Il futuro dell’Italia fra immigrazione e denatalità

Il futuro dell’Italia fra immigrazione e denatalità

In alcuni decenni i figli di immigrati supereranno il numero dei figli di autoctoni. Allo stato delle cose, ciò è previsto in molte zone d’Italia intorno al 2050. La cosiddetta “italianità” sarà solo un ricordo. Il paese è avviato a diventare multietnico e multiculturale in modo radicale.” (“Il cambiamento demografico”, Editori Laterza 2011, p.174, a cura del Comitato per il progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana).

Passeggiando una domenica mattina sul lungolago di Verbania, all’improvviso l’attenzione viene catturata da un paio di immagini capaci, nel giro di pochi secondi, di render conto della realtà al pari, se non meglio, di tante conferenze e analisi sociologiche.

Cosa hanno in comune tre nerissimi ragazzotti – ben pasciuti e puntualmente dotati di smartphone e cuffiette – in fuga da chissà quale tragedia mediatica, ed un passeggino con a bordo due cani? Semplice: rappresentano in maniera eloquente lo stato di decadenza in cui versa l’Italia.

Il passeggino che trasporta cani anziché bambini è l’immagine di una società che da anni ha rinunciato a fare figli, volgendo agli animali attenzioni ed energie decisamente sproporzionate.

Come hanno avuto modo di denunciare in due recenti articoli Tommaso Scandroglio (“Le vere cause dell’inverno demografico”, pubblicato dal sito Corrispondenza Romana.it lo scorso 25 maggio) e Francesco Alberoni (“L’Occidente e l’era delle culle vuote”, pubblicato da il Giornale del 29 maggio scorso), la denatalità – vera piaga nazionale degli ultimi decenni – non è l’effetto di gravi calamità, epidemie o guerre, spaventose carestie o crisi economiche abbattutesi su di noi. No, la denatalità con cui oggi dobbiamo fare i conti è il frutto degli stili di vita, socialmente suicidari, dettati dal liberalismo e dal progressismo imperversanti in Italia da almeno cinquant’anni.

Modelli esistenziali pregni di individualismo – capaci di oscurare la natura sociale dell’essere umano e l’ordine morale in cui essa è radicata – hanno creato i presupposti per la sparizione del popolo italiano, destinato ad essere soppiantato dai milioni di immigrati di cui i fautori del Nuovo Ordine Mondiale si servono per dar vita alle nuove società europee, finalmente liberate dalle ingombranti sovranità e identità nazionali.  

I tre giovanotti diversamente pigmentati – ben nutriti e trasandati al pari di tanti (troppi!) coetanei autoctoni (segno evidente di mondialistica integrazione (1): fanno ribrezzo allo stesso modo) – che dall’Africa subsahariana si son trovati catapultati nel Nord Italia, sono i “nuovi italiani”, ovvero coloro che colmeranno il vuoto non solo fisico, ma anche morale, degli italiani che stanno rinunciando ad esistere come popolo erede di una civiltà millenaria.

Sia chiaro, chi scrive non crede affatto che l’invasione di stranieri in atto sia il naturale effetto prodotto da un vuoto demografico da colmare. Semmai, questa è la scusa con cui alcuni immigrazionisti giustificano e addirittura invocano l’arrivo dei “migranti”. Vuoto che certamente esiste, ma che potrebbe benissimo essere riempito dagli stessi italiani, qualora si decidessero a cambiare il proprio stile di vita. E qualora, occorre affermarlo, il quadro politico mutasse in senso patriottico: ma anche questo altro non potrebbe essere che l’effetto di mutati modelli culturali e comportamentali.   

Forte, però, è la convinzione circa la colpevolezza di troppi italiani per il vuoto morale che ha condotto tanto allo spaventoso calo demografico, quanto alla sostanziale incapacità di reagire alla decretata sentenza di morte del nostro popolo, pronunciata dal potere mondialista e accettata dai suoi lacchè nostrani.

Colpevolezza delle classi dirigenti democratiche succedutesi alla guida della Nazione, le quali, in maniera sempre più evidente, non si sono preoccupate affatto di perseguire il vero ed oggettivo bene comune degli italiani (quello fondato sulla conformità all’ordine naturale, sul rispetto delle peculiarità nostrane e sulla promozione dell’interesse nazionale), ma anche di quella parte del popolo che ha voltato le spalle ai sani costumi della nostra migliore tradizione religiosa e civile, per seguire le mostruose e distruttive illusioni del progressismo.

Perché la Patria terrena continui a vivere, radicata nella sua millenaria identità, è necessario, dunque, che si realizzi una netta inversione di tendenza, capace di restituire agli italiani la volontà e la consapevolezza di vivere come popolo che realizza nella storia la propria missione.

Inversione di tendenza che non può, tuttavia, scaturire dal nulla, bensì dall’esempio edificante e contagioso di una parte di italiani che sappia ergersi alla dignità ed al ruolo di sanior pars della nazione.

Note

  1. Integrazione nel senso di omologazione allo standard mondialista. Quando i nostri politicanti parlano di integrazione – una delle parole d’ordine del vocabolario mondialista – non si riferiscono affatto ad un processo di adeguamento degli stranieri all’identità della nazione che li accoglie, bensì ad un processo di cambiamento e di adeguamento a nuovi modelli che coinvolga tutti, immigrati e autoctoni, al fine di dar vita a nuove forme di convivenza. Del resto, le masse di immigrati che, senza soluzione di continuità, giungono in Europa, è proprio a questo che servono: disintegrare i popoli e le loro identità nazionali (operazione già avviata da decenni di cultura e di politica liberal-progressista).