I ballottaggi e la vittoria di astensione e immigrazionismo

I ballottaggi e la vittoria di astensione e immigrazionismo

I ballottaggi di ieri riservano qualche sorpresa rispetto al primo turno, molte conferme e un dato sicuro: a vincere, oltre all’astensione, sono partiti accomunati da una sostanziale sudditanza psicologica, quando non da una palese connivenza, rispetto all’immigrazione che sta inesorabilmente investendo il nostro paese.

Come avevo scritto due settimane fa, le elezioni amministrative non consegnano in realtà alcuno scenario rivoluzionario alla politica italiana e i ballottaggi, eccezion fatta per Torino, confermano ulteriormente questo concetto.

Il dato dell’affluenza è, al solito, in calo rispetto al primo turno e alle elezioni omologhe di 5 anni fa, attestandosi al 50,52%. Non mi soffermerei ulteriormente su questo dato: la retorica sull’affluenza è, infatti, in fin dei conti totalmente inutile.  E’ noto come in tutte le cosiddette “democrazie avanzate” la percentuale di votanti sia molto bassa, anche più che nel nostro paese, dunque non illudiamoci che questo avrà un qualsivoglia effetto sul sistema di potere vigente o che ci debba per forza essere un’inversione di tendenza in futuro. Non essendoci alcun quorum minimo per dare validità alle elezioni, chi non va a votare non conta nulla e dà più peso a chi a votare ci va, magari per convenienze personali o in base alle promesse.

Certo, obiettivamente non era facile questa volta chiedere agli elettori di certe grandi città di andare a scegliere il “male minore” e la scelta astensionistica risulta sicuramente più comprensibile del solito.

Da tutti i giornali, emerge ovviamente come grande vincitore dei ballottaggi il Movimento 5 Stelle. Come prevedibile, a Roma stravince Virginia Raggi con il 67,59% delle preferenze, contro il 32,41% di Giachetti, candidato PD, cui non riesce il miracolo dopo Mafia Capitale e i disastrosi due anni del sindaco Marino. È la prima volta che Roma ha un sindaco donna, e a festeggiare la vittoria sono andati a Roma anche Beppe Grillo e Davide Casaleggio. 

Totalmente a sorpresa, invece, arriva l’affermazione di Torino, dove Chiara Appendino ha rimontato rispetto al primo turno superando il sindaco uscente Piero Fassino, più volte ministro e ultimo segretario dei DS. Appendino, 32 anni, è anche il sindaco più giovane a guidare Torino e la sua elezione è stata festeggiata con cori e bandiere del movimento No Tav, di cui il deputato pentastellato Airola si è vantato di essere stato uno dei primi attivisti, ben 11 anni fa. A parte questa nota di colore, la sconfitta di Fassino arriva come un vero e proprio fulmine a ciel sereno per il PD, che partiva con 11 punti di vantaggio e con la convinzione di aver effettuato una buona amministrazione della città. Così non la hanno pensata i torinesi, che dopo decenni hanno interrotto la continuità di governo all’insegna del socialismo riformista, erede del duopolio PCI-Fiat.

La pesante sconfitta di Torino è attenuata nei suoi effetti sul Partito Democratico e sul Governo dall’affermazione di Beppe Sala a Milano, che dopo un tesissimo testa a testa con l’avversario di centrodestra, Stefano Parisi, ha visto l’ex commissario dell’Expo ottenere 264.481 preferenze, pari al 51,70%. Lo sfidante ha preso, invece, 247.052 voti, pari al 48,3%. Un margine risicato, ma tanto basta per dare la vittoria al candidato più renziano di tutti quelli presenti nelle grandi città e per dare un po’ di respiro al premier. La combo delle sconfitte di Sala e Fassino avrebbe veramente potuto aprire una crisi interna al partito, prodromo di inevitabili problemi al governo.

A Bologna si riconferma il sindaco uscente Virginio Merola, che supera abbastanza agevolmente la candidata leghista Lucia Borgonzoni, a cui non riesce il ribaltone visto a Torino. 

Anche a Napoli vince il sindaco Luigi de Magistris, che con il 66,85% dei voti doppia l’avversario di centro-destra Gianni Lettieri. Il valore di questa elezione è però indubbiamente inficiato da un’affluenza record (verso il basso) del 25%. L’ex-PM, con modo di fare che ricorda quello di un Masaniello manettaro che ha vinto nonostante presunti poteri forti e media contro, ha ribadito che completerà il suo secondo mandato “senza partecipare a competizioni elettorali nazionali nei prossimi anni”. Sembra difficile credergli, visto che le sue frequenti stoccate a Renzi e il suo fare costante riferimento a un progetto nazionale “arancione” lo rende un papabile candidato premier nel 2018 per una coalizione sul modello di quella di Antonio Ingroia nel 2013 (si spera, ovviamente, che i risultati siano anche gli stessi).

Tra le grandi città, dunque, il centrodestra vince solo a Trieste: con il 52,63% dei voti, Roberto Dipiazza torna sindaco battendo il primo cittadino uscente, Roberto Cosolini, e riconquistando una città storicamente di destra sin dall’occupazione inglese, che cinque anni fa era clamorosamente passata al centro-sinistra. 

Nel complesso, negli altri comuni capoluogo al ballottaggio, il centrodestra ottiene 10 sindaci (tra cui Trieste e Pordenone), 8 il centrosinistra (tra gli altri, anche Varese e Caserta), 3 il M5s (oltre a Roma e Torino, Carbonia).

A Varese la poltrona di sindaco va a Davide Galimberti del centrosinistra, che ha ottenuto il 51,84% delle preferenze su Paolo Orrigoni (48,16%), interrompendo il dominio ventennale della Lega Nord e ribaltando i risultati del primo turno. Con questa vittoria, il centro-sinistra governa tutti i comuni capoluogo della Lombardia, una vera e propria débacle per il Carroccio lombardo, rispetto ai buoni risultati ottenuti in Veneto e Friuli.

Da segnalare anche il caso di Benevento, dove l’ex-ministro della Giustizia, Mario Clemente Mastella, ha conquistato la poltrona di sindaco con il 62,88% dei voti, alla guida di una coalizione di centro-destra che ha superato Leonardo Del Vecchio. A Benevento, il nuovo sicuramente non avanza. 

Nel complesso, nessuno dei tre poli che attualmente compongono il quadro politico italiano può davvero festeggiare completamente. Il PD ha confermato alcune importanti città e, in generale, sembra riuscire a battere agevolmente il centro-destra, ma ha molti problemi quando deve incontrare il Movimento 5 Stelle, sul quale si coagulano tutti i voti di centro-destra, o quando ha a che fare con fenomeni locali, anche se da baraccone come De Magistris. Il centro-destra si afferma in alcuni medi capoluoghi ma perde tutte le grandi città e a Roma e Torino non partecipa neppure al ballottaggio. Anche Stefano Parisi, espressione di un centro-destra unito in tutte le sue componenti, alla fine è uscito sconfitto da un personaggio che di sicuro di voti dal M5S non ne avrà presi molti, essendo il simbolo stesso di Expo e del potere renziano. Il M5S, infine, ottiene risultati importanti a Roma e Torino, oltre che a Carbonia, ma ora viene il difficile, ovvero dimostrare di saper governare, in specie dove la situazione è esplosiva come a Roma. La vittoria potrebbe rivelarsi un boomerang per il Movimento e una manna dal cielo per Renzi, pronto a riprendere parte del suo appeal elettorale sfruttando il malcontento che potrebbero causare delle giunte pentastellate troppo avventuriste. Detto questo, al momento il M5S è l’unico candidato credibile per sconfiggere Renzi in un’eventuale ballottaggio alle Politiche. L’ex-sindaco di Firenze, con il doppio turno dell’Italicum, potrebbe aver segnato un clamoroso autogol e essersi scavato la fossa da solo.

Il dato finale che bisogna trarre, tuttavia, è che nonostante gli strepiti e le polemiche che accompagnano la gestione dell’immigrazione, a vincere quasi ovunque sono partiti o conniventi col sistema immigrazionistico stesso (PD) o che ignorano quasi totalmente il problema, rimandando il tutto a vaghe asserzioni di “migliore gestione” e “migliore integrazione” che dopo anni si dovrebbe aver capito il tempo che trovano. Da registrare, inoltre, il fatto che Salvini non abbia affatto sfondato da nessuna parte. La Lega sta meglio di qualche anno fa, registra buone percentuali fino a Toscana e Marche, ma al Sud il progetto di Noi con Salvini sembra essere naufragato prima ancora di partire (poco presente, e sempre con percentuali bassissime) e pure in Lombardia le cose non vanno tanto bene, doppiaggio a Milano da parte di Forza Italia a parte.

Ora, l’attenzione politica passa chiaramente tutta al referendum di ottobre, il quale potrebbe costituire un vero e proprio terremoto politico in caso di affermazione di un No che fino a qualche mese fa appariva impossibile, ma ora non più. Crescono, infatti, le possibilità di un fronte unico anti-Renzi e anti-PD, come invocato ieri da Alberto Bagnai, che ponga fine al monopolio di un partito che in 5 anni ha eseguito pedissequamente le direttive della famosa lettera della BCE a Berlusconi, realizzandone ogni singolo punto.