L’aborto sotto il profilo morale

L’aborto sotto il profilo morale

La contrarietà all’aborto volontario, è fondata sulla dignità della natura umana ed in particolare sull’inviolabilità della vita umana innocente e indifesa.

L’essere umano è costituito da due co-principi:

  • L’anima, di natura spirituale e, dunque, immortale;
  • Il corpo, di natura materiale e, dunque, mortale.

L’anima umana – in cui risiedono le facoltà più nobili della natura umana, ossia l’intelligenza e la volontà (ciò che rende l’uomo simile a Dio) – è il co-principio che conferisce alla natura umana la sua superiorità sul resto delle creature (ad esclusione degli angeli, esseri di puro spirito).

La ragione di questa superiorità risiede nell’immortalità dell’anima umana, cosa dalla quale si desume che il fine dell’uomo trascende il fatto materiale. L’esistenza dell’uomo ha un significato superiore, che va oltre la dimensione spazio/tempo e che conferisce all’essere umano una dignità particolare, la quale deve essere ben compresa (1).

La creatura umana, fin dal suo concepimento, è una nuova persona; essa non è un’appendice della madre, ma un nuovo soggetto dotato di una propria sostanza, una propria anima (l’anima è la forma sostanziale dell’uomo; ciò che rende la tal persona quella e non un’altra; è ciò che non muta, a differenza dell’altro co-principio, il corpo).

Ma cosa vuol dire persona (2)? Al riguardo, una delle definizioni più chiare l’ha data Severino Boezio (3), secondo il quale la persona è individua sostanza di natura razionale. La persona è, dunque, un soggetto avente capacità di comprendere e di volere. Definizione ripresa e perfezionata da San Tommaso d’Aquino, il quale della persona dà questa definizione: omne subsistens in natura rationali vel intellectualis est persona” (ogni ente sussistente in una natura razionale è persona). Per San Tommaso, dunque, a conferire lo stato di persona ad una sostanza di natura razionale è il fatto di sussistere, ossia di avere l’essere in atto. In definitiva, la persona è un ente di natura razionale.

Domanda: un embrione, un feto, un neonato, un handicappato, un malato che abbia perso la capacità di intendere e di volere, hanno o no lo status di persona?

Risposta: assolutamente sì, in quanto possiedono l’atto di essere (actus essendi), costituito dall’anima di natura spirituale di cui sono dotati.

L’atto di essere – il cui effetto è l’esistenza attuale – conferisce ad un essere umano (il quale è un’individua sostanza di natura razionale) lo status definitivo, ossia perenne (data l’immortalità dell’anima), di persona.

Se lo status di persona dipendesse dal fatto di avere in atto la capacità di intendere e di volere, allora bisognerebbe concludere che quando si dorme, per esempio, non si è persona dal momento che non si è capaci di intendere e di volere (e si è in balia di chi potrebbe approfittare del nostro stato di passività).

La condizione di essere razionale – ossia avere la capacità di comprendere, di volere e di ragionare – è tipica della natura umana e dipende dalla forma sostanziale dell’uomo, ossia dall’anima umana.

Anima la quale possiede l’atto di essere, atto che trasmette al corpo. Anche ad un corpo malato od in via di formazione, come quello dell’uomo quando questi è embrione, feto, neonato ed è incapace di intendere e di volere.

Embrione, feto e neonato sono esseri umani in via di formazione. In essi sono presenti tutte le caratteristiche fisiche dell’essere umano ed il principio vitale che muove un corpo: l’anima (la vita è la capacità intrinseca di muovere se stessi, senza cambiare sostanza).

Il corpo, però, per vivere deve godere di sufficiente salute. Non è l’anima che mantiene in vita il corpo – l’anima fa muovere il corpo, laddove muovere è sinonimo di sviluppare – ma è lo stato di salute del corpo stesso che gli consente di vivere: se le funzioni vitali fisiche non sussistono, il corpo muore, mentre l’anima no, in quanto di natura spirituale e, dunque, immortale.

Quindi l’embrione, il feto ed il neonato – incapaci di intendere e di volere in atto – sono dotati di quell’anima umana che contiene in sé le facoltà razionali, le quali, con lo sviluppo fisico, verranno pienamente messe in atto.

Lo stato di persona non può dipendere dal fatto che le facoltà razionali siano perfettamente in atto, basta che vi siano in quanto radicate nella natura umana.

I sostenitori dell’aborto, affermano che l’embrione ed il feto non sono persone. Ora, anche trascurando quanto sopra affermato sulla dignità della natura umana e sul concetto di persona, cos’altro potrebbe diventare un embrione se non una persona? L’embrione è il principio della persona.

I più severi sostenitori della mentalità abortista, proprio basandosi sulla incapacità di intendere e di volere, propugnano l’aborto post-natale, ossia la soppressione dei bambini già nati. Non è fantascienza e nemmeno cinema horror. Sono i fatti. Nel 2013, l’Università di Torino ospitò un dibattito sull’argomento, nel corso del quale due docenti italiani – provenienti dall’Australia, ove insegnano – argomentarono a favore di tale aberrante idea (4).

È facile comprendere come la mentalità abortista, se coerentemente abbracciata, possa condurre alla pretesa di rendere lecita l’eutanasia, pratica oggi spacciata come atto di misericordia nei confronti di malati terminali e senza speranza, ma che in realtà ha un significato ben diverso e pericoloso: la pretesa di disporre della vita umana innocente, secondo i dettami di una cultura, quella laicista, che disconosce la sacralità della vita relativizzandone e banalizzandone il significato.

A proposito di ciò, le parole di un noto sostenitore della pratica eutanasica – il Prof. Maurizio Mori, docente di Bioetica presso l’Università di Torino – ci vengono in aiuto.

Il Prof. Mori, in occasione del dibattito suscitato dal caso di Eluana Englaro (5), ebbe ad affermare quanto segue: “Il caso Eluana apre una breccia che pone fine al potere (medico e religioso) sui corpi delle persone e soprattutto alla concezione sacrale della vita umana. Sospendere l’alimentazione e l’idratazione artificiali implica abbattere una concezione dell’umanità e cambiare l’idea di vita e di morte ricevuta dalla tradizione millenaria che affonda le radici nell’ippocratismo e anche prima, nella visione dell’homo religiosus, per affermarne una nuova da costruire”.

NOTE

  1. La dignità umana si suddivide in:
  • dignità radicale-ontologica; essa appartiene alla natura umana, che è razionale e spirituale. Su questo piano, tutte le persone sono uguali, in quanto radicate in una medesima natura, che è appunto razionale e spirituale;
  • dignità totale-morale o pratica (che riguarda l’agire); essa è la dignità della persona considerata totalmente nel suo essere e nel suo agire. La dignità totale-morale o pratica dipende dagli atti che la persona compie. Su questo piano, non tutte le persone sono uguali: c’è chi fa il bene ed è buono, c’è chi fa il male ed è cattivo. Ci sarà dignità totale se la persona conosce e ama (vuole) il bene, mentre, se aderisce all’errore e ama il male, perde la dignità totale o pratica, anche se conserva la natura umana razionale. Papa Leone XIII insegna: “L’intelletto e la volontà che aderiscono all’errore ed al male decadono dalla loro dignità nativa e si corrompono” (Enciclica Immortale Dei del 1 novembre 1885).

2. S. Tommaso spiega che il termine proviene da per-sonare, che significa “far risonare”, “proclamare ad alta voce”. Il nome persona è stato tratto da personare perché nelle tragedie e nelle commedie gli attori si mettevano una maschera per rappresentare colui del quale, cantando, narravano le gesta. Secondo l’uso corrente, “persona” designa la realtà umana, il singolo individuo, nella sua interezza e concretezza: è tutto l’essere dell’uomo nella sua individualità che si vuol esprimere con questo nome.

3. Anicio Manlio Torquato Severino Boezio (Roma 475 – Pavia 525).

4. Aborto post-nascita, si riapre la polemica, di Lucia Bellaspiga (Avvenire del 12/01/2013)

Per chi avesse ancora il dubbio – assai lecito e comprensibile – di non aver capito bene la tesi di Alberto Giubilini e Francesca Minerva, ieri all’università di Torino i due giovani studiosi italiani docenti in Australia la ribadivano a chiare lettere: «Se pensiamo che l’aborto è moralmente permesso perché i feti non hanno ancora le caratteristiche che conferiscono il diritto alla vita, visto che anche i neonati mancano delle stesse caratteristiche, dovrebbe essere permesso anche l’aborto post-nascita». Ovvero: al pari del feto, anche il bambino già nato non ha lo status di persona, pertanto l’uccisione di un neonato dovrebbe essere lecita in tutti i casi in cui è permesso l’aborto, anche quando il neonato non ha alcuna disabilità, ma ad esempio costituisce un problema economico o di altra natura per la famiglia.

«È la prima volta che ci invitano a parlarne in Italia e per noi è una grossa occasione», hanno esordito i due colleghi dell’università di Melbourne ringraziando Maurizio Mori, direttore del master di Bioetica all’ateneo di Torino, per aver organizzato il dibattito. «Le nostre non sono idee nuove – hanno ammesso i due -, già filosofi come Singer negli anni ’70 le hanno elaborate, ma il nostro intento era rendere esplicite certe conseguenze normative e tenere conto di implicazioni socioeconomiche: se queste sono importanti per ammettere l’aborto, allora lo sono anche se il bambino è già nato». Uno dei loro maestri è Peter Singer, dunque, caposcuola a Melbourne della bioetica utilitarista, ma loro lo superano persino: «Singer finora ne aveva parlato solo in caso di imperfezioni, in particolare lui citava i bambini nati con sindrome di Down, in quanto vite non degne di essere vissute. Noi accettiamo che la sindrome di Down e le altre malattie sono una buona ragione per abortire, tutelando così gli interessi di chi dovrà sobbarcarsi l’onere di crescere queste persone, ma coerenza vuole che ciò valga anche per uccidere un neonato dopo la nascita».

5. Il caso di Eluana Englaro (Lecco 25-11-1970, Udine 09-02-2009) – la giovane donna che, a seguito di un incidente stradale, ha vissuto in stato vegetativo per 17 anni, fino alla morte, sopraggiunta a causa della decisione presa dal padre, Beppino Englaro, con il sostegno dello Stato (la sentenza del Tribunale della Cassazione), di interromperne l’alimentazione – è stato al centro di pesantissime polemiche tra i fautori della pratica eutanasica ed i suoi oppositori; polemiche che, ancora una volta, hanno posto in maniera eclatante il tema del valore della vita umana.