epa05372349 British Prime Minister David Cameron (2-L), Labour Leader Jeremy Corbyn (R) and House of Commons speaker John Bercow (L) arrive to leave flowers near the scene where British MP Jo Cox was shot and fatally wounded in Birstall, Britain, 17 June 2016. Labour MP Jo Cox was reported dead at the hospital in Leeds after being shot and critically injured in Birstall on 16 June. Cox was airlfted from the attack scene to a hospital in Leeds where she later died. Cox had in recent weeks campaigned for the Remain camp. Britons will vote on whether or not they want remain in the EU on 23 June.  EPA/NIGEL RODDIS

Breaking Point

Ieri, i padri dell’Europa unita erano considerati Schumann, De Gasperi e Adenauer.

Oggi, l’UE dovrebbe aggiornarsi e aggiungere a questi un nuovo illustre padre, ossia l’assassino-demente Thomas Mair, l’omicida della deputata laburista Jo Cox.

A neanche una settimana dal voto, è evidente come un fatto del genere possa influire sulla campagna della Brexit; persa ai giorni nostri – i giorni del consumo facile, della società liquida, delle reazioni via tweet – la capacità di giudicare frigido pacatoque animo, con animo freddo e pacato, secondo l’uso dei nostri avi antichi, è facile immaginare come l’onda emotiva del cruento accadimento possa far vacillare le effimere inclinazioni dell’elettorato.

La Cox, d’altra parte, sembra la martire ideale del voto Remain: donna dalla brillante carriera professionale, da sempre attiva in politica e pure capace di crescere due bei bimbi sulla sua casetta galleggiante sul Tamigi, di umili origini, si discosta dall’identikit della politicante elitista e radical chic, pro-UE perché magari di classe agiata e con le mani in pasta nel mondo delle lobby e della finanza.

Ideale, poi, il momento, proprio pochi giorni prima del voto, proprio mentre il Leave sembrava prendere il là…

Se si somma a tutto ciò l’assioma per il quale chi muore è sempre buono, bello, giusto, etc.. è evidente che l’istintivo sentimento di umana pietà ed empatia per la vittima (a cui va, diciamolo a scanso di equivoci, il nostro cordoglio), porterà una buona parte di elettori ad identificarsi con la giovane deputata, e quindi anche alle sue battaglie per l’inclusione, la tolleranza, i valori della democrazia, etc… come non è mancato di ribadire, con vago fare da sciacallo, il primo ministro Cameron.

Sicuramente poi, oltre Manica, non mancheranno gli omologhi dei nostri Gad Lerner e Severgnini, gran maestri del politicamente corretto.

Il primo, con evidente e vampiresca eccitazione per il sangue versato, non è mancato di denunciare “il fanatismo nazionalista” che avrebbe armato la mano di Mair; il secondo, invece, ci ricorda dal suo comodo salotto di via Solferino che l’inglese faceva male a considerare il terrorismo solo un problema extra-britannico e di sola origine islamica. Il terrorismo, insinua l’abile editorialista, è tanto british quanto ISIS…

Inutile rimarcare la palese incoerenza di queste brillanti penne, dove infatti, dopo lunga scia di sangue, ancora si stenta a definire “islamica” una strage (in riferimento a quella più recente di Orlando, Obama ha parlato solo di “odio” in senso generico), non si manca al contrario di individuare il movente di un omicidio operato da uno squilibrato nel sentimento del nazionalismo.

Se il terrorismo islamico – o analoghi fatti spregevoli come lo stupro di massa di Colonia e di altre città del Nord Europa, subito silenziati e dimenticati dai mass media politically correct – non è mai figlio della predicazione di Maometto, ma della povertà e del disagio sociale, del sentimento di esclusione dal mondo occidentale di cui sarebbero vittime i musulmani,  del sentimento di revanche per il dominio coloniale dell’Occidente sul mondo arabo, della scarsa integrazione offerta dall’Occidente agli islamici o di una predicazione di odio che però è sempre minoritaria e comunque non rappresentativa dell’Islam né del pensiero genuino del Profeta; se tutto ciò è sempre avanzato come attenuante sempre valida, si riconosce, invece, in una specifica causa ideologica il gesto di uno soggetto dalla mente più che labile (e visti le tempistiche e i connotati del fatto, chissà che non vi sia lo zampino di qualche servizio…).

D’altra parte, secondo la distorta mentalità dei liberal di tutto il continente e della loro saggezza politicamente corretta, se la maniera di vincere il terrorismo è l’integrazione e non l’esclusione, se la maniera di tagliare le radici della violenza è fare proprie le ragioni dell’altro, allora non dovremmo forse arrivare alla paradossale conclusione che, per evitare ulteriore violenza all’interno del Regno Unito, si dovrebbe promuovere più empatia con le ragioni dell’assassino?

Ovviamente no, nessuno si permetterà di affermare una sciocchezza simile, sebbene sia la risposta usuale della classe dirigente quando l’assassino è un islamico.

Nessuno applicherà, quindi, gli standard canonici del buonismo assoluzionista che tanto piace in Europa. Anzi, già su tutti i giornali e tutte le televisioni si diffonde quella sgradevole impressione che, in fondo, essendo la Cox una buona samaritana amica di profughi e rifugiati, allora tra i sostenitori del Leave, suoi avversari acerrimi, e Thomas Mair ci sia un qualche comune denominatore e che sarebbe quindi meglio patteggiare per la causa della martire innocente.

In un precedente articolo, rimarcavo come, in caso di vittoria del Remain, l’Europa avrebbe avuto poco da gioire, visto che fino ad adesso è stata retta solamente da una particolare forma di psicoterrorismo da ricatto finanziario. Oggi, l’Europa unita può aggiungere un demente dal cappellino bianco e la vacua emotività della massa tra i propri numi tutelari.

Un’ultima riflessione: tutto ciò accade in Inghilterra e, quando si dice Inghilterra, subito si pensa alla monarchia.

Stupisce in modo particolare l’assenza della monarchia dal dibattito sulla Brexit, questione capitale per la sovranità del Regno Unito. Un’assenza tristemente colpevole. Anche, infatti, ammessa la distinzione tra il regnare e il governare, al monarca, anche quello costituzionale, sono comunque riservate le funzioni di Capo dello Stato, le funzioni, per l’appunto, di reggere il suo regno.

Reggere un regno, reggere uno Stato, significa incarnarne in primo luogo le prerogative, per l’appunto, regali dello Stato, anche qualora si vogliano tenere queste distinte dalle funzioni di governo e di iniziativa legislativa; queste prerogative sono la difesa, agendo quindi da Capo delle Forze Armate (altrimenti che senso ha chiamare la marina, l’aviazione e l’esercito Royal Navy, Royal Air Force, e Royal Army?), il battere moneta (altrimenti che senso ha stampare anche il volto del monarca sulle sterline emesse?), e l’essere il garante ultimo della sovranità della nazione e dei rapporti internazionali (altrimenti perché gli ambasciatori ancora ricevono il loro accredito all’estero da Sua Maestà?).

Quindi, anche in un regime di monarchia costituzionale, il monarca dovrebbe avere quanto meno una voce in capitolo su una scelta che risulta determinante per le sorti della sovranità del suo regno, scelta che potenzialmente potrebbe essere presa in maniera molto meno influenzabile da fatti come quelli di cui tanto si tratta in questi giorni.

Tuttavia, la latitanza della monarchia in questi frangenti e della fissità di giudizio che potrebbe dare rispetto alla mobilità dell’opinione popolare, non fa che trasformarla in guscio vuoto, in un inutile gingillo dorato o, ancor peggio, in una colpevole tutrice – come sempre è stata la protestantica e massonica monarchia britannica – dei peggiori processi di sovversione dell’ordine tradizionale.