La storia di un gallo africano, tra sangue e complessi di colpa

La storia di un gallo africano, tra sangue e complessi di colpa

Un gallo africano di metallo fuso, conservato nel Jesus College di Cambridge, è divenuto alquanto famoso quest’anno, dopo che gli studenti “liberal” del College – economicamente e socialmente molto esclusivo, e ormai multirazziale e politicamente corretto – hanno chiesto la sua rimozione e il suo ritorno in patria, in Nigeria, presso la tribù Edo che lo aveva originariamente prodotto. Il College ha ceduto alla pressione e accettato di acconsentire alla proposta fatta, fra gli altri, da uno studente nato a Londra, ma orgogliosamente di razza Edo. La responsabile per l’ ”uguaglianza razziale” del College, Ore Ogunbiyi, ha a sua volta definito la decisione un passo “nella giusta direzione”, un evento “eccitante e importante e rivoluzionario”.

Per capire il significato storico del gallo in questione, dobbiamo tornare alla fine del XIX secolo, in piena era coloniale, quando i britannici fanno pressione sull’Oba (il re del Benin, regno nell’attuale Nigeria meridionale, da non confondere col Benin moderno) per imporgli il protettorato inglese. Il re in questione non vuole il protettorato, anzi non vuole proprio gli inglesi, e per spiegarsi meglio ne fa arrestare nove che si trovano a vario titolo sul suo territorio e li fa giustiziare. A questo punto, la gran madre della democrazia moderna ne approfitta per organizzare una missione di pace, che all’epoca si chiamava ancora “spedizione punitiva”. Nel 1897, una missione navale britannica sbarca 500 militari a Benin City e comincia la rappresaglia. Il Benin – uno dei regni più potenti e meglio organizzati del continente nero – può mobilitare guerrieri a decine di migliaia, ma i britannici hanno armi moderne, che sviluppano un volume di fuoco impareggiabile: i testimoni racconteranno di mitragliatrici maxim che falciano i difensori e li fanno cadere dagli alberi “come noccioline”.  La strage continua spietata per dieci giorni, fino a che gli inglesi raggiungono il palazzo reale, lo saccheggiano e lo radono al suolo. Un ufficiale medico della spedizione racconterà in seguito della bellezza artistica degli idoli contenuti nel palazzo reale, che sono però incrostati di sangue umano rappreso e grondanti di sangue fresco, e dell’orrore dei resti di corpi umani sacrificati in crudeli riti pagani. Il sangue versato dalla plurisecolare superstizione africana è lavato dal sangue versato dalla moderna democrazia inglese; l’Oba viene esiliato, il potere del regno del Benin è spezzato per sempre. Il tesoro reale – detto “i bronzi del Benin” – viene portato in Gran Bretagna e venduto per rientrare nei costi della missione.

Nel 1930, uno dei “bronzi” più importanti, il gallo di cui parliamo, finisce allo Jesus College, lasciato in eredità da un veterano della spedizione. Il gallo, impettito a simboleggiare la fierezza del re del Benin, resta a far mostra di sé nel college come trofeo dell’imperialismo inglese e delle sue glorie militari fino ai nostri giorni, quando, in obbedienza al nuovo politicamente corretto e all’ideologia multirazziale, diventa improvvisamente imbarazzante. Il trofeo torna a essere un simbolo di orgoglio africano: la prova che anche l’Africa aveva uno stato organizzato con arte e cultura propri. Il gallo di metallo deve tornare in Nigeria!

Tuttavia, proprio lo studio del mitico gallo africano rischia di svelare un aspetto dimenticato, antico e paradossalmente anche attuale del problema. L’opera d’arte voluta dal re del Benin come simbolo del proprio potere e della propria cultura è stato realizzato fondendo le monete con le quali i mercanti di schiavi pagavano la merce umana ai venditori, essi stessi africani! Il gallo è simbolo dell’arte africana, ma al tempo stesso anche della disponibilità degli africani a vendere sistematicamente per generazioni i propri fratelli come schiavi. La vendita di propri simili era vista non solo come “normale”, ma persino come fonte di ricchezza e prodotto da esportazione del quale andare fieri!

A questo punto, ci permettiamo di porre alcune domande ai protagonisti di questa storia singolare.

La democrazia liberale anglosassone non è il sistema ideologico che proclama di portare in tutto il mondo “la pace, i diritti umani e l’uguaglianza”? I sostenitori di questo sistema non dovrebbero farsi un esame di coscienza storico, prima di arrogarsi il diritto di scatenare le loro “missioni di pace” e di giudicare i propri nemici nelle diverse “Norimberga”? Se oggi il sistema liberale si vergogna delle missioni come quella contro il re del Benin, non dovrebbe – per semplice coerenza e logica – vergognarsi anche di quelle più recenti in Iraq, Libia, Siria? Gli idoli della reggia, dicono i testimoni, apparivano belli, ma grondavano sangue umano – fresco e rappreso – e tutto il luogo odorava di sangue e cadavere: i moderni idoli democratici e progressisti del post-68, a cominciare dal controllo delle nascite e dalla libertà di aborto, sono poi tanto diversi da quelli distrutti a Benin City nel 1897?

Dall’altra parte, tutti coloro che vogliono colpevolizzare in blocco i bianchi per il loro colonialismo in ogni sua forma e esigono dai bianchi stessi, ma di oggi, un mea culpa permanente, dovrebbero essere altrettanto logici e coerenti: sono disposti a glorificare tutto il passato africano precoloniale? Sono pronti a rivendicare i massacri intertribali tra neri, il ritorno ai sacrifici umani e al cannibalismo, la vendita in massa di propri fratelli di razza, magari per finanziare il proprio sviluppo economico? Se si ritiene che il gallo di metallo, nato dalla fusione di denaro frutto dell’esportazione di schiavi dall’Africa, sia un simbolo tanto importante e positivo, non dovremmo magari – sempre per coerenza – produrne altri di galli e regalarli come premio ai moderni scafisti? O pensiamo veramente che le tratte di schiavi del passato siano tanto peggiori di quelle moderne?

E ancora: se gli africani del Regno del Benin (e non solo quelli) non volevano saperne di integrarsi in un sistema moderno e liberale come quello britannico di allora – tanto che è stato necessario un bagno di sangue per costringerli – perché mai i loro discendenti che arrivano in Europa dovrebbero comportarsi tanto diversamente? Fino a che il Sistema capitalistico sembra funzionare, il singolo immigrato può provvisoriamente adattarsi abbastanza da non creare problemi. Ma se pensiamo a periodi di crisi profonda, come quello che sembra essere in arrivo in Europa oggi, con instabilità sociale e disperazione, appare chiaro che il singolo cercherà istintivamente rifugio nel proprio gruppo naturale, riunito intorno alla propria identità storica, etnica e culturale, e il gruppo riscoprirà il proprio passato, con tutte le rivalità, le vendette e gli attriti sociali del caso. La stessa Nigeria, che si prepara a accogliere lo storico gallo di bronzo, non è forse stata “inventata” dagli stessi colonialisti inglesi? Non ha forse realizzato la sua “unità nazionale” con la guerra del Biafra (1967-1970) e il conseguente massacro del popolo Ibo, che rivendicava il proprio diritto all’autodeterminazione e alla libertà? Siamo veramente disposti a rischiare nelle nostre città tante battaglie come quelle del 1897 nel Benin o quelle della guerra del Biafra? Vogliamo vedere le nostre strade disseminate di cadaveri e fiumi di sangue?

La posta in gioco è molto più alta di un semplice galletto di bronzo.