Ida Magli e l’Occidente che dimentica le scienze umane

Ida Magli e l’Occidente che dimentica le scienze umane

Poco più di 3 mesi fa, Ida Magli, antropologa e filosofa di caratura internazionale, è morta all’età di 91 anni. Nonostante la grossa mole di bibliografia che porta la sua firma, i più ricordano essenzialmente la trilogia di opere che la Magli scrisse già in età molto avanzata, dedicata alla crisi dell’Unione Europea e dell’Occidente in generale. La dittatura europea (2010), Dopo l’Occidente (2012) e Difendere l’Italia (2014) costituiscono un trittico di saggi intimamente collegati tra loro, in cui l’antropologa attacca con durezza le istituzioni europee e mette in luce lo sterminato potere della grande finanza internazionale, l’acquiescenza di una politica suddita dell’economia, la viltà di una Chiesa Cattolica che ha abdicato al suo ruolo, fino a perdere completamente ogni parvenza di sacro con le dimissioni dal soglio pontificio di Benedetto XVI.

La maggioranza delle tematiche trattate dall’antropologa si possono trovare anche in molti altri autori critici delle istituzioni europee e del moderno Occidente. Tuttavia, un aspetto che rende questi lavori alquanto originali e che è tendenzialmente passato sotto silenzio rispetto alla vulgata mediatica è la denuncia, da parte di Ida Magli, di un fatto grave e totalmente ignorato da tutti i commentatori politici e dagli accademici: la cancellazione pressoché totale delle scienze umane dal retroterra culturale di tutti coloro che affrontano la tematica della crisi delle istituzioni europee, in specie di coloro che difendono l’ineluttabilità e l’intrinseca bontà del processo di integrazione europea. La sparizione dall’orizzonte mediatico e culturale di scienze quali l’antropologia culturale è spiegato dalla Magli con il tentativo di oscurare completamente tutte le conoscenze scientifiche che pongono ostacoli al compimento dell’Europa unita.

Ida Magli ritiene, al contrario, imprescindibile l’apporto delle scienze umane nell’approcciarsi alla tematica dell’integrazione europea e attua un’analisi complessiva della crisi del moderno Occidente, basandosi sulla forte visione d’insieme derivantele dai suoi studi accademici in antropologia, sociologia, psicologia e storia delle religioni e delle culture e tradizioni primitive. E sostiene, forte di questo poderoso retroterra interdisciplinare, che l’idea stessa di un’unione politica del continente europeo sia una violenza e un’assurdità che non tiene conto di acquisizioni proprie delle scienze umane ormai da decenni.

L’idea è simile a quella sostenuta da Alberto Bagnai in campo economico: la costruzione europea è il frutto di una vera e propria allucinazione collettiva, di un’utopia diffusa e dura a morire, che si è sedimentata a tal punto nei cervelli delle classi dirigenti europee (ma anche in una vasta parte della popolazione) da non riuscire a esserne estirpata neppure di fronte all’evidenza della dannosità insita in questa stessa utopia. Dunque, come l’Euro è tuttora difeso a spada tratta nonostante gli enormi danni che ha contribuito a causare alle economie dei paesi mediterranei, così la costruzione europea nella sua declinazione di unione politica di nazioni diversissime in una sola grande federazione, è perseguita e portata avanti nonostante regole assolutamente basiche dell’antropologia culturale suggeriscano che si tratti di un progetto impossibile da realizzare, se non al prezzo di enormi violenze sui popoli e le nazioni europee.

Fermamente convinta che il metodo di analisi valido per le culture e società primitive sia adattabile e utilizzabile allo studio della moderna (e moribonda) civiltà occidentale, Ida Magli sostiene che l’elemento che ha dato la supremazia sul mondo per secoli al continente europeo sia l’enorme varietà di tradizioni, culture, religioni e specificità nazionali che costituiscono il ricco mosaico a cui viene dato il nome di Europa. Proprio questo mosaico, tuttavia, è ciò che impedisce all’Unione Europea di concretizzarsi con successo.

Secondo la Magli, una nazione europea non esiste affatto, non è mai esistita e mai esisterà, perché ne mancano totalmente i prerequisiti. Non esiste alcuna lingua europea comune, né tanto meno una cultura comune, un sentire comune che affratelli i popoli dell’Europa in maniera tale da renderli idonei a condividere il medesimo spazio pubblico, a far parte della medesima sostanza etica che è lo Stato. Tra i popoli europei ci sono stati secoli di guerre terribili, conquiste e sopraffazioni reciproche; la pace tra loro è certamente possibile e auspicabile, così come accordi internazionali, ma solamente tra nazioni che mantengano saldamente il controllo della propria sovranità e che coltivino un rispetto reciproco per l’indipendenza l’uno dall’altro.

Nel 1997, invece, secondo Ida Magli, si è fatto l’esatto opposto. Si è dato il via a una costruzione burocratica elefantiaca e priva di qualsiasi spiritualità, di qualsiasi elemento vitale che potesse far sentire le diverse nazioni componenti l’Europa politica un unico insieme di persone, un “popolo europeo”. Le istituzioni europee sono nate e cresciute nell’assenza più totale di una critica, in un contesto per il quale è sembrato a tutti (tranne che a lei, autrice di un pamphlet Contro l’Europa risalente agli albori di Maastricht) che quella dell’integrazione europea fosse l’unica via percorribile, nonché quella conducente al migliore dei mondi possibili.

Di sicuro, in un periodo dove, a causa delle le crescenti tensioni e problematiche che stanno affossando l’Unione Europea, è molto probabile che inizino a spuntare presunti anti-europeisti della prima ora (in piena tradizione italica, dove il 26 aprile 1945 comparvero schiere di “antifascisti da sempre” mai viste prima) è doveroso tener presente chi, come Ida Magli, a questa utopia tramutatasi in tragica distopia, ha opposto sin dall’inizio dubbi ragionati e ha però avuto seguito e giustizia solamente in tarda vecchiaia.