L’incubo Brexit che unisce Tories e Labour

L’incubo Brexit che unisce Tories e Labour

Come noto, il 23 giugno si terrà nel Regno Unito il referendum promesso dal premier David Cameron sulla permanenza o meno della Gran Bretagna all’interno dell’Unione Europea. I sondaggi, fino a poche settimane fa nettamente indirizzati verso la “Bremain”, tendono ora ad appaiare le due posizioni e, anzi, a mostrare generalmente una lieve prevalenza dell’opzione “Brexit”. Dagli ultimi dati, emergerebbe complessivamente un 53% a favore dell’uscita e un 47% a favore della permanenza. Inoltre, determinanti per l’esito del voto sarebbero le zone rurali e le piccole e medie città industriali del paese, mentre nella City londinese a prevalere abbastanza nettamente sarebbe il No all’uscita dall’Unione, con il 57%.

Il dato è, chiaramente, in notevole analogia con le elezioni presidenziali austriache e le comunali di Milano e Roma. In Austria, il neo-eletto presidente Van der Bellen, uscito vincitore per il rotto della cuffia contro Hofer del FPÖ e unico superstite tra i vari candidati europeisti, ha prevalso solamente a Vienna e in appena un’altra provincia austriaca, oltre che nel decisivo (e contestatissimo, tanto che il Partito della Libertà di Hofer ha presentato ricorso alla Corte Costituzionale austriaca, ndr) voto degli austriaci residenti all’estero. A Milano e Roma, i candidati del principale partito di governo, il Partito Democratico, hanno vinto essenzialmente nelle zone più ricche e centrali, come la cerchia interna dei Bastioni e il quartiere Parioli, e subito un fortissimo calo nei municipi periferici e più colpiti da degrado, disoccupazione e immigrazione.

Si delinea, quindi, in molti paesi europei una contrapposizione città-campagna e centro-periferia che si accompagna all’inversione, avvenuta negli ultimi decenni, che vede i partiti di centro-sinistra essere ormai espressione del ceto medio-alto della popolazione più che degli operai, e dunque coerentemente schierati a favore della permanenza in Europa.

L’Inghilterra in questo non fa alcuna eccezione. Il timore della Brexit ha compattato un largo fronte europeista, che va dal Labour Party ai Tories, passando per i Liberal-democratici, al punto tale da portare due ex premier britannici, un tempo avversari, a lanciare un appello congiunto contro lo spauracchio dell’uscita dall’UE. Il conservatore John Major e il suo successore, il laburista Tony Blair, in Irlanda del Nord, hanno affermato che un divorzio da Bruxelles “metterebbe a rischio l’unità” del Paese. I due temono, infatti, che l’eventuale introduzione di controlli alla frontiera con l’Irlanda al fine di ridurre gli ingressi nel Regno Unito (uno dei cavalli di battaglia dei comitati per il Sì alla Brexit), possa aumentare la tensione e mettere a rischio il processo di pace in Ulster. Non solo; ritengono, come già affermato dal premier David Cameron, che in caso di Brexit la Scozia, tradizionalmente europeista, possa indire un secondo referendum sulla sua indipendenza, dopo quello del 2014 vinto dagli unionisti, nell’ottica di rientrare nell’Unione come Stato indipendente da Londra.

L’alleanza inedita tra i Tories e il Labour vede appaiati non solo i leader di un tempo, ma anche gli odierni David Cameron e Jeremy Corbyn, il neo-leader laburista ammantato di un’aura vetero-marxista nel momento della sua elezione. Entrambi hanno preso posizione per la permanenza nella UE, scelta che non appariva scontata in un primo momento. Cameron ha, infatti, sempre espresso forti critiche in sede europea sull’attuale costruzione unitaria. Una strategia politica che ha pagato molto bene, essendo Cameron riuscito a sottrarre consensi e temi all’UKIP di Nigel Farage e a vincere le elezioni politiche con una maggioranza mai vista prima nella storia dei Conservatori inglesi. Ora, però, dopo le sparate elettorali e il bluff da barricadero anti-europeo, Cameron è tornato al moderatismo e ha preso a fare campagna per la Bremain, sponsorizzando l’accordo ottenuto con Juncker qualche mese fa come l’adeguata risoluzione di molti problemi. In effetti, la Gran Bretagna ha ottenuto una serie di condizioni privilegiate, che ne tutelano parzialmente la sovranità e la rendono un unicum per posizione e libertà di azione rispetto agli altri 27 paesi.

Di Corbyn si era invece detto che avrebbe potuto essere il primo vero leader di sinistra a schierarsi contro l’integrazione europea. Ormai si tratta di un vero e proprio riflesso pavloviano che avviene ogni volta che a vincere in un paese europeo è un esponente delle nuove sinistre arancioni, arcobaleno, indignate et similia, riflesso che puntualmente viene smentito dai fatti. Come Tsipras e Podemos, Corbyn continua a delirare di un’Unione Europea da salvaguardare, ma da riformare verso un progetto più solidale (?), che abbia a cuore l’interesse delle persone e non delle banche (con “persone”, ovviamente, si deve intendere prima di tutto migranti e allogeni vari, e non le masse povere locali che si astengono o votano per l’UKIP o i Tories), il tutto condito da asserzioni totalmente vaghe su un’Europa che privilegi gli investimenti (?) all’austerità. Il solito utopismo di quello che resta di una Sinistra radicale esaurita in temi, spirito e idee, che farcisce con chiacchiere e sentimentalismi la propria vuota profondità incentrandosi solamente su immigrati e omosessuali. Pure in Gran Bretagna, la Sinistra non ha capito che nel sistema economico alla base del progetto europeo per lei non c’è più spazio, così come per le tutele al lavoro dipendente di cui ogni tanto cerca ancora timidamente di farsi alfiere con qualche vaga e blanda proposta di stampo keynesiano. Una triste fine per i successori delle Trade Unions e delle battaglie per le 8 ore di lavoro giornaliere.

Sul fronte opposto, dei favorevoli alla Brexit, troviamo i conservatori dissidenti, guidati dall’ex-sindaco di Londra, Boris Johnson, l’UKIP di Nigel Farage e il leader di British Unity, l’ex-deputato europeo Nick Griffin. In particolare è il secondo, l’eccentrico Farage, a destare l’attenzione dei media europei, che cercando di renderlo il leader simbolico dello schieramento per il Brexit, cercano indirettamente di associare queste posizioni alle sue “frasi shock”.

In realtà, dopo le molte critiche rivolte all’immigrazione in Inghilterra dai paesi del Sud Europa e dall’Italia in particolare, Farage ha detto recentemente all’ANSA che gli italiani sono “wonderful people”, gente meravigliosa, e saranno “benvenuti” anche con la Brexit. Tuttavia, ha aggiunto anche che “i nostri servizi pubblici non possono reggere il peso di una popolazione che aumenta di mezzo milione ogni singolo anno”. Vien da chiedersi cosa ci sarebbe di scioccante in una frase del genere, se non la sua totale ovvietà. L’impressione, infatti, è che, anche a prescindere dall’esito del referendum del 23 giugno, i bei tempi della facile emigrazione nel Regno Unito a fare i lavapiatti meglio pagati che in Italia, stiano per finire. Se anche il terrorismo mediatico dei Cameron e dei Corbyn ribaltasse le previsioni sondaggistiche e la Gran Bretagna rimanesse nell’Unione, il malcontento e la tensione sociale non ne sarebbero affatto alleviate, ma semmai aggravate, incentivando l’odio dell’impoverita middle class inglese contro gli immigrati, anche italiani e spagnoli. E continuano a ripetere che l’Unione doveva portare amicizia tra i popoli europei ed evitare un’altra guerra…