La fine della UE: non la Brexit, ma l’assenza di radici cristiane ed europee

La fine della UE: non la Brexit, ma l’assenza di radici cristiane ed europee

La Brexit non rappresenta la fine della Ue. La fine della Ue è stata sancita con il fallimento del mandato a redigere una Costituzione per l’Europa. L’approvazione del Trattato di Lisbona, con la sua pseudo-istituzionalizzazione di una forma politica comune e la sua famigerata clausola di recesso, rappresenta la crisi finale di un progetto che, per via delle sue innumerevoli contraddizioni interne, non ha mai fatto breccia nel cuore dei popoli europei.

Chi può dimenticare il dibattito acceso sull’inserimento delle radici cristiane in seno alla redigenda costituzione europea? Pagine su pagine sono state scritte. Colse il vero problema, con argutezza, Joseph Ratzinger, prima ancora di divenire Papa. Il relativismo etico, concetto a dire il vero ormai abusato, ma mai veramente indagato in tutta la sua pregnanza. In cosa si possono autenticamente riconoscere gli uomini, intesi come persone, se ciò che dovrebbe unirli è una mera tavola di norme tecniche e di diritti enunciati?

Il problema di fondo che attanaglia l’Unione Europea è una visione dell’Uomo appiattita sul dogma liberale dell’individuo senza qualità. Il concetto di uguaglianza, inteso come appiattimento massificante delle persone in un modello nel quale le qualità proprie sono meri accessori, è quanto mai distante dal comune sentire dell’Uomo europeo, oltre che da un concetto autentico di libertà.

L’Uomo europeo sente forte la differenza, non l’uguaglianza. Millenni di cultura, inclusa la tradizione cristiana, non possono essere ignorati in nome di un razionalismo positivista, proprio dei burocrati liberali e democratici che ci governano. La vera essenza sociale dell’Europa è il corporativismo, non il centralismo, né il regionalismo. Sono i corpi intermedi che realizzano lo spirito comunitario, non le istituzioni. Non cogliere ciò, è stata la prima pecca.

La visione dell’Uomo che accomuna i popoli europei, anche oggi che sembrano essere caratterizzati da una massificazione lobotomizzante, è quella di un essere teso verso la felicità eterna, un uomo che mira verso la beatitudine. Un uomo che ama la pace e la giustizia, la libertà e l’ordine. Ma un uomo che va colto non in una asettica individualità, bensì in tutta la propria concretezza, in tutta la propria autentica differenziazione. Solo in questo siamo tutti uguali, nel fatto che siamo tutti diversi.

Proprio questa aspirazione alla beatitudine rese possibile il sacrificio delle Termopili di Re Leonida, contro un tiranno a capo di un esercito di schiavi. Proprio questa aspirazione alla beatitudine rese possibile la nascita dell’Impero Universale medievale, ossia la nascita della Cristianità.

La libertà, degradata a possibilità di acquisto, concessa dalle istituzioni europee, ricorda le pareti dell’ampolla che funge da acquario per i pesci rossi. Dilata la realtà esterna, ma chiude l’individuo in un circolo vizioso di “vorrei ma non posso”. La Libertà della Tradizione Europea è ben altra. È il diritto naturale e inalienabile di cercare il proprio trascendimento, la propria beatitudine eterna, e di non essere mero ingranaggio di una macchina sociale.

Solo, quindi, riconoscendo il vero tipo Europeo, si avrà la possibilità di creare un organo in grado di mantenere la pace e la concordia interna, la difesa esterna, la promozione e l’esaltazione delle differenze tra i popoli e i singoli uomini che abitano il Vecchio Continente.