We want our countries back

We want our countries back

E infine è Brexit.

Il popolo britannico ha votato e ha votato no al progetto dell’Unione Europea, no nonostante i privilegi ottenuti dal governo conservatore nelle contrattazioni con Bruxelles, e veramente bisogna dire che è una vittoria del popolo e di popolo.

Il Leave e il sì alla Brexit vince contro tutti i pronostici, vince contro i pareri discordanti di tutte le cancellerie del continente, vince contro il parere non richiesto di Obama e dei cugini yankee d’oltreoceano, vince contro i pareri dell’Economist e del Financial Times e dei sette mila elettori della City del collegio elettorale centrale di Londra che hanno votato al 75% Remain. Vince la gente comune e il suo attaccamento alla propria nazione, contro le intellettualistiche e radical chic inclinazioni delle ricche Oxford e Cambdrige, vince l’Inghilterra profonda sulla Londra apolide e senza identità di Sadiq Khan, unico baluardo del sogno utopico e mostruoso di un progetto politico fondato sull’accantonamento delle identità nazionali dei popoli.

Devo essere onesto: non sono certo un fan della democrazia rappresentativa e tanto meno della democrazia diretta, e mi rammaricavo che la massa, troppo facilmente manipolabile dalle proprie élite, così come da fatti estemporanei come la tragica morte della deputata Jo Cox, potesse oggi mancare di giudizio. Rammaricavo che una nazione ricca di tradizione come l’Inghilterra non avesse attinto a proprie istituzioni storiche come la monarchia o anche la Camera dei Lord – che o si riducono a gingilli turistici o debbono pur giocare un qualche ruolo politico effettivo – eppure, oggi è bastato il buon senso popolare.

Il popolo, trasversalmente da destra a sinistra, ha votato no a questo tipo di Europa.

I distretti rurali, tendenzialmente conservatori e considerati pro Brexit, sono stati raggiunti nel loro sì all’indipendenza e alla sovranità dai collegi operai del Nord dell’Inghilterra, quelli tradizionalmente “rossi” e laburisti, dove ancora si sentono le ferite del thatcherismo, e che pure hanno massicciamente votato Leave, ribaltando tutti i sondaggi.

Sono questi gli elettori che hanno ribaltato i pronostici, la classe operaia inglese che in questo referendum ha voltato le spalle al proprio partito di riferimento.

Da oltre Manica, arriva un messaggio forte e chiaro alle anonime stanze della tecnocrazia anazionale della UE, e cioè che è il popolo, il popolo legato al proprio suolo, legato alle proprie origini, legato alle proprie comunità, legato alle proprie tradizioni, che non vuole questa unione.

E’ il popolo che non vuole rinunciare alla sovranità, è il popolo che non vuole rinunciare all’identità, è il popolo che vuole poter controllare le proprie frontiere per tutelare se stesso, i propri interessi, e anche la propria stessa sopravvivenza, nel giustificato timore di non vedersi scomparire in un indistinto calderone di etnie tutte uguali e sostituibili, come bulloni di un immenso meccanismo di produzione e di un profitto a cui si può accedere sempre più magramente.

E’ il popolo che dice no ai ricatti finanziari dei signori della City, che minacciano impoverimento e sconquassi in caso di un voto contrario alle proprie aspettative.

E’ il popolo che dice no alla mondializzazione, che vorrebbe strappare l’anima delle nazioni tramite la dittatura del denaro e un sistema che, distribuendo sempre più in maniera diseguale la ricchezza, pretende che i popoli debbano anche ringraziare per tutto ciò che non ricevono, secondo il dogma dell’infallibilità e dell’insostituibilità dell’attuale sistema liberalcapitalista di stampo mondialistico.

Adesso si sgretoleranno molte delle profezie di sventura propagate a larghe mani dai vari Juncker, Renzi e Merkel. Dopo aver detto che il Regno Unito non avrebbe mai ottenuto uno status privilegiato nella UE, esso, richiedendolo con insistenza, l’ha ottenuto; dopo aver detto che la Brexit non avrebbe mai vinto, questa invece si è affermata; dopo, infine, aver pronosticato mille disgrazie per il Regno Unito, si vedrà chiaramente che, dopo qualche normale assestamento a livello borsistico, il Regno Unito continuerà a prosperare.

Adesso, per salvare il salvabile, ci racconteranno sicuramente che, in fondo, era ovvio che il Regno Unito uscisse della UE, per la sua storia e le sue specificità, ma che in alcun modo potrà essere il destino delle altre nazioni…

Che credibilità avranno, dopo oggi, le parole di tutti questi signori?

Cameron, coerentemente, si è dimesso dopo la sconfitta del Remain e saranno indette per l’autunno elezioni anticipate, che potrebbero forse essere vinte dai Tories, sotto la nuova guida del leader del fronte del Brexit, Boris Johnson. Forse la Scozia, fortemente europeista, potrebbe a questo punto recuperare le proprie ambizioni e velleità indipendentiste.

Comunque, prima di guardare, cosa assolutamente necessaria e doverosa, al dopo, si dovrebbe anche ricordare da dove è partita questa corsa alla Brexit.

Indietro, cioè, fino al lontano 1974, quando in Europa i parlamenti, tenendone all’oscuro i propri popoli, approvavano i progetti di costituzione di un mercato unico europeo.

Allora, la Gran Bretagna si distinse dai propri colleghi per l’operato di due uomini politici, si potrebbe dire uno di estrema sinistra e uno di estrema destra. Furono, infatti, le isolate voci di Tony Benn, dell’ala sinistra dei laburisti, e di Enoch Powell, l’anima nera, colta e letterata, del partito conservatore, espulso dal suo partito per essersi definito “razzialista” e contrario all’invasione migratoria che già allora iniziava a essere in atto, a chiedere un referendum contro il mercato unico.

Il primo, perché vi vedeva un potente mezzo di ricatto del capitale multinazionale nei confronti delle classi lavoratrici; il secondo, perché vi vedeva l’inaccettabile abdicazione del principio di sovranità nazionale e di perdita di identità del proprio popolo.

Già da quel 1974, si vedeva che, davanti al mondialismo, la linea di demarcazione non stava nelle classiche categorie di destra-sinistra, quanto in quella nuova di mondialisti-patrioti.

Questa distinzione la faceva dopo le elezioni regionali francesi Marine Le Pen (personaggio certamente non privo di macchie o di possibili critiche). Questa distinzione è quella che ovunque si vede in Europa, dall’Austria nel serrato (e forse falsato) voto per le presidenziali, al voto del popolo britannico per riprendersi la propria nazione e riacquisire la guida del proprio destino.

Ci sarà il momento per ogni altra analisi sul futuro della UE e del Regno Unito, a partire da questo giorno, tuttavia oggi resta un fatto: al momento in cui si volevano dissolvere le nazioni e sostituirle con meccanismi e regolamenti, la gente del popolo, oggi quello britannico, domani speriamo tutti gli altri d’Europa, ha detto chiaramente, e ben più saggiamente di tanti presunti dotti, no, no e ancora no.