui, rossa l’asta e la punta della lancia e, per suo comando, anche la spada gli era stata fatta rossa; solo la lama era di acciaio lucente. Nella mano del re del Kukumerland stava, tutto rosso anche quello, un nappo riccamente cesellato ch’egli aveva preso di sulla Tavola rotonda. Bianca era la sua pelle, rosse le chiome.

Wolfram von Eschenbach – Parsival

C’era una volta l’Europa, una terra popolata da uomini per i quali il coraggio e l’onore contavan più della vita, e la fedeltà alla patria valeva più dell’amore e della casa lontana, più dell’oro e di ogni altra cosa sulla faccia di questo mondo.

Erano tempi di fuoco, di sangue e di gloria.

Cominciava la Grande guerra: uomini d’ogni estrazione sociale, fratelli europei, si fronteggiavano in titanici scontri e si massacravano a milioni nel fango delle trincee, sui monti, in mare e nei cieli.

I cannoni sputavano fuoco come draghi feroci e spietati, i proiettili traccianti fischiavano rapidi, accendendo la notte con rosse e magiche striature; i carri d’acciaio sferragliavano minacciosi e i primi rudimentali aereoplani volteggiavano fra le candide nubi, simili ad aquile bramose di caccia.

Epici duelli si disputarono in quei tempi nei cieli d’Europa.

Fra i cavalieri dell’aria più intrepidi e valorosi si distinguevano quelli teutonici, con le insegne nere orgogliosamente ostentate sui loro Fokker. Angeli di guerra, stirpi di ghiaccio e di sole, figli del Reich; perlopiù rampolli di prestigiose e nobili casate prussiane, cresciuti nel culto delle virtù belliche.

Ancora adolescenti, intraprendevano la carriera militare; nei loro sogni cavalcavano antichi guerrieri in lucenti armature, garrivano al vento vessilli bianchi con croci nere; e avevano un grande desiderio racchiuso nel cuore: morire da eroi. Con la certezza di aver lasciato un ricordo di ardito coraggio, votato alla patria e al loro Kaiser.

Fra questi giovani, puliti, limpidi e luminosi come il sole, vi è stato un uomo che grazie alle sue gesta divenne leggenda: il rittmeister (1)  barone Manfred von Richtofen. Il Barone rosso.

Nato da una nobile famiglia della Slesia il 2 Maggio 1892, come altri ragazzi della sua terra si compiaceva orgoglioso del bell’aspetto marziale che gli donava l’uniforme, unico indumento consentito a chi, come lui, a soli quindici anni, entrava nell’accademia militare.

La guerra, la caccia e l’equitazione erano gli unici interessi di Manfred: inseguire prede – che fossero uomini o cervi aveva poca importanza – era la sola cosa che stimolava la natura ardita e virile dell’ulano.

Come un lupo in cattività, era insofferente alla vita comoda e priva d’azione: “desiderava tornare al frastuono dell’elica, alla risata sinistra della mitragliatrice, alla vita severa ma gradevole con i camerati negli alloggi e nelle tende. Voleva rinnovare ogni giorno le sue conquiste, a rischio della propria vita. Era questa la sua natura”. (2)

Passato dalla cavalleria all’aviazione, divenuto capitano poco più che ventenne, il suo impulso al combattimento e alla caccia diveniva sempre più incontenibile. Colpiti dalla mitragliatrice del suo Fokker, i piloti anglo-francesi cadevano uno dopo l’altro sul fronte occidentale, finché l’asso degli assi non raggiunse il leggendario traguardo degli 80 nemici abbattuti, di cui 33 vivi. Fu il più grande aviatore del Primo conflitto di tutto il mondo, il più osannato ufficiale del Reich.

Come per lupi e rapaci, boschi e cielo erano i suoi habitat naturali. I secolari querceti e i limpidi ruscelli rimbalzanti fra i ciottoli gli indicavano la via per la bella casa di Schweidnitz (3), e là in alto, a quattro-cinquemila metri di quota, sentiva più vicini a sé i suoi padri e i camerati caduti in combattimento, la cui gloriosa schiera si allungava giorno dopo giorno: la falce della morte, improvvisa e assassina, saettava nel cielo, colpiva le fusoliere, stroncava le giovani vite che si abbattevano al suolo simili ad aquile dalle ali spezzate.

La prima vittima del Barone rosso precipitò sotto il fuoco della sua mitraglia il 17 febbraio del 1916. Il suo kommandeur, l’impavido tenente Oswald Boekle, lo osservava come un maestro orgoglioso mentre si gettava all’inseguimento della sua preda, un inglese nella cabina di un FE2B. Il duello, i tentativi del nemico di divincolarsi dalla presa dei suoi artigli, le strette e improvvise virate, e poi le picchiate mozzafiato da altezze vertiginose fino a sfiorare le cime degli alberi, e ancora richiami della cloche per puntare la prua del biplano dritto verso il freddo abbraccio delle nuvole, galvanizzavano il giovane cuore di Manfred.

Così relazionava, lucido e preciso, in un autentico slancio futurista: “ero così vicino che avevo paura di sbattergli contro. Poi all’improvviso, l’elica dell’avversario smise di girare. Colpito! Il motore era stato crivellato e il nemico fu costretto ad atterrare dalla nostra parte, perché era escluso che potesse raggiungere il suo campo. Notai che l’aereo vacillava così tanto perché era successo qualcosa al pilota. Neanche l’osservatore si vedeva più, la mitragliatrice era abbandonata e rivolta verso l’alto. Quindi dovevo averlo colpito e doveva essere sul fondo della fusoliera”.

Era la prima vittoria, e ne sarebbero seguite altre 79, tutte ufficialmente riconosciute. (4)

La sua sicurezza nel raggiungere e abbattere l’obiettivo era simile all’azione di un proiettile: al momento dello sparo, corre implacabile e senza esitazioni sino al bersaglio designato.

Inseguiva la preda finché non era certo della sua definitiva e indubbia sconfitta: “insieme a quattro aereoplani della Staffel 11, inseguii un piccolo stormo di Nieuport. Dopo una lunga caccia, attaccai un avversario e dopo un breve duello ne crivellai di colpi il motore e il serbatoio. L’aeroplano iniziò a scendere in vite, lo seguii fino a poco prima che toccasse terra, sparai ancora, l’aeroplano si schiantò a sudovest della foresta di Hauthlust e andò dritto a terra. Ero solo a cinquanta metri di distanza e dovetti attraversare la nuvola di gas formatasi dopo l’esplosione che per un attimo oscurò tutto.”

Era la cinquantottesima vittoria.

La ferrea disciplina, l’innato arditismo, la destrezza nel volo e le spiccate doti di comandante, gli fecero guadagnare sul campo i gradi di capitano, il comando di un intero stormo di caccia – il mitico Jagdggeschwader 1 – e l’ambitissima onorificenza prussiana Pour le Mérite, la splendente croce di Malta smaltata blu. Ma era lui stesso a indicare quale fosse la sua più grande ricompensa: “quando volo al di sopra delle trincee fortificate e i soldati gridano di gioia vedendomi e io guardo le loro facce grigie, consumate dalla fame, dalla mancanza di sonno e dalla battaglia, allora sono felice e mi rallegro. Dovresti vederli; spesso dimenticano il pericolo, saltano sulla tettoia, sventolano i fucili e mi salutano. Questa è la mia ricompensa, madre, la mia ricompensa più bella”.

D’altra parte i veri eroi, da che mondo è mondo, non si battono per ricevere ricompense, ma con distaccato disinteresse lanciano le loro sfide al Destino.

Il padre del Barone rosso era il maggiore barone Albrecht von Richtofen, anch’egli impegnato al fronte; da autentico ufficiale prussiano esposto agli stessi pericoli e alla stessa miseria della truppa al suo comando.

Il suo atteggiamento nei confronti dei tre figli maschi, tutti militari di carriera, era tipico di quel mondo solare e virile che ancora non conosceva il miserabile vivere borghese: “il vecchio signore era contento; si poteva vedere che era soddisfatto. Non è uno di quei padri che si preoccupano per i figli; al contrario, lui sarebbe subito salito sull’aeroplano e ne avrebbe abbattuto uno, o almeno così credo. Facemmo colazione con lui e poi ritornammo a volare “.

Nell’angusto abitacolo del suo Fokker, rosso come l’armatura di Parsival (5), avvolto nell’immancabile e ormai logoro giaccone di pelle nero, una mano alla cloche e una alla mitraglia, Der rote kampfflieger, l’aviatore rosso, guidava lo stormo in pericolosi e spesso mortali attacchi ad aerei nemici, in Francia come in Belgio. Famosa è la battaglia di Arras, che vide un imponente attacco britannico contro i fronti della VI e XVII Armata tedesca, e i cieli oscurati da stormi di caccia del Royal Flying Corps e della Luftstreitkrafte. Ma l’idea di morire in battaglia era inesorabilmente metabolizzata dallo spirito di sacrificio di quei moderni e fantastici cavalieri teutonici. Anzi, morire in battaglia era addirittura auspicabile: “Ilse, ti immagini che io possa morire in un miserabile letto di paglia?”, disse una volta a sua sorella.

Vide molti nemici e molti camerati perire in scontri aerei all’ultimo sangue, ma il suo ideale di morte non faceva che consolidarsi, caduto dopo caduto: “poi gli si deve essere inceppata la mitragliatrice e voleva tornare indietro, ma un intero stormo di francesi gli fu addosso. Con una pallottola in testa precipitò da un’altezza di tremila metri: una morte splendida!”.

Il fato concesse anche a lui la medesima sorte: il 21 Aprile del 1918 il Barone rosso morì a venticinque anni con un proiettile al cuore, sparato da un Sopwith F1 Camel, o forse da un colpo di contraerea.

Come in un’opera wagneriana, i suoi camerati immaginavano il giovane rittmeister dipartire verso la dimora dei caduti in battaglia, portato – ancora una volta in volo! – da bionde valkirie.

Ein deutsches requiem. Il funerale si tenne a Berlino, presso la chiesa della guarnigione, dove venivano sepolti i generali prussiani. Una folla composta attendeva in rispettoso silenzio il passaggio del suo eroe. All’interno, la chiesa era stata preparata per l’accoglienza delle spoglie di un grande guerriero. L’altare era drappeggiato di nero, ad esclusione dell’immagine di Gesù Cristo; davanti a esso vi erano simboli di guerra a indicare la gloria tedesca, e da quattro piedistalli di bronzo lampeggiavano fiamme ardenti. Quattro mitragliatrici spuntavano dal catafalco, sul quale era riposto un cuscino di velluto nero con le tante decorazioni del rittmeister, compresa quella creata in suo onore: l’Ordine dell’aquila rossa. Più in basso un’enorme corona con foglie nere da cui usciva un’elica spezzata. La guardia d’onore si stringeva attorno alla bara: era composta da otto piloti in giacca di pelle nera ed elmetto, tutti decorati con la lucente decorazione Pour le mérite.

Erano presenti a rendere omaggio al diable rouge – così lo chiamavano gli aviatori francesi – l’imperatrice Augusta Vittoria e il principe Sigismondo di Prussia; mentre l’estremo saluto del prelato riecheggiava tra le antiche mura della chiesa: “le imprese e le gesta del defunto devono esserci di conforto. Non è stata toccata dalla morte un’esistenza normale; ma invece è stato toccato dalla morte un eroe. Quando la luminosità dello spettro dei colori era al massimo, quando la forza dell’azione era al culmine, allora il sipario è calato su questa vita. Solo un poeta potrebbe rendergli giustizia”.

Il grande Von Eschenbach, se lo avesse conosciuto, ne avrebbe cantato superbamente le intrepide gesta.

Alla fine la suggestiva musica di Brahms, Ein deutsches requiem, fece gonfiare d’orgoglio i cuori dei presenti, per l’appartenenza ad un popolo fra i più tenaci e valorosi in battaglia.

Per la madre un solo rimpianto: “speravo che Manfred potesse servire più a lungo la patria”.

Manfred von Richtofen fece della sua vita una poesia, scritta nell’etica e nell’estetica dell’antica casta guerriera teutonica, indomabile esempio dello spirito europeo.

 

NOTE:

  1. Capitano di cavalleria
  2. Dichiarazione della madre del barone rosso dopo l’incidente aereo che lo costrinse a un lungo riposo
  3. Oggi Swidnica, Polonia
  4. La vittoria veniva riconosciuta solo se l’esercito o un altro aviatore confermava l’abbattimento dell’aereo nemico
  5. Il rosso lo identificava immediatamente  tra gli altri velivoli come comandante