Avete voluto la democrazia?

Avete voluto la democrazia?

“Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli.” (Matteo 11,25-26) 

La Brexit ha vinto, il referendum si è fatto, il popolo ha votato ma, purtroppo, ha votato male.

C’è poco di più appagante delle reazioni dei sinceri democratici quando il popolo, consultato liberamente, volta loro le spalle e vota contro le loro illuminate aspettative.

Tuttavia, nei commenti post-Brexit si sono toccate vette nuove di disprezzo socio-elettorale, vette che arrivano sicuramente all’indegnità. 

In primo luogo, la considerazione degli anziani. Sembra, dai sondaggi, che i più anziani abbiano votato maggiormente pro-Brexit, e che i più giovani, invece, pro-Remain.

Da qui, un primo argomento per dire che i britannici abbiano votato male, avrebbero votato troppi vecchi.

Il voto dei giovani, sulle televisioni come sui giornali, sembra spacciato come di una bontà intrinseca maggiore di quello degli anziani, quasi che questi abbiano fatto male ad esercitare il loro diritto di esprimersi sul destino della loro nazione – a differenza dei nipoti, che sono rimasti sui divani di casa al riparo dalla pioggia, abbassando l’affluenza alle urne – e questa è la prima e più grave indegnità: il palese e orribile disprezzo per gli anziani, che viene sparso a piene mani dai commentatori di ogni indirizzo.

Obiettano alcuni che gli anziani britannici sarebbero stati egoisti ad andare contro il parere dei nipoti o dei figli; che a costoro, si obietta cinicamente, sarebbe comunque rimasto poco da vivere nella UE, mentre i giovani, avendo più giorni davanti a sé, avrebbero in qualche modo dovuto contare di più nella scelta.

Forse, bisognerebbe anche, giusto di tanto in tanto, ricordare che in nessuna società, in nessuna epoca, fatta eccezione, ovviamente, per l’Occidente dei giorni nostri, si è mai pensato che l’opinione dell’anziano valesse meno di quella di un giovane, né si è mai reputato lecito sminuirne la dignità della condizione, tant’è vero che, se in molte nazioni la camera alta del Parlamento si chiama Senato è perché il termine deriva dal latino senex, anziano, ossia ha chi più titolo per esprimersi sul bene comune.

Forse poi, per rispondere all’obiezione, bisognerà anche rendersi conto che, quando si indice un referendum vincolante per tutto il destino di una nazione, l’arco di vita di una singola persona, breve o lungo che sia, svanisce di importanza. E pure qui consta uno dei grandi limiti della democrazia: scelte prese collettivamente possono influire su chi non ha mai avuto voce in capitolo in quel processo decisionale. Scelte che coinvolgono tutta una nazione, coinvolgono solo i vivi e non l’insieme dei defunti o dei nascituri.

Forse,dovremmo anche considerare che questa gioventù ha perso i caratteri più positivi e vitali della giovinezza. Nel caso specifico, votando Remain, ha votato per lo status quo, ha votato per non cambiare le cose, per non fare “un salto nel vuoto”, come è timorosamente definita la Brexit, per “non aumentare l’incertezza dei mercati”. Ad esser stati audaci, baldanzosi e sfrontati, non sono stati quelli dell’ineffabile generazione Erasmus, quanto i miti pensionati dello Scarborough, dell’Hambleton, del Breckland, del Norfolk, e di tutte quelle sconosciute contee che, fuori dalla City, fanno l’Inghilterra.

Sicuramente, sono molto nobili le parole di  Chesterton al riguardo: “I democratici respingono l’idea che uno debba essere squalificato per il caso fortuito della sua nascita; la tradizione rifiuta l’idea della squalifica per il fatto accidentale della morte. La democrazia ci insegna di non trascurare l’opinione di un saggio, anche se è il nostro servitore; la tradizione ci chiede di non trascurare l’opinione di un saggio, anche se è nostro padre.”  Chesterton vedeva nel rispetto della Tradizione almeno una possibile soluzione per superare i limiti intrinseci del processo democratico. Paradossale che, oggi, i democratici, scontenti dell’esito della consultazione democratica, la vogliano vilipendere e delegittimare per delle ragioni esattamente contrarie a quelle che invece portava Chesterton per arricchire la politica e la vita del senso della Tradizione.

Comunque, l’indegno disprezzo mostrato verso l’elettorato non si è manifestato solo verso gli anziani, ma anche verso quelle altre categorie sociali che hanno supportato di più la Brexit, ossia i lavoratori, le persone dai più bassi salari, i poco istruiti.

Tutti costoro, ieri erano “i proletari” o “i lavoratori”, oggi sono diventati “i perdenti della globalizzazione”, dove con la qualifica di “perdente” si vuole dare una chiara tonalità negativa di sapore neo-puritano (sono perdenti perché se lo meritano).

Tutti costoro – poveracci, verrebbe da dire, secondo l’ottica del buon europeista – avrebbero votato Leave perché ignoranti analfabeti, oppure perché incapaci di prendersi una laurea o troppo razzisti per fare un Erasmus o così retrogradi da credere che una nazione possa esistere fuori dalla sala contrattazioni del palazzo della Borsa.

Eppure, tutti costoro, i poveracci, i beceri e gli ignoranti votano, e a quanto pare votano seguendo qualcosa che nessun corso di laurea può insegnare e nessun master può comprare: il buon senso popolare e il senso di appartenenza ad una comunità.

Che il voto di un laureato possa essere, d’altra parte, peggiore di quello di un ignorante, lo sospettava già Platone ventitré secoli fa, narrandoci nel Fedro il mito di Theut, inventore della scrittura: “Crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre, come accade per lo più, in realtà, non le sapranno; e sarà ben difficile discorrere con essi, perché sono diventati portatori di opinioni invece che sapienti.

Già Platone sospettava dell’arroganza e della vuotezza della finta sapienza, che poteva dare l’impressione dell’istruzione. Anche questo sospetto si è perso nel mondo moderno.

Eppure, la saggezza, come l’intelligenza, è una forza intensiva e non estensiva. La ragione vera e profonda di un singolo è più forte delle opinioni di una massa di diecimila o di quelle di un parlamento riunito.

La democrazia, è vero, non ragiona così, la democrazia è quantitativa e non qualitativa. Qualche anno fa, un giudice della Corte Costituzionale tedesca aveva proposto una riforma dei sistemi democratici in senso qualitativo, per rendere ragione delle naturali diseguaglianze presenti in una società. In particolare, osservando la natalità tedesca in profondo rosso, proponeva di pesare i voti dei cittadini a seconda dei figli minorenni a carico: con zero figli, il voto doveva valere uno, con un figlio uno e venticinque e con due o più figli uno e mezzo (se ricordo bene, doveva essere questa l’aritmetica della proposta).

L’idea, forse bizzarra ma certamente interessante per aver cercato di superare le diseguaglianze e le ingiustizie insite nel livellamento del voto democratico, fu, come prevedibile, avversata e ridicolizzata, bollata dall’infamia di essere illiberale e antidemocratica: siamo tutti uguali e ogni voto deve valere uno.

Se, però, allora è così che stanno le cose, se siamo tutti uguali, se tutti i voti sono uguali, se è questo il bello della democrazia che si idolatra ad ogni pie’ sospinto, allora ci si tappi la bocca se gli anziani e se la gente del popolo “the honset and decent people of Britain”, come ha detto Farage, ha votato contro le aspettative di chi presume di saperla più lunga.