Un incontro sulle strade d’Europa

Un incontro sulle strade d’Europa

They don’t let us cooking our sausages as we want”. Ne fa una questione di salsicce, il compito signore inglese che incontro, una sera di primavera, mentre beve rilassato guardando le crete senesi. La moglie, un’occhialuta sessantenne, approva decisa. “Yes, it’s a matter of sausages: how can we help other countries, if we lose who we are?”.

È l’ora che non c’è, quella sospesa tra il tramonto e la sera, e me ne sto seduto sotto al pergolato, ascoltando incuriosito questi tranquilli signori, che sono tutto fuorché rivoluzionari nel senso caciarone e mediterraneo del termine.

Quel “They”, l’entità impersonale e molesta che impedisce loro di cucinare, è l’Unione Europea. E la loro risolutezza mi colpisce, perché vi trovo un’ostinazione senza rabbia, una forza tranquilla che mi fa sperare. Sarebbero pronti a lasciare l’Europa delle banche per un’Europa dei fornelli. Li ammiro.

Ciò che traspare, è l’estrema preoccupazione di quegli Inglesi – davvero Inglesi standard – per la perdita della propria identità. Per la perdita delle tradizioni più semplici, che sono sempre più scolorite dall’estremo rigore dei signori di Bruxelles nel dettare regole assurde e dettagliate, salvo poi mostrare estrema viltà nei confronti dei temi decisivi.

La rete in cui pesca l’Europa, mi dicono, è a maglie larghe e a maglie strette: consente l’ingresso indiscriminato di milioni di stranieri, spesso ostili, e vieta ad un popolo di cucinare come fa da secoli. Determina il peso delle aringhe che possono essere pescate, e concede il passaggio ed il soggiorno ad una moltitudine ostile.

Parliamo. Parliamo a lungo, non solo di Brexit. Parliamo di Europa.

La luce si va spegnendo, attorno, eppure non me ne accorgo. La signora mi parla delle periferie di Londra, dove vige la Sharia, e mi chiede cosa ne sarà di loro. Io non rispondo, la guardo e mi dispiace, perché quella buona persona sta perdendo il suo mondo.

“Sa, da noi non è così diverso: pensi, a scuola non possiamo raccontare le fiabe, perché fra poco parlare di principi e di principesse sarà reato. Dovremo parlare di principi che si amano fra loro, e di principesse in carriera, sole, spregiudicate”.

Nel cuore d’Europa, in un paesaggio che è stato culla della mia civiltà, parlo con quei signori venuti da lontano e mi rendo conto di quanto fievole sia la luce che ci rimane. La consapevolezza del declino dell’Europa, noto, è forte anche in altri Paesi. Un senso di impotenza, di rassegnazione che è difficile scacciare, si affaccia sempre sulla nostra conversazione che vorrebbe essere distesa.

Allora, temendo che il signore sprofondato nella sua poltrona mi tiri in testa il Brunello, timidamente dico “Well, Putin… he is helping us…”. Sono stupito nel vedere la loro reazione: la signora si illumina, mi dice “Yes, I’m Christian, and he is protecting Christians in Syria. He is helping us”.

Parlo allora del concerto di Palmira, dell’orchestra di San Pietroburgo che ha suonato fra le rovine, e lo ammetto: è la cosa più rassicurante di cui abbia avuto notizia quest’anno.

Probabilmente la sera, il luogo, il vino, non ci hanno aiutato a tener ferma la conversazione, eppure ho trovato in loro una grande coerenza, una grande pace, e soprattutto la tranquillità di chi sa fermamente chi è.

Una sera, fra le strade d’Europa, ci siamo incontrati e ci siamo riconosciuti.