Regno Unito fuori dall’Europa, europeisti fuori dai gangheri

Regno Unito fuori dall’Europa, europeisti fuori dai gangheri

51,8%: questa è la percentuale di cittadini britannici che ha deciso di restituire a Londra la propria totale indipendenza dalla cosca europea. E’ un risultato disomogeneo e con poco scarto, complice anche il triste episodio che nei giorni scorsi ha scosso l’opinione pubblica e soprattutto il terrorismo mediatico montato ad hoc dagli speculatori della sterlina. Probabilmente, per la Corona si prospettano momenti difficili (la “famiglia” non la fa passare liscia a chi abbandona), ma si apre la strada della speranza e della libertà.

Ovviamente, non sono mancate le reazioni isteriche e infantili dei cosmopoliti radical chic, coloro che probabilmente hanno incrociato le dita quando la deputata Jo Cox ha esalato l’ultimo respiro, speranzosi che questo “sacrificio” avrebbe spostato l’opinione pubblica dalla parte del Remain.

Di colpo, quello britannico diventa un popolo di ignoranti che non deve avere diritto al voto. Lo stesso popolo che fino a pochi giorni fa veniva osannato per aver approvato i matrimoni fra persone dello stesso sesso, lo stesso Paese simbolo del mondo che cambia, per via della natura multiculturale di molte città, lo stesso Paese meta dei giovani cosmopoliti, disposti a lavare i gabinetti per farsi l’esperienza all’estero.

Niente Union Jack sul profilo social, quindi. Qualcuno addirittura piange, incolpa i populisti, i nazionalisti, qualcuno azzarda a tirare in ballo persino Trump. Ma davvero la decisione è stata influenzata dal solo rapporto con l’immigrazione? E’ innegabile che il fenomeno migratorio abbia inciso sull’opinione (sia a favore che contraria), ma occorre tuttavia considerare che la decisione era principalmente di matrice economica, contro lo strapotere speculativo della Germania merkelliana. Ma quest’ultimo aspetto sembra ignorato, volutamente o meno, da chi è commosso ogni volta che vede sventolare la bandiera blustellata. Per queste persone, l’Europa è un’idea fine a se stessa, fatta di pace e amore, in cui tutti (gli europeisti) sono felici e non hanno difficoltà economiche. E chi le ha, se le è cercate, l’Europa non ne ha colpa, perché l’Europa pensa ai diritti (non quelli sociali) e porta pace e libertà.

Per i “democratici”, nostrani e non, i referendum sono espressione della volontà popolare solo quando il risultato è a loro congeniale, sia esso il referendum sulla Repubblica, sul divorzio, sull’acqua, sul nucleare, sul colore delle mattonelle della cucina del Quirinale, su quel che si vuole. Per tali persone, il popolo è intelligente o stupido a seconda di cosa vota. Poco importa se il voto è attentamente ponderato anche dall’ultimo dei contadini che ha deciso di informarsi prima di mettere la croce. Per essere davvero una persona aperta al futuro e non un “populista ignorante e retrogrado” bisogna scegliere ciò che ci dicono i benpensanti da salotto, poiché essi hanno la verità in tasca. Eppure, oggi nel loro sogno si è formata una piccola crepa. Ora per recarsi in UK dovranno necessariamente perdere una mattinata in Questura per i documenti e la speranza di un mondo unito, la cui identità è fondata solo su antirazzismo, antifascismo, antiomofobia, antignoranza, antireligione, antistoria, antitutto (tranne, ovviamente, anticapitalismo), si allontana. Non importa se questo loro “egoismo ideologico” è causa di povertà e crisi, i poveri diavoli che non hanno da mangiare sono un piccolo prezzo da pagare per avere un’Europa ed un mondo uniti, fatti di diritti e caratterizzati dal feticcio del progresso.

Dal canto nostro, è bene frenare gli entusiasmi. Sul breve termine, non è detto che la situazione economica britannica subisca un’impennata dall’oggi a domani, è probabile che, come detto all’inizio, i primi tempi non siano così facili. Ma la storia ci insegna che Londra, nel bene o nel male, ne è sempre uscita a testa alta.