Euro 2016, la rabbia dei popoli europei

Euro 2016, la rabbia dei popoli europei

Sono giorni di tensione quelli che si stanno consumando in Francia. Non accenna a placarsi la furia degli hooligans che negli ultimi giorni si è abbattuta su Euro 2016: sul fronte dell’ordine pubblico, si sono registrati  violenti scontri, dopo quelli della giornata inaugurale, tra gli hooligans inglesi e i tifosi russi al vecchio porto di Marsiglia, sede del match di Euro 2016 Inghilterra-Russia. Circa duecento tifosi inglesi si sono scontrati con alcuni ultras russi intorno ad un pub.

Fin qui, nulla di nuovo: solita cronaca di teppismo diffuso fuori dagli impianti sportivi. Ne sentiamo parlare, da decenni, in occasione delle manifestazioni sportive. Ma, questa volta, ci sembra colpevolmente riduttivo circoscrivere una così massiccia esplosione di violenza ad una mera problematica di gestione dell’ordine pubblico. Lo scenario che inizia a plasmarsi, dalle acque a dir poco agitate del mare della società europea, delinea qualcosa di nuovo, qualcosa di notevolmente intricato. L’attuale rabbia delle tifoserie sembra avere una nuova spinta completamente distaccata e avulsa da quel teppismo privo di ideologia e fine a se stesso: l’odierna congiuntura economica, unitamente ad una crescente rabbia sociale, sono denominatori comuni che contraddistinguono gran parte dei  popoli europei. Certamente, non giustifichiamo in alcun modo gli episodi di violenza, ma tale situazione deve suggerire ulteriori riflessioni in merito ad una situazione prossima al punto di non ritorno. La principale considerazione che vogliamo sottoporre alla vostra attenzione riguarda gli stravolgimenti radicali e distruttivi che la società europea sta subendo dall’inizio della crisi: il Vecchio Continente appare, ormai, come un polveriera prossima  alla deflagrazione. Esclusione sociale e impoverimento dei ceti medi e delle classi popolari si fondono in un mix incandescente. Un quadro reso ancor più critico dall’inesorabile avanzata di nuove angosce e paure alimentate dalla crescente instabilità in campo internazionale e da un fenomeno immigratorio da tempo fuori controllo. Il tutto appare come una reazione fisiologica, intrinseca all’evoluzione di un continente che stenta a rialzarsi dalle proprie difficoltà.

Da tempo si avverte l’opprimente vento gelido della crisi. Lo percepiamo, lo subiamo nella nostra quotidianità, nelle diminuzioni dei consumi, nella precarietà del lavoro. È un fenomeno che riguarda l’Occidente intero. Un’intera generazione deve fare i conti con le ristrettezze economiche, con un ridimensionamento marcato del tenore di vita. Non bastano i bei discorsi di Mario Draghi o dell’establishment governativa europea a rassicurare gli animi di chi, tra mille difficoltà, non riesce ad arrivare a fine mese. Non sono sufficienti le spiegazioni macroeconomiche che, in questi anni, hanno cercato di trovare giustificazioni ideologiche ben prima che pratiche. Chi sono gli artefici? Il mostro economico globalizzato non ha volto.

Il suo centro di potere è lontano, anonimo, celato da una coltre nera che ne nasconde le fattezze. Cercheremmo inutilmente un colpevole, perché il vero nemico non ha volto: è oscuro, ambiguo. Non vi è alcun palazzo raggiungibile dalla protesta delle masse. Rabbia e violenza non hanno un obiettivo delineato ma rappresentano l’unica valvola di sfogo legata ad un’endemica condizione di frustrazione e malcontento che contraddistingue la nostra contemporaneità, che segna l’esistenza di intere generazioni di individui accomunati dall’assenza di prospettive, svuotati di ogni certezza, immersi in un’alienante quotidianità. Quella stessa rabbia rimasta latente per tanto tempo e che ora è pronta d esplodere senza preavviso, come una bomba a miccia corta. Trent’anni di politiche economiche ultraliberiste hanno spalancato la crisi, gettando interi popoli nella logica spietata della globalizzazione.

Dobbiamo capire che sentimenti di rabbia, malcontento, aggressività, negli stadi o nelle piazze, non potranno che moltiplicarsi, perché non esiste alcun palazzo del potere da assaltare, ma tanto malessere a cui dar sfogo. Lo stadio è stato e sarà sempre uno dei centri di aggregazione per eccellenza, uno spaccato di società in cui riecheggia il malessere di vivere diffuso, ormai, un po’ dappertutto nelle nostre città.  Lo scontento  sociale che dilaga in questi giorni in Francia descrive una condizione di forte deprivazione, determinata dalla somma di più situazioni di disagio in ambito sociale.

Cerco, comunque, di pormi la domanda del perché media e opinione pubblica, anziché vedere il nemico in chi è affamato o in chi ripone nella violenza – sbagliando! – l’unica speranza di cambiamento, non puntino il dito contro chi depreda e riduce i popoli nella miseria; verso chi, attraverso usura e sfruttamento, crea miseria per i più e ricchezza illimitata per pochi. La verità è che sputiamo sentenze senza entrare mai nel merito delle questioni. Perché io, nel mio piccolo, non ho alcuna convinzione che i “carnefici” siano quelli che, ridotti ad un cencio, protestano nelle piazze. Perché non ho mai creduto che possano ergersi  a ”giudici”, in questa vicenda, i soliti soloni della politica o i rappresentanti di quelle élite economiche massoniche che vivono beati tra fasti e magnificenze. Perché sono stufo delle balle propagandistiche, condite da fetida morale e retorica da “Libro Cuore”, propinate dai mass media. Perché è ora di cominciare a riflettere, tutti!