Cassazione: sì a stepchild adoption. Aggirata la volontà del Parlamento

Cassazione: sì a stepchild adoption. Aggirata la volontà del Parlamento

Con la sentenza 12962/16, la Suprema Corte di Cassazione, con un colpo di spugna, ha rimosso tutti i dibattiti parlamentari che hanno animato l’approvazione della famigerata legge Cirinnà, inserendo per via giurisprudenziale la famigerata stepchild adoption. Attraverso una reinterpretazione della legge 184/83 in materia di adozioni, è stato rigettato il ricorso avanzato dalla Procura Generale della Corte di Appello di Roma, la quale aveva impugnato una sentenza con cui la stessa Corte aveva riconosciuto ad una donna il diritto di adottare la figlia della compagna, avuta attraverso fecondazione eterologa in Spagna.

Respinta anche la forte presa di posizione del Sostituto Procuratore Generale della Cassazione, Consigliere Francesca Ceroni, la quale, in sede di requisitoria in pubblica udienza, aveva chiesto, giustamente, che la questione fosse rimessa alle Sezioni Unite, trattandosi di “questione di massima di particolare importanza”. Netto il diniego del collegio della Prima Sezione Civile, Presidente Di Palma, che preferisce anche non motivare tale scelta negativa, se non facendo riferimento ad altri casi vertenti su temi etici non rimessi al massimo organo della Corte.

Due i motivi di ricorso avanzati dal Pg della Corte di Appello di Roma. Con il primo motivo, il ricorrente si è lamentato della mancata nomina, a favore della minore, di un curatore speciale, ossia una persona che, in sede processuale, ne rappresentasse gli interessi. Si è ritenuto, infatti, che dovendosi indagare il “preminente interesse del minore”, la madre biologica potesse essere potenzialmente in conflitto di interessi con la figlia, essendo anche compagna della richiedente l’adozione.

La Corte di Cassazione, sul punto, attraverso le parole dell’estensore della Sentenza, Consigliere Acierno, ha negato che vi potesse essere un tale conflitto. Dopo un profluvio di richiami a trattati internazionali e convenzioni a tutela del fanciullo, infatti, il nocciolo della questione è stato così individuato: o il ritenuto conflitto è frutto del preconcetto discriminatorio contro le coppie omosessuali, e allora la tesi non può essere accolta; oppure, non vi è conflitto di interessi potenziale. Il conflitto concreto, d’altronde, è giudizio di merito non affrontabile di fronte alla Cassazione. Di qui, il rigetto del primo motivo. La velata accusa di “omofobia”, che chi ha scritto la motivazione della decisione muove al ricorrente, chiude ogni approccio ermeneutico. Porta sbattuta in faccia, con buona pace del Diritto.

Con il secondo motivo di ricorso, invece, si è lamentata l’errata applicazione delle norme sull’adozione “in casi particolari”, disciplinata dall’art. 44 della l. 184/83. In particolare, secondo la tesi della Procura, la frase contenuta nella lettera d) di quell’articolo, che prevede l’adozione nei casi di “constatata impossibilità di affidamento preadottivo”, va interpretata in senso stretto, nel senso che vada accertata nei fatti una situazione di abbandono o semi-abbandono non altrimenti rimediabile. Questo per non aggirare surrettiziamente quanto previsto dalla lett. b) dello stesso articolo, il quale consente solamente l’adozione del figlio del coniuge, escludendo così la possibilità di adozione fuori dai casi di coppie regolarmente sposate.

Ed è proprio nel rigettare questo punto che la Cassazione supera se stessa. Alla fine della lunga ricostruzione dell’istituto, la risposta, in termini chiari e comprensibili, è stata questa: posto che l’impossibilità di cui parla la norma è di tipo giuridico (ossia, manca una norma che legittimi l’affidamento in pre-adozione per quel caso particolare), allora l’indagine sul superiore interesse del minore e sulla possibilità dell’adozione deve prescindere dall’orientamento sessuale della richiedente e dalla natura della relazione che questa ha con la madre biologica. Tutto ciò, sulla base dell’assunto, enunciato ma non compiutamente dimostrato, secondo il quale mancano evidenze scientifiche dotate di un elevato grado di probabilità circa eventuali conseguenze dannose in capo al minore derivanti dalla omogenitorialità.

Questa sentenza, condita nelle 44 pagine che la compongono di numerosi rinvii alle normative europee, che ricordano un po’ il leit motiv della nostra politica “lo vuole l’Europa”, di fatto legittima:

  • che una coppia omosessuale di donne, oggi unita con legge Cirinnà, si rechi all’estero e una delle due ottenga l’inseminazione artificiale eterologa;
  • che una coppia omosessuale, sempre in barba alla legge italiana, si rechi all’estero e acquisti un figlio con maternità surrogata (Vendola docet);
  • il bambino venga stabilmente inserito nella “coppia”;
  • si vada in Tribunale per chiedere l’adozione ai sensi dell’art. 44 lettera d) della l. 184/83;
  • si dimostri che vi sia una relazione affettiva e un interesse del bambino ad essere adottato dall’altro coniuge, per dare veste giuridica ad una situazione creatasi di fatto e contro la legge.

In questo modo, contro la volontà sovrana del Parlamento, che a seguito di dibattiti ha escluso dalla Cirinnà la stepchild, le coppie gay potranno surrettiziamente avere figli.