Scappare o restare? Le riflessioni di un giovane italiano

Scappare o restare? Le riflessioni di un giovane italiano

Il tema della migrazione è ormai talmente inflazionato che non fa più nemmeno notizia parlarne; ogni giorno sbarcano centinaia di persone sulle nostre coste, nella quasi totale indifferenza generale, accompagnata dalla stucchevole retorica immigrazionista dei principali organi di “informazione”.

Tralasciando per un attimo il tema dell’immigrazione in Italia di genti extraeuropee, quello che qui vorremmo analizzare è il fenomeno della cosiddetta “fuga di cervelli”, ossia l’emigrazione degli italiani.

Con un Paese ormai in stagnazione e decrescita sotto molteplici aspetti, è inevitabile che i giovani, desiderosi di un futuro dignitoso, scelgano la via della “fuga” all’estero.

Affascinati dall’esterofilia “italiota”, che esalta oltremodo certi paesi dipinti come luoghi quasi paradisiaci (Australia, Nord Europa in generale, Inghilterra, Stati Uniti), diversi nostri giovani connazionali – laureati e non, licenziati in cerca d’occupazione o persone in cerca dell’agognato primo impiego – vestono i panni dell’emigrante in cerca di ciò che l’Italia non gli sa dare.

Lo scopo è sempre quello: trovare un lavoro, fare carriera, realizzarsi e crearsi un futuro, tutte cose ormai quasi precluse in Italia, soprattutto per i neodiplomati.

Sarà tutt’oro, però, quel che luccica?

Tanti sicuramente sbancano e fanno jackpot, riuscendo a realizzarsi e costruire quel futuro che tanto hanno sognato, ma che in Italia non gli è stato possibile realizzare.

Altri, invece, assaggiano il triste sapore dell’omologazione, che distrugge il mito della “Londra cosmopolita” o dello stipendio doppio (rispetto a quello italiano) a pari mansioni.

Tutto il mondo è paese e tanti, dopo esperienze professionali al limite dello sfruttamento, con trattamenti economici minimi e anni passati a vivere in un monolocale condiviso, tornano in Italia.
Tutto questo, dopo il classico sfogo “Italia, paese di *****, gestito da politici ladri e corrotti… me ne vado… sono stanco, cercherò di costruirmi un futuro altrove”.

La domanda sorge allora spontanea: è più “facile” partire o restare?

Da una parte, dunque, l’opzione di chi abbandona la casa, gli affetti e la famiglia, con l’incertezza di cosa troverà una volta giunto in una nuova città; con la consapevolezza di essere soli e dover, in un modo o nell’altro, soddisfare i propri bisogni primari.

Dall’altre, invece, coloro che restano, i quali non hanno altra possibilità che quella di accettare la situazione. Ma restare come: accettare passivamente di spegnersi poco a poco in una nazione che muore (denatalità, crisi economico-finanziaria ed invasione allogena non potranno produrre altro che la scomparsa del popolo italiano); oppure restare per continuare a vivere e magari prosperare nella propria Patria, lottando affinché le cose cambino e gli italiani si possano finalmente affrancare da un sistema e da una classe politica che palesemente non perseguono il bene comune del popolo?

Prendere, quindi, coraggio e decidere se partire o restare.
Lasciare la propria terra e i propri affetti, con destinazione l’ignoto, dopo aver goduto di quello che l’Italia ha offerto e col pensiero fisso a coloro che, per volontà o per necessità, rimarranno ad affrontare la difficile realtà nazionale.

Oppure rimanere, consci di andare incontro al degrado ed alla decadenza, e lottare contro un sistema che vuole annichilire i popoli e l’uomo – distruggendone la dimensione più nobile, quella spirituale – al fine di renderlo malleabile strumento determinato dai bisogni materiali e da fuorvianti ed effimere ambizioni. Un giorno dovremo rendere conto a Dio delle nostre scelte e del nostro comportamento.

Senza avere la pretesa di giudicare a priori come cattiva la scelta di chi lascia la Patria (le ragioni possono essere molteplici ed anche valide), è chiaro che l’invito rivolto ai giovani connazionali è quello di restare in Italia. Rimanere per rimboccarsi le maniche e lottare per la ricostruzione nazionale, la quale non è solo frutto della lotta politica in senso stretto, bensì anche della capacità di affrontare dignitosamente la vita sforzandosi di stare al mondo come Dio comanda.