Brexit o Eurexit? Le ragioni di un allontanamento plurisecolare

Brexit o Eurexit? Le ragioni di un allontanamento plurisecolare

Mai come oggi, i pochi chilometri che separano la Gran Bretagna dal resto dell’Europa sembrano essersi dilatati a dismisura. Eppure, non è sempre stato così: c’è stato un tempo in cui Londra era davvero nel cuore dell’Europa e, diremmo, il simbolo stesso del nostro continente.

La domanda è quasi provocatoria: sono gli Inglesi ad essersi separati da noi, o siamo stati noi, nei secoli, a scavare un solco sempre più grande fra le due sponde della Manica?

Gli Europei, da sempre, hanno guardato alle Isole britanniche con sentimenti contrastanti.

Dapprima, ambizione e curiosità: terra di popoli leggendari, la Britannia è stata esplorata con molta cautela dai Romani, che solo in quattrocento anni sono riusciti a penetrarvi e a farla propria.

La romanizzazione della Britannia, peraltro, ha avuto esiti davvero mutevoli: terme, scuole, fori, città, da un lato; senso di isolamento, lontananza, estraniamento dall’altro. Basta leggere le poche righe dei legionari a presidio del Vallo per accorgersi di come, in realtà, il Romano in Britannia assomigliasse molto all’astronauta su un avamposto lunare. Era davvero l’orizzonte estremo della civiltà.

Eppure, quasi a sorpresa, spariti i romani – quattro secoli dopo Cristo – la romanità è rimasta a lungo in Britannia. Sono le epoche semileggendarie dei condottieri romano-britannici. Non vorremmo scomodare Artù, ma le saghe narrano, senza eccezioni, di un’ostinata fedeltà dei Britanni – anche molti secoli dopo la caduta dell’Impero – ad uno stile di vita ario-romano (urbanizzato, gerarchico, guerriero), difeso a costo di interminabili battaglie.

Soltanto dopo altri settecento anni, la fiamma di Roma sembra estinta in Britannia. Sono i tempi dei Germani, che con Guglielmo il Conquistatore spazzano via – apparentemente – gli ultimi elementi romanizzati. Eppure, anche in questo caso non si può parlare di vera frattura o di contrapposizione fra un mondo europeo ed un mondo britannico.

Ciò che resta inviolata, infatti, è la concezione tradizionale che informava – da sempre – la società britannica.

Tradizione, gerarchia, fondamento sacro della regalità. Si tratta di caratteri peculiari della società britannica che, nel frattempo, si avviava – senza scosse – a diventare società inglese.

Tali caratteri si sono preservati inalterati – e, anzi, si sono rafforzati – anche nei secoli successivi. Ma, attorno, il mondo cambiava.

La Francia, da sempre monarchia “gemella” – con incontri e scontri – di quella inglese, dapprima relegava la propria nobiltà ad uno spettro di se stessa, ubriacandola a Versailles; inevitabilmente, poi, crollava al contatto col volgo, a cui aveva concesso di non avere più Signori.

La Germania, che aveva dimenticato l’idea imperiale per perdersi in lotte religiose, naufragava in una costellazione di stati, membra sciolte di un corpo ormai decapitato.

Anche la Chiesa, del resto, ci metteva del suo, frapponendosi fra le diverse regalità terrene per affermare il proprio – contingente – primato, anziché ergersi a guida della Res Publica super-terrena.

L’Europa aveva perso il senno, rinnegando i pilastri della Tradizione e venendo travolta dall’ossessione del livellamento, del “progresso”, della negazione di ogni valore gerarchico. Persino i Re dovevano giustificarsi davanti a una folla di ciabattini. Allora, lentamente, il solco fra l’Europa e gli Inglesi si è ampliato.

Va detto che i malintesi sono stati molti, da entrambe le parti: troppo diverse erano le basi da cui muovevano la società inglese e quella – in senso lato – europea.

Inevitabile era che lo scontro si focalizzasse sull’economia: i secoli delle navi, del carbone, del tessile, delle locomotive. Lo sfogo fra due mondi ormai diversi, in competizione senza – forse – conoscerne le ragioni più profonde.

Il resto, come si dice, è storia recente. Inghilterra fiera nemica di Napoleone, esponente del giacobinismo più virulento. Inghilterra amica/nemica della Francia, quando pure si trattava di combattere popoli – quelli germanici – che, in realtà, erano ben più affini agli Inglesi.

Se dovessimo scegliere una data e un luogo in cui l’Europa, per l’ultima volta, ha reso la mano con sincerità agli Inglesi, sceglieremmo Dunkerque, primi giorni di giugno del 1940. Un’occasione sprecata.

Da allora, la Gran Bretagna – consapevolmente, e, in parte, mossa anche dalle forze della dissoluzione, che nel frattempo vi si erano saldamente radicate – si è tenuta in disparte rispetto al dialogo europeo.

Tirato per la manica, alla fine il Regno Unito – con molta riluttanza – ha accettato di aderire al progetto comunitario, ma era ormai evidente a tutti come il centro di gravità si fosse spostato altrove. La riluttante Inghilterra, bastian contraria di molte scelte dei signori di Bruxelles, ha provato comunque a giocare la partita europea, spinta – più che altro – dalle convergenze (spesso poco lusinghiere) tra i colletti bianchi della City e certi gruppi di pressione economica, che sarebbe troppo facile identificare. Una fratellanza di usura che, come si è visto, non è bastata a sopire le differenze fra il Vecchio Continente e la Vecchissima Signora.

Non ci si stupisca, quindi, se Brexit è stata e se a deciderla sono stati gli Spiriti più veri e profondi della società britannica: le persone più mature, le comunità tradizionali più radicate nel territorio.

Dall’altro lato, è stato sconfitto lo stesso fermento innovatore che, di recente, ha consentito alla Città di Londra di avere un sindaco musulmano e ha dipinto l’Isola come ultimo paradiso perduto per i “giovani talenti” europei, generazione Erasmus un po’ broker, un po’ lavapiatti.

Un dato è certo: l’economia senza popolo non vale un’Unione.