Nazionale di calcio, patriottismo ad orologeria

Nazionale di calcio, patriottismo ad orologeria

È ormai “febbre Italia”: la Nazionale batte la Spagna 2-0 e si qualifica per i quarti di finale di Euro 2016, dove affronterà la Germania sabato 2 luglio a Bordeaux.

Una festa collettiva che sta coinvolgendo un intero popolo: bandiere issate sui balconi a mo’ di gloriosi vessilli, caroselli per le strade, inni nazionali intonati a squarciagola in preda ad una grottesca euforia.  

Ma da cosa deriva tanto entusiasmo, cosa accresce lo “spirito patriottico” in occasione degli eventi sportivi che vedono impegnata la Nazionale di calcio italiana?  

Me lo chiedo da tempo e a stento sono riuscito a trovare una risposta che riesca a soddisfarmi. Lo ammetto, di questa Nazionale mi interessa poco o nulla. Non ho mai condiviso, anzi, ho sempre osteggiato, la “divinizzazione” dei calciatori. Mi ha sempre disgustato la spietata logica dell’apparire, emblema di un mondo incancrenito dalla piaga consumista. E, infine, non sopporto la (sub)cultura dilagante, quella della tv, dei media, che continuano a presentare questo manipolo di “miliardari” come degli eroi, anzi come i “soli” eroi possibili.

Ma questa è una  storia che si ripete puntuale ogni quattro anni (anzi due, vista l’alternanza Europeo/Mondiale di calcio): in ogni bar, in ogni casa, su ogni panchina di ogni piazza del Bel Paese echeggiano discorsi calcistici, sconclusionate considerazioni tecniche, invettive contro quello o l’altro giocatore. Tutti, dai più piccoli agli anziani, vengono risucchiati dall’inarrestabile vortice della Nazionale. Tutti richiamano all’orgoglio tricolore, all’unità nazionale, all’amor di Patria e alla difesa dell’ardore italico. Una “schizofrenia” calcistica che dilaga e trova terreno fertile in quello pseudo-patriottismo che si consacra nella disputa di una partita di pallone, che fonda le sue radici nei più beceri precetti materialisti e consumisti; nel business e nel denaro (basti vedere gli sponsor dell’evento).

Qualcuno, certamente indispettito, potrà provare disappunto, sottolineando come la Nazionale, in questo evento, rappresenti l’Italia e il suo Popolo nel Vecchio Continente; assurgendo al ruolo di icona, simbolo di quella tanto decantata “italianità nel mondo”.

Discorso impeccabile, almeno in apparenza. Tuttavia la situazione non è esattamente così com’è presentata in questi giorni di eccitamento collettivo.  Quando i riflettori della Nazionale si spegneranno e resteranno oscuri per almeno due anni, quello che rimarrà dell’Italia, agli occhi del mondo, sarà segnato dal pesante fardello di una nazione rassegnata al suo destino. E, allora, trapelerà senza alcun filtro la vera natura di questa “povera Patria” – citando il Maestro Battiato – ridotta ad un cumulo di macerie. Una natura che ha poco a che fare con le “epiche”, “mirabolanti” gesta dei ventitré impegnati in questi giorni in Francia. E tutti rimembreranno allora, che questa è l’Italia della mafia, della P2, delle conventicole, degli interessi personali. È l’Italia dell’arroganza e della prepotenza dei forti sui più deboli.

Questa volta nulla c’entrano cliché e luoghi comuni di cui siamo stati spesso “vittime” nel mondo. Chi si è uniformato alla fiera delle illusioni, è bene che inizi a vedere la realtà sotto un altro punto di vista. Perché quella in cui viviamo è l’Italia della corruzione, delle lobbies, delle caste, delle banche e dei banchieri. È l’Italia del degrado, della criminalità, della malavita e del malaffare. È l’Italia dei politici inetti, delle loro incapacità e dei loro fallimenti. È l’Italia della disoccupazione e delle emergenze sociali. È l’Italia dell’ignoranza e della mediocrità fieramente ostentata. È l’Italia della perdita dei valori.

Potremmo continuare, forse, all’infinito.

Quello di cui siamo certi, è di vivere in una nazione che continua a idealizzare il calcio, vedendo quest’ultimo, come un dovere civico e non come una mera forma di intrattenimento. Se riuscissimo ad incanalare certi slanci da “notti magiche”, trasformandoli  in fervore civico e sociale, saremmo certamente una nazione migliore. Senza scomodare Churchill , il quale disse che “gli italiani perdono le guerre come fossero partite di calcio e le partite di calcio come fossero guerre”, è sufficiente guardarsi attorno per capire come il nostro popolo – sovrano per Costituzione –, nonostante un malcontento latente, non abbia alcuna volontà di scendere in piazza per questioni legate al sociale o alla politica. Tuttavia non disdegna di riversarsi in strada per una campionato europeo o una Coppa del  Mondo. Di questo sono ben consapevoli i detentori del potere politico ed economico, i quali, senza trovare alcun tipo di opposizione, rincarano la dose quotidianamente.

Il calcio è divenuto uno strumento per anestetizzare le coscienze e dirottarle dai problemi reali. In tutto ciò, negli occhi sorridenti delle masse, si continua a leggere un’inspiegabile gratitudine per un sistema che genera miseria.  Ecco perché il gioco del pallone rappresenta, oggi più che mai, il nuovo “oppio dei popoli”, la nuova arma di “distrazione di massa” .

Qualcuno, tuttavia, ricorda che nel periodo decadente dell’Antica Roma venivano concessi cibo e spettacoli, “panem et circenses”, per placare la plebe sempre più inquieta ed insoddisfatta. Ciò non riuscì, comunque, ad arginare l’inevitabile crollo finale. Nell’Europa decadente, segnata da profonde ingiustizie sociali, viene offerto al  Popolo calcio in televisione: anche questo, così come accadde in quella Roma, non durerà per molto.

E nell’attesa, che un radicale cambiamento risollevi le sorti di un intero continente che ha smarrito la propria identità, non mi resta che augurarvi un buon quarto di finale…