La guerra del greggio è finita, senza la vittoria di USA e Arabia Saudita

La guerra del greggio è finita, senza la vittoria di USA e Arabia Saudita

Il tentativo di Washington e dei suoi alleati di usare il prezzo del petrolio come arma d’attacco e di sterminio nei confronti della Russia è fallito. L’amministrazione Obama nel 2014, avendo come obiettivo di vendicarsi per il comportamento della Russia nella crisi dell’Ucraina e nel Medio Oriente, con la collaborazione dell’Arabia Saudita, aveva abbassato i prezzi del greggio, per diminuire le entrate economiche della Russia e creare difficoltà ai programmi militari e di sviluppo di Mosca. Programmi che dipendono dalle esportazioni del petrolio.

Il calo dei prezzi ha influenzato anche l’economia dell’Iran, creando difficoltà economiche all’interno del paese, ma anche alla sua politica estera, non potendo più Teheran aumentare le risorse destinate ai paesi amici e alle organizzazioni sciite del Medio Oriente.

Il governo Obama, in collaborazione con le monarchie del Golfo, ha usato il prezzo del petrolio come arma, ma anche come strumento di forza e di influenza.

Washington e la NATO, non potendo intervenire militarmente per cambiare lo stato di cose in Ucraina e in Crimea, hanno sostituito i loro apparati militari, non tanto popolari, con il prezzo dell’oro nero, credendo di neutralizzare così l’influenza di Mosca nello scacchiere mondiale.

Nell’ambito di questa guerra economica contro la Russia, i sauditi hanno inondato i mercati di petrolio a basso costo, in primis quelli asiatici, portando il prezzo dai 100 dollari al barile dell’estate 2014 a 40 – 50 dollari. Queste azioni sono state coordinate dal Ministero del Tesoro americano, in collaborazione con gli uffici antiterrorismo e di informazioni economiche della CIA, insieme ad  alcuni operatori che controllano il mercato del petrolio e dei suoi derivati.

La scusa da parte saudita era che la conquista di nuove fette di mercato, in un’epoca dove la domanda era in sensibile calo, imponeva la riduzione del prezzo al barile.

La strategia degli Usa era quella consolidata, usata già nel 1986 contro l’ Unione Sovietica. Anche allora, in accordo con l’Arabia Saudita, avevano inondato i mercati con petrolio a basso prezzo, portandolo a dieci dollari al barile e accelerando così la distruzione economica del blocco sovietico. Gli Stati Uniti hanno sperato che applicando la stessa formula, cioè il crollo delle entrate economiche dei Russi e degli Iraniani, avrebbero creato le condizioni per mettere in discussione e infine portare alla capitolazione il potere di Putin. Ma il piano di Washington e Riyad era destinato a fallire, per due motivi .

Primo, la Russia e l’Iran insieme a Cina, India e Brasile, ma anche ad altri paesi, hanno fatto dei passi in avanti per ridurre la loro dipendenza economica dal dollaro.

Secondo, la Russia ha accelerato le sue mosse a livello geopolitico, rispondendo agli attacchi militari degli USA ed evitando così l’accerchiamento dell’Eurasia.

La guerra del petrolio, iniziata nel 2014, sta per terminare. I perdenti sono quelli che l’hanno iniziata. L’economia saudita dopo due anni di guerra dei prezzi ha gravi problemi, mentre il mercato del petrolio e del gas prodotti dallo scisto negli USA è crollato, visto che la sua produzione è diventata insostenibile con un prezzo del petrolio sotto i 65 dollari al barile. Di fronte a queste difficoltà, Stati Uniti e Arabia Saudita sono ora costretti a cambiare tattica. Recentemente, il ministro del petrolio saudita ha dichiarato che la politica dei prezzi bassi degli ultimi due anni non può continuare. Significa che non useranno più il petrolio come arma contro Russia e Iran.

Quelli che hanno creato e impiantato gli islamisti nel Medio Oriente, quelli che promuovono i clandestini in Europa, quelli che cercano di impiantare il seme della distruzione e della destabilizzazione in tutto il pianeta, alla fine stanno impiantando il seme della loro stessa distruzione, che presto arriverà.