Abraham Lincoln, storia di un mito che non esiste

Abraham Lincoln, storia di un mito che non esiste

Sedicesimo presidente degli Stati Uniti, primo presidente repubblicano, guida della riunificazione dopo la Guerra di Secessione e liberatore degli schiavi. E’ così che, ancora oggi, è ricordato il più popolare e amato statista della storia statunitense.

In particolare, l’elevazione nel Pantheon laico americano, avvenne per la definitiva abolizione della schiavitù da parte del governo federale, fattore che comunemente è assunto come causa principale della Guerra di Secessione. Come si sa, tale conflitto vide contrapposti gli Stati del Nord, abolizionisti, e quelli del Sud (chiamati Stati Confederati) che intendevano mantenere la schiavitù. Questa è la storia che conosciamo.

Come in tutti grandi miti, però, vi è un lato oscuro, che possiamo scovare facendo un paragone tra quello che erano gli Stati Uniti all’indomani della guerra civile e quello che sono stati per lo scorso secolo e quello attuale. Se si assume che una società evolva e migliori nel tempo, o si assume che tale discorso non valga per lo zio Sam, oppure ciò che viene tramandato sul governo Lincoln è falso o quantomeno incompleto. Questo perché, nonostante la liberazione degli afroamericani, la segregazione razziale continuò per oltre un secolo, persino molti anni dopo il processo di Norimberga, in cui gli Stati Uniti si autonominarono giudici e moralizzatori del mondo. Basti pensare che, tra la fine della guerra di secessione e l’assassinio del rev. Martin Luther King, passarono ben 103 anni. E non si sta puntando il dito sulle isolate aggressioni xenofobe compiute da gruppi più o meno organizzati, bensì sulle politiche razziali del governo stesso. Quindi, a meno di non ammettere un’involuzione culturale americana, è lecito assumere che la Guerra di Secessione non fosse combattuta per gli schiavi, ma per altri motivi che, come in tutte le guerre statunitensi, contengono una chiara matrice economica. Infatti, la domanda che non trova mai risposta è: “Come mai i Nordisti sono andati a morire per liberare gli schiavi, per poi lasciarli al loro destino continuando a discriminarli e a relegarli a lavori umili e sottopagati, non tanto diversi dalla condizione di schiavitù?”. Apparentemente, è un enorme controsenso.

Per capire le ragioni che spinsero un Paese a dividersi in due parti in lotta tra loro, si può osservare la cartina degli USA: come si nota, gli Stati del Sud sono delimitati da confini quasi geometrici (a differenza di quelli del Nord, che seguono i confini naturali), che derivano dagli antichi latifondi delle praterie, appezzamenti di terreno in cui gli schiavi erano impiegati. Nonostante la Rivoluzione Industriale, che investì anche il Nuovo Mondo, all’alba della guerra gli Stati Uniti rimanevano un Paese prevalentemente agricolo, con una condizione molto più vantaggiosa per gli Stati meridionali rispetto al nord, i cui territori peggio si adattavano all’agricoltura. Questa disparità fu ciò che convinse il governo a cercare soluzioni per uniformare al meglio l’economia, naturalmente a danno degli Stati del Sud. Uno dei metodi per realizzare l’obiettivo era proprio abolire la schiavitù. E da ciò nacque la decisione degli Stati meridionali di creare una federazione indipendente, con capitale Richmond, in Virginia, e ciò determino la guerra la guerra tra le due componenti venutesi a creare. Tale guerra non fu quindi morale, bensì una sorta di guerra di classe tra l’aristocrazia terriera del sud e la borghesia del nord, un contrasto che aveva radici nella stessa Guerra di Indipendenza, voluta fortemente dalle colonie settentrionali e contrastata da quelle meridionali, più fedeli alla Corona britannica.

E’ emblematico, infatti, il discorso di Lincoln, di cui riportiamo un estratto:

Io salverei l’Unione. La salverei nella maniera più rapida, al cospetto della Costituzione degli Stati Uniti. Prima potrà essere ripristinata l’autorità nazionale, più simile sarà l’Unione “all’Unione che fu”. Se ci fosse chi non desidera salvare l’Unione, a meno di non potere allo stesso tempo salvare la schiavitù, io non sarei d’accordo con costoro. Se ci fosse chi non desidera salvare l’Unione a meno di non poter al tempo stesso sconfiggere la schiavitù, io non sarei d’accordo con costoro. Il mio obiettivo supremo in questa battaglia è di salvare l’Unione, e non se porre fine o salvare la schiavitù. Se potessi salvare l’Unione senza liberare nessuno schiavo, io lo farei; e se potessi salvarla liberando tutti gli schiavi, io lo farei; e se potessi salvarla liberando alcuni e lasciandone altri soli, io lo farei anche in questo caso. Quello che faccio al riguardo della schiavitù e della razza di colore, lo faccio perché credo che aiuti a salvare l’Unione; e ciò che evito di fare, lo evito perché non credo possa aiutare a salvare l’Unione.

La schiavitù, come per tutti i conflitti americani, fu il casus belli, la giustificazione da mostrare al mondo per uscirne puliti, e questo fu proprio il caso che inaugurò questa prassi di nascondere le reali intenzioni alla base di una guerra. Questo perché a differenza di ciò che riporta la dichiarazione di indipendenza, ossia che “Tutti gli uomini sono stati creati uguali”, i fatti dimostrano esattamente il contrario; basti pensare che Thomas Jefferson, che scrisse queste parole, era un noto schiavista.