Siamo quel che mangiamo. O, forse, peggio.

Siamo quel che mangiamo. O, forse, peggio.

Premessa: lungi da me esprimere una qualsivoglia forma di condanna “etica o “morale” sul consumo di carni nel contesto della società attuale. Sono da sempre un veemente sostenitore della “bistecca fiorentina” e l’idea di passare ad una dieta vegetariana o , addirittura, vegana non mi ha mai lontanamente sfiorato. Non solo, reputo la carne un alimento fondamentale nella dieta quotidiana, in tutte le varie fasi evolutive della vita dell’uomo, dal neonato all’anziano.

Tuttavia, a volte, nasce l’esigenza di  analizzare più nel dettaglio alcune vicende lasciate colpevolmente nel dimenticatoio e, quindi, ignorate dal grande pubblico. Tutto nasce a seguito del  servizio di “Report” andato in onda domenica 29 maggio su Rai 3. Il programma di Milena Gabanelli, ha mostrato immagini recentemente realizzate in alcuni allevamenti di suini Amadori, una tra le più importanti aziende di carni lavorate presenti in Italia.

Nella nebbia della pianura Padana, all’interno di sconfinati capannoni, si cela un orrore di fronte al quale molti di noi hanno deciso di chiudere gli occhi: quello degli allevamenti intensivi, dove gli animali allevati nascono, vengono messi all’ingrasso e muoiono in condizioni brutali, dentro  gabbie piccole, sovraffollate e invase da ratti. Dove l’utilizzo di antibiotici è divenuta pratica di routine innescando, di fatto, un problema di salute pubblica internazionale legato alla resistenza batterica al principio attivo degli antibiotici. Una realtà raccapricciante, quella denunciata da Report, passata sotto silenzio, che non ha trovato alcun eco nei mezzi d’informazione italiani. Solamente i media esteri hanno posto l’attenzione su quella che, con tutta probabilità, si rivelerà una potenziale emergenza sanitaria nel futuro prossimo. Questa tematica ha suscitato particolare clamore e preoccupazione, nei giornali d’oltreoceano, dopo che una donna della Pennsylvania è stata infettata da un ceppo di escherichia coli resistente all’antibiotico Colistina, ultima possibilità a cui si ricorre per curare queste tipologie di “batteri resistenti”.

Ma, dobbiamo davvero temere per la nostra salute? A tal proposito, il servizio di Report ci descrive uno scenario inquietante: oltre la metà del consumo mondiale di antibiotici viene impiegato negli allevamenti intensivi di bestiame. Quest’ultimi, utilizzano abitualmente massicci quantitativi di antibiotici per prevenire malattie e infezioni legate al sovraffollamento delle stalle, spesso, in animali sani che non  mostrano alcun segno di malessere. Senza contare, poi, come in alcuni paesi occidentali (soprattutto negli Usa), questa pratica venga adottata per stimolare la crescita del bestiame. In un numero sempre più ampio di allevamenti industriali, animali sani vengono imbottiti di antibiotici per sopravvivere in condizioni tremende e produrre di più.

Il tema degli antibiotici negli allevamenti è particolarmente caldo per l’Europa. Dai numerosi controlli disposti dalla Commissione Europea è emersa una presenza massiccia di batteri resistenti.

Come se non bastasse, nel Vecchio Continente, le preoccupazioni  si sono acuite a seguito dei negoziati Transatlantici con gli Stati Uniti (TTIP). Una tra le maggiori apprensioni risiede, proprio, nell’utilizzo su larga scala degli antibiotici promotori della crescita. Nonostante in Europa siano vietati, essi sono diffusissimi negli allevamenti di polli americani. Ad oggi, le normative inerenti alla sicurezza alimentare vigenti in Europa, proibiscono categoricamente l’importazione di carne trattata con antibiotici; tuttavia tra le richieste degli Usa, inserite nel partenariato Transatlantico, ci sarebbe quella di abbandonare tale tabù.

La posta in gioco sul piano della sicurezza alimentare è altissima. Non solo, gli interessi economici in ballo rappresentano un vero e proprio ostacolo ad una concreta e proficua inversione di tendenza. Se da un lato vi sono gli Stati, i quali, nei prossimi anni, saranno costretti a far fronte a spese sanitarie sempre più ingenti per la cura di nuove infezioni e malattie batteriche, dall’altro abbiamo l’industria farmaceutica che, oltre a introitare ogni anno cifre pazzesche, piazzando solo in Italia circa 1300 tonnellate di antibiotici – ebbene sì avete sentito bene! –  nel settore zootecnico vedrà un incremento dei propri affari grazie alla commercializzazione di farmaci utili a fronteggiare i danni che il consumo di carni contaminate da antibiotici (venduti anch’essi dai colossi del farmaco) ha provocato alla salute umana. A dir poco “geniale”!

Secondo un rapporto commissionato dal governo britannico, il rischio di pandemia, dovuto alla nascita di una nuova tipologia di “super batteri”, è serio e concreto. Dati alla mano, si stima che, entro il 2050, le infezioni batteriche saranno la causa di oltre dieci milioni di vittime l’anno; più di quelle causate dal cancro. Ad oggi, più di 25 mila persone in Europa (in America 23 mila) muoiono per infezioni causate dall’aumento della resistenza batterica agli antibiotici.

L’allevamento intensivo è, senza dubbio, una minaccia per la nostra salute. Le conseguenze dell’avidità delle grandi multinazionali (che trarranno ancora più profitti dalla ratifica del TTIP) stanno portando alla totale distruzione dell’agricoltura tradizionale: antibiotici, trattamenti crudeli nei confronti degli animali, inquinamento di terra e falde acquifere. Senza alcun dubbio, ogni forma di vita necessita di rispetto. Il modello di sfruttamento intensivo proposto in questi allevamenti rappresenta un punto di rottura nei confronti dell’equilibrio naturale della terra con l’uomo. Questo sistema condurrà, in breve tempo, l’intero pianeta al collasso. Per quanto tempo, ancora, vivremo nell’illusione di essere super produttori, super consumatori, super uomini invincibili, al di sopra di tutti gli altri esseri viventi e della natura?

La gran parte della carne e dei prodotti derivati che si acquistano nei supermercati viene prodotta in questo modo. Tuttavia, contro le bugie sul cibo possiamo ribellarci: lo strapotere degli allevamenti industriali dipende dalle nostre scelte quotidiane.

La perversa logica della produzione, che pone come unico obiettivo quello di competere e vincere su tutto nella quantità e non nella qualità, deve essere estirpata ad ogni costo, o quest’ultima fagociterà in breve tempo la nostra salute e la nostra libertà! Sostenere e rilanciare il ruolo centrale dell’agricoltura tradizionale, che rappresenta storia, cultura, espressione di quella ruralità che, con le sue antiche tradizioni e il rispetto del territorio, è sempre più un valore da sostenere e rilanciare per il futuro e non un aspetto da accantonare a favore di multinazionali e potentati economici che traggono il massimo profitto a danno della collettività. Ripartiamo dalla terra!