Anticipo Pensionistico (APE): ennesimo salto nel buio?

Anticipo Pensionistico (APE): ennesimo salto nel buio?

A partire da gennaio 2017, dovrebbe entrare a fare parte della legge di Bilancio, e iniziare quindi il suo corso, la nuova proposta Poletti-Nannicini sull’Anticipo Pensionistico, denominata con la sigla APE. Questa riforma darebbe l’opportunità ai nati tra il 1951 e il 1955 di poter anticipare fino a 3 anni il loro pensionamento, rispetto all’età di 66 anni e 7 mesi prevista per l’ottenimento della pensione di vecchiaia. Per farlo, però, il pre-pensionante dovrà richiedere a un istituto di credito un prestito che gli anticipi la somma che gli dovrebbe essere dovuta dallo Stato nei primi anni di pensionamento. Questo prestito dovrà poi essere restituito a partire dal sessantaseiesimo anno di età, tramite il decurtamento di una parte dell’assegno pensionistico per i restanti 20 anni.

Un semplice esempio per chiarire il concetto: supponiamo che il Sig. Neri, nato nel 1954, abbia maturato una pensione di 1000 euro al mese per 13 mensilità; con questa riforma potrebbe andare in pensione l’anno prossimo con 3 anni di anticipo, richiedendo un anticipo di 1000€X(13mesiX3anni) per un totale di 39.000€. Passati 3 anni, per restituire il debito, al Sig. Neri verrà tolta parte del suo assegno mensile per i successivi 20 anni.

Il primo dato di questa riforma è il vantaggio dello Stato, il quale riuscirebbe a garantire l’anticipo pensionistico spendendo, annualmente, una cifra compresa tra i 700 milioni e il miliardo, contro gli 8 miliardi richiesti dalla flessibilità in uscita. Questo accade perché il finanziamento del pre-pensionamento non è dato dalle casse dello Stato, ma da istituti privati. Le casse pubbliche verrebbero aperte solamente per garantire, tramite l’INPS, il rischio di morte prematura del contribuente all’istituto concedente il finanziamento e per l’agevolazione delle classi meno abbienti.

Il secondo lato positivo è dato dal fatto che il decurtamento sull’assegno pensionistico sarebbe molto basso e in linea con la situazione di ricchezza del contribuente; in numeri, si parla tra l’1 e il 4% per il ceto medio-basso, ma si può arrivare anche al 15% per le pensioni molto elevate.

Il terzo fattore positivo è puramente comportamentale. Personalmente, penso che per un lavoratore, raggiunti i 63 anni di età, poter andare finalmente in pensione possa risultare un grande sollievo.

Passiamo ora alle note dolenti. Perché dovrebbe essere un salto nel buio? Il finanziamento per poter usufruire dell’APE è ventennale, ed è lungo per un individuo con 66 anni sulle spalle. E non ci vogliono grandissimi nozioni di matematica attuariale per capire che il rischio di morte, e di conseguenza di non poter risarcire il debito, tra i 66 e gli 86 anni non è per nulla trascurabile da una banca o assicurazione che sia. Il prestito sarà garantito dallo Stato sul rischio di decesso, ma l’ultima parola sull’accettazione o meno del finanziamento rimane sempre all’istituto di credito. Questo significa che solo una minoranza verrà ammessa al finanziamento, ovvero coloro che rispettano gli standard di salute e stile di vita decisi dall’ente creditizio. Il primo lato negativo, quindi, è che non è vero che l’anticipo pensionistico sarà concesso a tutti i contribuenti tra i 63 e 66 anni.

Il secondo, ma non meno importante, è la questione della restituzione del debito. Supponiamo che vi venga accettato il finanziamento e che arriviate a compiere 66 anni; dovrete iniziare la restituzione del debito. E’ vero, le decurtazioni sono percentuali abbastanza basse, ma ad esse bisogna aggiungere il tasso di interesse richiesto dalla banca (mica stavate pensando vi prestassero soldi gratis!). Non si conoscono quali saranno i tassi, ma si sa che potrebbero essere variabili e i tassi variabili sono sempre collegati all’andamento di qualcosa, e quindi per 20 anni i nostri pensionati potrebbero ritrovarsi la pensione molto più bassa del previsto, solo perché l’andamento del sottostante del tasso è cresciuto o diminuito troppo. Un salto nel buio, appunto.

Il terzo punto, anche in questo caso comportamentale, è questo: arrivati finalmente in pensione, una cosa che andrebbe goduta, siete davvero intenzionati a dovervi preoccupare di quanto troverete nella prossima busta della pensione? Tutti i mesi per i prossimi 20 anni?

Posso concludere dicendo che sono rimasto abbastanza stupito; quando ho iniziato a leggere di questa nuova proposta, pensavo mi sarei trovato di fronte all’ennesima super-cazzola governativa. Obiettivamente, l’idea di fondo potrebbe non essere malvagia, ma restano parecchi buchi neri che circondano la riforma e che rischiano di andare a penalizzare ulteriormente, sopratutto a livello morale, la nostra classe più anziana.