Referendum su Italexit? Tecnicamente è possibile

Referendum su Italexit? Tecnicamente è possibile

Dopo la vittoria del Leave nel referendum indetto in Gran Bretagna sulla permanenza nell’Unione Europea, i principali esponenti dei partiti anti-Unionisti si sono affrettati a proporre anche per l’Italia un’analoga consultazione. Immediate le reazioni dei soloni al soldo dei burocrati di Bruxelles: in Italia non si può fare, è vietato dalla Costituzione. Questo è solo parzialmente vero.

L’art. 75 della nostra Carta Costituzionale disciplina il referendum abrogativo, istituto di democrazia diretta con il quale i cittadini sono chiamati ad esprimersi sulla proposta di abrogazione di una norma dal nostro ordinamento. Al comma 2 dello stesso articolo, sono indicate varie materie sulle quali non può essere indetto, che vanno integrate con l’elenco frutto dell’elaborazione giurisprudenziale della Corte Costituzionale. Fra queste materie, è espressamente previsto che non è ammesso il referendum per le leggi di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

La stipula dei trattati internazionali è di natura governativa. È il governo che tratta, conclude e stipula, attraverso l’amministrazione consolare, i trattati, che vanno, in base all’art. 87 comma 8 della Costituzione, ratificati dal Presidente della Repubblica. Solo in alcuni casi, indicati dall’art. 80 Cost., la ratifica deve essere autorizzata con legge del Parlamento. Questi sono: quelli di natura politica, quelli che prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari, o importano variazioni del territorio od oneri alle finanze o modificazioni di legge. Per le altre materie, uniche forme di controllo esercitabili dal Parlamento sono le interpellanze (versione soft) o la fiducia (versione forte), che può essere negata nel caso il governo travalichi l’indirizzo politico su cui si regge il “patto” costituzionale tra poteri legislativo ed esecutivo.

La Corte Costituzionale ha esteso l’inammissibilità ai referendum abrogativi di leggi di recepimento di Trattati internazionali, ovvero di esecuzione degli stessi, per l’identità di ratio che accomuna tali situazioni con la previsione della Carta Fondamentale. Quindi, fin qui, nessun dubbio sul fatto che un eventuale referendum per l’abrogazione della legge che autorizza l’adesione all’Unione Europea o che autorizza la ratifica del Trattato di Lisbona, non sarebbe possibile. E a ragione. Non si può rompere un accordo diplomatico da un momento all’altro. Pacta sunt servanda, anche nel diritto internazionale, anche se l’Italia non sempre se ne ricorda.

Quindi, è del tutto impossibile immaginare un referendum sull’uscita dell’Italia dalla Ue? Niente affatto. I meno giovani senza dubbio ricorderanno che nel 1989, contestualmente alla terza tornata delle elezioni del Parlamento Europeo, si decise con referendum consultivo se dare anche allo stesso organo mandato per redigere una Costituzione per l’Europa. Prevalsero i sì nettamente in quell’occasione, anche se poi la Costituzione Europea non è mai passata. Ovviamente, in quel caso, nessuno ritenne che una tale consultazione fosse incostituzionale. Tale referendum consultivo, infatti, venne indetto con legge costituzionale ad hoc, ossia una legge adottata con le stesse procedure aggravate richieste per una modifica della costituzione.

Quindi, effettivamente, un tale referendum sarebbe possibile. Per realizzarlo, però, non occorrono firme, ma la convergenza di una maggioranza parlamentare qualificata che abbia il coraggio di rimettere al popolo italiano la decisione se permanere o meno nella Ue.

Se qualcuno volesse proprio insistere che una tale Legge Costituzionale, di indizione di referendum consultivo per la permanenza dell’Italia, sarebbe… incostituzionale, per contrasto con una norma costituzionale, risponderemmo con due argomentazioni. La prima è che tale legge introdurrebbe una norma eccezionale, coperta da due precedenti nella nostra storia costituzionale, il referendum, appunto, del 1989 e quello del 1946. Una tale deroga, una tantum, non muterebbe l’assetto costituzionale, in quanto la natura meramente consultiva dello stesso richiederebbe comunque una procedura legale di attuazione della volontà popolare. In secondo luogo, la procedura di recesso prevista dall’art. 80 del Trattato sull’Unione Europea rappresenta un diritto costituzionalizzato, per mezzo della clausola contenuta nell’art. 117 comma 1 della Costituzione, che deve essere riconosciuto in primis ai cittadini e non riservato ai governi, proprio secondo le norme fondamentali dell’Unione. Comprimere, per volontà politica, il diritto del popolo italiano, sebbene legalmente possibile, sarebbe una non legittima compressione del residuo di sovranità che pur resta al popolo italiano.