2 luglio 1993: Italiani in guerra

2 luglio 1993: Italiani in guerra

Il 2 luglio del 1993, un pugno di uomini, chiamati a fare il proprio dovere in terra d’Africa, si battè con audacia e coraggio contro bande di somali durante l’ormai famigerato Check Point Pasta, così denominato per la vicinanza del vecchio pastificio Barilla, situato nei pressi di Mogadiscio.

Un rastrellamento di routine per i quartieri della città in cerca di armi si trasforma rapidamente in un vero e proprio inferno. Due colonne composte da blindati, mezzi corazzati e uomini della Brigata paracadutisti Folgore, di ritorno dal quartiere di Haliwaa, si ritrovano in una vera e propria imboscata. Iniziano a sibilare minacciosi i primi colpi di AK-47 e gli italiani prontamente rispondono al fuoco con le armi individuali e di reparto. Ma evidentemente non basta: i somali prendono di mira i blindati con i sempre efficaci RPG, centrandone in pieno uno, a bordo del quale si trovava, fra gli altri, il paracadutista Baccaro, di appena 21 anni, colpito a morte. La situazione si fa subito insostenibile, il livello dello scontro richiede evidentemente dei rinforzi di uomini e armi pesanti. Gli americani, chissà perché, non rispondono all’appello e gli italiani in trappola, sempre impegnati in un intenso scontro a fuoco, attendono l’arrivo dei vetusti carri armati M-60, nella speranza che riescano a trarli d’impaccio da quell’inferno di fuoco. I minuti sembrano secoli, ma finalmente giungono i carristi, appoggiati dall’alto da elicotteri d’assalto Mangusta A-129. Hanno finalmente individuato la palazzina dalla quale parte il fuoco nemico e attendono l’autorizzazione dal Comando generale, a capo del quale stava il Generale Bruno Loi, per prendere a cannonate l’edificio. Il tempo passa troppo veloce, talmente veloce che nel frattempo perde la vita un altro italiano, l’incursore Paolocchi, di 30 anni.  

I cecchini, ben riparati dell’edificio, hanno gioco facile nel fare il tiro al bersaglio, e in quei concitati e tremendi istanti un altro connazionale si accascia al suolo, colpito da un proiettile 7,62, mentre dalla torretta del suo blindato scaricava dalla Browning il nastro di cartucce da 12,7 mm., con l’intento di coprire il ripiegamento dei suoi commilitoni. Ma l’autorizzazione ai carri armati di cannoneggiare la palazzina non arriverà mai: la troppa prudenza, il troppo calcolare, hanno evidentemente dato un vantaggio inaspettato ai somali, i quali da parte loro contano 67 caduti e un numero imprecisato di feriti.

Alla fine dello scontro il contingente italiano piange 3 morti e 36 feriti che, se il Comando fosse stato più “interventista” e meno pavido, si sarebbero forse ridotti di due terzi.

Chi scrive ha partecipato alla cosiddetta missione di pace fra il 1993 e il 1994, al comando di un plotone di paracadutisti di leva. Ricordo troppo bene quanto fosse alto il morale di quei ragazzi, intrepidi, coraggiosi, sempre pronti “a menar le mani”, votati al sacrificio pur di compiere il loro dovere e di mostrare al mondo il loro valore. Erano di leva, non erano dei professionisti, ragazzi che fino a pochi mesi prima andavano a scuola, o lavoravano in fabbrica, e la sera andavano a divertirsi con le ragazze e a far baldoria con gli amici, a bere birra e qualche volta a ubriacarsi. Ma è lì, in Somalia, che diventammo tutti uomini, temprati dai sacrifici, dalle notti insonni, dalle nuove e impegnative responsabilità, dalla vita scomoda e sporca del soldato nel deserto.

Tutti volontari, ragazzi che affidavano la propria vita ad ufficiali che, soprattutto agli alti gradi, non meritavano affatto il loro rispetto: troppo attaccati alla carriera per poter prendere decisioni coraggiose, troppo attendisti, tendevano ad una prudenza che spesso non era giustificata dalla necessità di proteggere i propri uomini, ma di tutelare le loro posizioni di vertice. Tutto questo i ragazzi della Folgore lo sapevano bene, e anche i sottufficiali e gli ufficiali subalterni, ma se ne fregavano come sempre. Il gioco ne valeva comunque la pena: niente al mondo li avrebbe privati della grande avventura che avrebbero vissuto nella lontana ed enigmatica terra d’Africa.

Onore ai nostri Caduti.

(nella foto l’autore dell’articolo, scattata da un suo commilitone nei pressi di Balad)