Elezioni amministrative 2016: quanto cambierà lo scenario politico?

Elezioni amministrative 2016: quanto cambierà lo scenario politico?

La vigilia dei ballottaggi alle elezioni amministrative, tra i soliti volti, sedicenti rivoluzionari, e una indefinita voglia di cambiamento dei cittadini.

E’ utile, il giorno prima dei ballottaggi, fare un punto della situazione. Non va sottovalutata una certa tendenza nelle grandi città, vista anche alle amministrative precedenti, ad alternare sindaci di fazioni diverse. Questo molto spesso a causa del fallimento del candidato sindaco uscente. Non esistono più le città-roccaforte di un determinato partito. E se le città medio-grandi sembrano essere (con le dovute eccezioni) ancora feudi dell’alternanza di centrodestra e centrosinistra, vediamo che nelle grandi città il clima è più variegato.

Napoli, per esempio, rappresenta un punto di discontinuità rispetto al resto delle città italiane. Il sindaco uscente, De Magistris, è a capo di una coalizione di cui fa parte la sua lista civica e sostenuta da Italia dei Valori e sinistra radicale, e sembra destinato alla riconferma. Il suo vantaggio nei confronti del candidato di centrodestra, Lettieri, è di quasi venti punti. Un margine enorme, che sembra insormontabile. Stesso discorso vale per Torino, dove il sindaco uscente Fassino, del PD, ha un vantaggio di oltre il 10% sulla candidata del Movimento 5 Stelle, Appendino.

A Milano, si mantiene il binomio PD-Centrodestra e la possibilità di vedere una lotta serrata, alla pari, tra il candidato PD Sala e quello berlusconiano Parisi è reale. C’è chi scherza su quanto i candidati si somiglino, essendo entrambi manager e con una visione politica a tratti sovrapponibile. In realtà, questa è solo un’impressione di facciata, tuttavia, perché le differenze dal punto di vista pratico sull’affrontare tematiche come tassazione, scuole, famiglia, moschee e integrazione sono evidenti. Questa situazione atipica di relativa parità rispetto alle altre grandi città lascia poco spazio ai pronostici. Se si pensa che Dario Fo, storicamente di sinistra, annuncia pubblicamente la sua tentazione di votare Parisi, si può capire quanto non si possa dare nulla per scontato. I candidati, in questo caso, dovranno fare attenzione anche alla propria area.  

Una parentesi a parte la merita Roma. Nel primo turno, abbiamo visto il trionfo netto della candidata pentastellata Virginia Raggi, che ha distaccato nettamente il candidato del PD Roberto Giachetti. Il centrodestra, diviso tra Meloni e Marchini è rimasto fuori dal duello finale. In particolare quest’ultimo, sostenuto da Berlusconi, è stato il grande flop del primo turno. La candidata sostenuta da Salvini raccoglie il 20% , ma non è sufficiente per arrivare a sfidare la Raggi. Ad alcuni elettori resta il rimpianto di un centrodestra unito, che avrebbe potuto superare il candidato renziano. Ora per il ballottaggio la Raggi sembra essere la grande favorita. Ha dalla sua infatti la ventata di novità che può portare in una città che ha patito una pessima gestione da parte del PD. Senza contare che le simpatie dell’elettorato della sinistra anti-PD, come confermato dalle indicazioni di voto di Fassina e dell’ex sindaco scaricato Marino, sono decisamente più orientate su di lei che non su Giachetti. Anche gli elettori della Meloni, al contrario dei filo-berlusconiani, la vedono maggiormente di buon occhio.  Ma attenzione alle sorprese, perché la partita è aperta più che mai. L’ultima vicenda sulla consulenza non dichiarata per conto della ASL di Civitavecchia potrebbe affondare l’immagine della Raggi, peraltro con il rischio ulteriore di un’inchiesta per falso e l’esame anti-corruzione. Un problema non da poco, in un momento in cui la campagna elettorale è accesissima. Giachetti, con esperienza, ha cercato in tutti i modi di trascinare la Raggi in un confronto davanti ai riflettori. Ha giocato bene le sue carte, puntando su temi sentiti dai cittadini romani, come la candidatura della città alle Olimpiadi del 2024 e il nuovo stadio della Roma. Temi sicuramente secondari, si dirà, in confronto alle enormi problematiche della Capitale. Vero, ma è qui che si può notare tutta l’astuzia del candidato PD, che è riuscito a trovare dei punti in cui i due programmi sono totalmente divergenti. Quindi, o sì o no. O Giachetti, o Raggi. Perché le proposte per cambiare la città in meglio le hanno tutti e due (a parole almeno). Ed è difficile rimontare un tale svantaggio promettendo cose che anche la Raggi potrebbe fare. Bisogna attirare l’elettore in tutti i modi per ridurre il gap. La parola ora spetterà ai romani.

Nonostante i grandi proclami mediatici, all’orizzonte non si scorge nessuna sorpresa. Anzi, si delinea in linea generale una conferma di ciò che si sapeva già in precedenza. L’ascesa del Movimento 5 Stelle (rispetto a quattro anni fa), un PD in leggero declino, ma che comunque tiene testa, un centrodestra diviso tra Berlusconi e l’asse Salvini-Meloni che, qualora le due anime si presentino disunite, vede calare vistosamente il proprio appeal elettorale. Gli altri, nella stragrande maggioranza, rimangono a casa o raccolgono comunque percentuali bassissime. Il quadro che esce fuori, quindi, è il trionfo della vecchia politica. O meglio, di un vecchio modo di intenderla. Poco viene raccolto da chi fa politica sul territorio, da chi propone soluzioni forti. Generalmente, in Italia vince chi va più volte in tv, chi fa la sparata più grossa, chi promette cose che non si può permettere, quindi paradossalmente i più immobilisti. Perché, parliamoci chiaro, l’elettore sembra non volere veramente cambiamenti radicali. Si accontenta delle lusinghe e delle false promesse del candidato che gli è più simpatico, ma ha una grande paura del cambiamento. Quindi, basta tirare fuori dal cilindro un nome nuovo, e le magagne del sindaco (e di conseguenza del partito) uscente saranno cancellate per magia.

Questo nei casi disastrosi. Dove invece la situazione non è catastrofica, l’elettore sembra rassegnarsi e confermare il meno peggio. Solo quando è proprio inevitabile, l’elettore italiano abbandona quel simbolo che ha sempre votato e di cui si è sempre fidato. Nulla a che vedere con l’elettorato tedesco, più propenso ad allontanarsi dai partiti “tradizionali”. Basti vedere le amministrative  in Germania che hanno visto l’ascesa dell’antieuropeista Petry e, guardando agli antipodi, dei Verdi.

In realtà, la differenza rispetto al popolo tedesco sta più nella lentezza e nella gradualità del cambiamento politico in Italia. Come detto all’inizio, rispetto al passato l’elettore italiano sembra più incline al cambiamento. Ciò è dovuto probabilmente dalla disillusione nei confronti della politica, che colpisce un numero sempre maggiore di cittadini. Aumentano gli indecisi e diminuiscono le persone che vanno a votare, con l’ovvia conseguenza di maggiori probabilità di nuovi assetti. Aspettiamo comunque l’esito dei ballottaggi e che i futuri primi cittadini inizino a operare. Forse sarà l’ennesima situazione gattopardiana in cui tutto sembra cambiare, ma nulla cambierà davvero. Sicuramente, la speranza è quella di veder rifiorire le nostre città.