Morte a Rosarno: immigrato ucciso dopo aver accoltellato un carabiniere

Morte a Rosarno: immigrato ucciso dopo aver accoltellato un carabiniere

Ieri si è consumata l’ennesima tragedia annunciata legata all’immigrazione. Nella tendopoli di San Ferdinando, vicino a Rosarno, paese famigerato per la rivolta di immigrati avvenuta nel gennaio 2010, un extracomunitario ha accoltellato un carabiniere, che ha reagito sparandogli con la pistola di ordinanza, uccidendolo.

Il militare è intervenuto insieme ad un collega per sedare una lite tra due extracomunitari. Uno ha estratto un coltello e lo ha ferito ed il militare ha reagito. Sul posto sono intervenuti il procuratore della Repubblica di Palmi, Ottavio Sferlazza, ed i vertici del Comando provinciale dei carabinieri di Reggio Calabria. Secondo una prima ricostruzione, sembra che i due extracomunitari stessero litigando perché uno aveva cercato di derubare l’altro. Quando i carabinieri sono intervenuti per cercare di riportare la calma, uno dei due extracomunitari ha dato in escandescenze, tirando fuori un coltello e aggredendo il militare, che è rimasto ferito e poi ha sparato un colpo che ha ucciso l’uomo.

“Il carabiniere che ha ucciso l’immigrato dovrà essere iscritto nel registro degli indagati come atto dovuto a garanzia dei diritti della difesa, in relazione all’autopsia che sarà eseguita sul corpo della vittima, ma il quadro che si delinea é di una legittima difesa da parte del militare”, ha dichiarato all’ANSA lo stesso Procuratore Sferlazza, in relazione all’episodio

“C’é stato da parte dell’immigrato, secondo la nostra ricostruzione basata sulle testimonianze delle persone presenti – ha aggiunto il Procuratore – un atteggiamento inizialmente intimidatorio nei confronti del carabiniere e poi concretamente aggressivo, con una coltellata che ha raggiunto il militare al volto. Il carabiniere ha anche tentato inutilmente di ricondurre l’immigrato alla calma”.

La vittima sarebbe un immigrato del Mali, Sekine Traore, di 27 anni, uno di quel miscuglio di profughi e immigrati per motivi economici che affollano la tendopoli, specialmente nel periodo invernale, quando il numero di ospiti, che teoricamente dovrebbero essere al massimo 350-400, in realtà supera di gran lunga le 1000 unità. La maggior parte degli extracomunitari residenti nel campo sono dotati di permesso di soggiorno e vengono impegnati nella raccolta delle arance nella piana di Gioia Tauro, in un contesto di brutale sfruttamento da parte del caporalato locale, che arriva a pagarli fino a 25 euro per una giornata lavorativa di 12 ore (poco più di 2 euro all’ora). Si calcola che fino al 10% delle aziende agricole italiane faccia utilizzo del lavoro di extracomunitari pagati totalmente in nero.

Il portavoce locale dell’associazione anti-mafia Libera si è affrettato a definire l’episodio come un caso isolato, per quanto legato alle durissime condizioni di vita del campo. Riesce però molto difficile credergli. Gli appelli all’accoglienze, la politica delle porte aperte e la retorica del migrante hanno costituito negli ultimi anni un fortissimo incentivo alle partenze da parte di persone appartenenti a alla fascia di reddito medio-alta delle popolazioni africane, invogliate a venire in Europa dalle illusioni di benessere che vengono loro indotte. La realtà però è ovviamente molto diversa e queste persone, in Italia e in tutta Europa, hanno trovato solo sfruttamento, povertà e perdita delle proprie radici: ce n’è abbastanza per creare una miscela esplosiva, contro la quale bisognerebbe invertire totalmente di segno le nostre politiche migratorie, prima che la situazione diventi incontrollabile e questi episodi all’ordine del giorno più di quanto già non siano.

(ANSA)