Istanbul: attentato segna il fallimento delle strategie di Erdogan

Istanbul: attentato segna il fallimento delle strategie di Erdogan

Nella serata di ieri, verso le 22.10 circa, un gruppo di attentatori, la cui matrice è ancora incerta, ha compiuto una strage nell’aeroporto Atatürk di Istanbul in Turchia, provocando 41 morti e oltre 200 feriti. Le ipotesi al vaglio degli inquirenti sono due, Isis e Pkk, il partito che si batte per l’indipendenza del Kurdistan, anche se la matrice islamica al momento è la più accreditata. La situazione sarebbe ora tornata all’apparente normalità, con la ripresa dei voli e degli scali.

Il feroce attentato si è compiuto nella zona del terminal dei voli internazionali. Le modalità sono quelle ormai ben oliate. Un gruppo di uomini armati di kalashnikov e pistole aprono il fuoco su polizia e viaggiatori, prima di farsi esplodere. Secondo una prima ricostruzione, sarebbero arrivati addirittura in taxi, come a Bruxelles, segnale della totale libertà di movimento di cui i terroristi godono nel mondo globalizzato. Tre i kamikaze identificati: un cittadino turco e due stranieri. Nonostante la mancanza di una rivendicazione ufficiale, trapela la netta sensazione che si tratti di militanti dello Stato Islamico.

In questo ennesimo attentato in Turchia, a pochi giorni della riapertura dei canali diplomatici con Israele, si concentrano tutte le contraddizioni e i fallimenti della politica doppiogiochista di Erdogan. Se si tratta di matrice jihadista, come sembra, il movente principale sembra quello della vendetta. Al di là del luogo simbolico, Istanbul, la vecchia Costantinopoli, capitale della Cristianità orientale, seconda Roma, in uno degli aeroporti più grandi al mondo, a pesare sembra più che altro la chiusura delle frontiere fra Turchia e Siria. È ormai un dato acquisito quello che i servizi segreti turchi facilitassero il passaggio verso Daesh di uomini, mezzi e rifornimenti. L’aiuto potente che Erdogan ha dato all’Isis, sia in chiave anti-curda che per strategie filoatlantiste, con lo scopo finale di eliminare Assad, si è dovuto interrompere per il volgere delle vicende mediorientali. Sembra ovvio che le milizie di Daesh, dopo Bruxelles (Ue) e Usa, abbiano voluto colpire gli altri ex alleati nella lotta per la conquista di Damasco, la Turchia.

Quello che davvero non è comprensibile è come mai l’Europa dovrebbe flirtare con Erdogan. Che lo facciano gli Usa è più che comprensibile. Un potente alleato della Nato, che separa la Russia dal mare, che controlla lo stretto del Bosforo, ma soprattutto è lontana dagli Stati Uniti, è essenziale rimanga fedele. Ma che i rapporti ce li intrattenga l’Ue, cedendo ai ricatti su immigrazione e terrorismo, proprio non si capisce. Solo un Unione serva degli interessi yankee può essere interessata a mantenere a suon di miliardi di euro il sistema di potere di Erdogan.

Ad ogni buon conto, la Turchia è una polveriera pronta ad esplodere proprio dietro casa nostra. La vittoria della strategia russa in Medio Oriente, la rottura con l’Isis (mostro ben difficile da domare una volta evocato), la crescente opposizione interna, il rafforzamento dei Curdi, forti delle vittorie contro Daesh, mettono a serio rischio l’unità e la stabilità politica della mezzaluna. Non sarà certo la Ue a venire in aiuto. E ora che Israele ha riappacificato i rapporti con il governo di Ankara, la mina interna sembra pronta ad esplodere. Potranno gli Stati Uniti salvare l’alleato? Questo dipenderà molto da Putin. Dubitiamo che i russi abbiano dimenticato l’aereo abbattuto dall’esercito turco, oltre i vari sgarbi, le parole di fuoco e le accuse che Erdogan gli ha rivolto. Certamente, le capacità degli ex sovietici di crearsi alleati fedeli potranno giocare una partita importante per una destabilizzazione turca, che andrebbe tutta a loro favore, nella partita per il controllo del Medio Oriente.