Friends and family members embrace outside the Orlando Police Headquarters during the investigation of a shooting at the Pulse nightclub, where people were killed by a gunman, in Orlando, Florida, U.S June 12, 2016.  REUTERS/Steve Nesius

Strage a Orlando, muore il mantra progressista

 

Nella giornata di ieri, un americano di origini afghane è entrato nella discoteca Pulse durante una serata gay e ha freddato 50 persone, ferendone anche altre 53. Un bilancio pesantissimo, per quella che è la peggiore strage in termini di numero di vittime nell’intera e travagliata storia degli Stati Uniti d’America, molto densa di episodi del genere, avvenuti anche recentemente. L’ultimo episodio era avvenuto in California, a San Bernardino, e la dinamica ricorda abbastanza quanto avvenuto ieri in Florida.

Il 2 dicembre 2015, Syed Rizwan Farook e Tashfeen Malik, marito e moglie, si recarono all’Inland Regional Center, un centro per disabili, armati di pistole e fucili. Una volta entrati, aprirono il fuoco contro la folla, uccidendo 14 persone e ferendone altre 24, tra cui due poliziotti. I due attentatori furono poi uccisi in uno scontro a fuoco con i poliziotti a 2 km dal luogo della strage. 

Il bilancio di ieri, decisamente molto peggiore, verosimilmente dovuto al maggiore sovraffollamento e all’orario notturno, che hanno reso molto più difficile la fuga ai malcapitati che si trovavano all’interno del Pulse, è stato invece opera di Omar Mateen, che, come i due coniugi di San Bernardino avevano fatto su internet, prima di compiere la strage ha dichiarato la propria affiliazione allo Stato Islamico.

Come in dicembre, i seguaci del califfo al Baghdadi non si sono certo tirati indietro e hanno dichiarato, tramite l’agenzia Amaq, che Omar Mateen era uno di loro e hanno rivendicato con orgoglio la seconda strage compiuta sul suolo americano. L’FBI sta ancora indagando sul caso, ma appare abbastanza sicuro che l’attentatore non fosse un vero affiliato all’ISIS, ma un lupo solitario, uno di quei cani sciolti a cui la propaganda dell’IS si rivolge nella speranza di ottenere esattamente questi effetti: gravissimi attentati sul suolo dei paesi che prendono parte più direttamente alla guerra contro lo Stato islamico, che garantiscano rispetto e impressionino altri ammiratori titubanti a emulare le medesime azioni, in un circolo vizioso difficile da interrompere anche qualora venisse distrutta la centrale del terrore dello Stato islamico con la riconquista di Raqqa e Mosul.

“Apprezzo le congratulazioni per essere nel giusto sul terrorismo dell’Islam radicale, ma non voglio congratulazioni, voglio durezza e vigilanza. Dobbiamo essere svegli”. Questo l’ultimo tweet del candidato presidenziale repubblicano Donald Trump dopo la strage, che non ha risparmiato attacchi anche all’avversaria Hillary Clinton e al presidente Obama, di cui ha chiesto le dimissioni per quello che molti già definiscono come un nuovo 11 settembre per l’America