Totalitarismo e terrorismo europeo

Totalitarismo e terrorismo europeo

Mentre queste righe vengono scritte, il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord si prepara al referendum che deciderà se Londra rimarrà membro dell’Unione Europea o se deciderà di lasciarla. Le reazioni sono disparate, ma quelle che colpiscono ovviamente riguardano la paura, diffusa anche lontana dalle coste britanniche, che la più potente monarchia continentale possa abbandonare la comunità.

Per la prima volta da quando il “sogno europeo” ebbe origine, l’unità continentale è messa in dubbio e tutte quelle certezze sul futuro blustellato cessano di esistere. Se si esclude la parentesi greca, in cui una sua possibile uscita non fu mai realmente presa sul serio, mai nessun Paese membro ha ammesso che l’adesione all’UE sia stata un passo sbagliato.

La paura maggiore, in particolare dal punto di vista culturale, arriva naturalmente dal nostro Paese. Gli ambienti radical chic, che vedono in Londra la capitale del multiculturalismo, ove l’essenza stessa dell’Europa si può respirare e toccare con mano, manifestano un vero e proprio terrore, una paranoia che questo vento di protesta e di delusione nei confronti dell’Unione possa investire anche il resto del Vecchio Mondo. Niente più diritti pseudocivili (=specchietti per le allodole), dunque, e niente sanzioni all’Italia se è appeso un Crocifisso nelle aule, niente viaggi senza passaporto, ma il ritorno della predominanza dei diritti sociali che l’Europa non ha mai realmente affrontato. Scompare anche l’unico senso di appartenenza posseduto da tali persone, consapevoli che ciò su cui hanno basato finora la loro identità, ossia il mito distorto della resistenza, sia scomparso in una bolla di sapone.

Ma accanto al consenso totalitario, propugnato dalla generazione degli “I love Schengen”, l’Europa di Maastricht ha creato anche un sentimento di paura più “materiale”, ossia il timore che l’abbandono della stessa possa creare povertà e incrementare la crisi economica. In altre parole, meglio avere poco che non avere nulla. Questa forma di “terrorismo economico” viene adottata dai tempi della CEE, quando ancora gli effetti deleteri di un’unione finanziaria erano solo un orizzonte lontano e la comunità era ancora percepita come un’alleanza prettamente industriale e commerciale per far fronte alle superpotenze statunitense e sovietica. Oggi che l’unità economica è molto più intensa, diventa quindi più complesso convincere i profani dell’economia, ossia il cittadino medio, che l’uscita dall’Europa porti solo vantaggi. Naturalmente non si pretende che inizialmente le cose siano facili, ma è sufficiente prendere ad esempio lo sviluppo economico avuto dagli Stati ex membri dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche dopo la dissoluzione della stessa. Tuttavia, un’eventuale uscita di un membro costringerà quest’ultimo a fare i conti con la “famiglia” che si vuole abbandonare. Il termine “famiglia” è usato non in senso positivo, ma col significato di stampo mafioso: le classi dirigenti europee hanno incentivato i Paesi da esse governati ad adottare politiche economiche scellerate che rendessero inevitabile l’adesione all’Unione, una sorta di “offerta che non potevamo rifiutare”. Non ricorda anche a voi lo stile tipico dei clan, che seduce (con diritti vari e agendo sulle menti radical chic), e poi minaccia chi vuole uscire? Per chi scrive, la risposta è sì!