Strage in Bangladesh: quando la Jihad è anche per i ricchi

Strage in Bangladesh: quando la Jihad è anche per i ricchi

La violenza del terrorismo di matrice islamica non cessa di aggiungere drammatici episodi al crudo novero di stragi a cui si assiste, ormai, con impressionante frequenza pressoché in ogni angolo del globo. Ma dopo l’attentato all’aeroporto di Istanbul – secondo molti frutto di una sorta di vendetta da parte dell’ISIS nei confronti del presidente turco Erdogan – e nello stesso fine settimana del pesantissimo attentato in un quartiere sciita di Baghdad, che ha causato la morta di 126 persone, la furia jihadista si è abbattuta anche su Dacca, capitale del Bangladesh, piccolo Stato del sud-est asiatico stretto tra India e Birmania.

A farne le spese, questa volta, sono stati anche alcuni nostri connazionali. Delle 20 vittime dell’attentato, infatti, ben 9 sono italiani. Si trattava di avventori dell’Holey Artisan Bakery-Kitchen, un ristorante e caffetteria della zona di Gulshan, molto frequentato dai diplomatici, in quanto vicino alle sedi di diverse ambasciate, tra cui quella italiana. L’attacco ha ricevuto l’ovvia condanna unanime da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e ha provocato l’interruzione del viaggio in America centrale del presidente della Repubblica, Mattarella. 

A impressionare più del solito, questa volta, oltre all’italianità di alcune vittime, perlopiù imprenditori o rappresentanti di multinazionali che si trovavano in Bangladesh per lavoro, è la modalità con cui si è svolto l’attacco. Il commando jihadista ha sequestrato tutti gli avventori del locale, ma ha risparmiato i musulmani (riconosciuti mediante la richiesta di recitare a memoria alcuni versi del Corano). Ai non islamici è andata decisamente peggio: rimasti in balia dei sequestratori tutta la notte (da qui le polemiche relative al tardivo blitz delle teste di cuoio, che hanno posto fine alla mattanza, uccidendo tutti i terroristi, solo all’alba), sono stati torturati e uccisi a coltellate dalla furia cieca di un gruppo che ha rifiutato qualsiasi trattativa, non avendo nulla da ottenere se non il martirio.

In queste ore, sta però emergendo un altro dato fondamentale, relativamente all’identità dei terroristi presenti nel commando. Si trattava, infatti, di giovani bengalesi, provenienti da famiglie benestanti, che potrebbero essere stati coordinati dallo Stato islamico, come sostiene il Ministero degli Esteri bengalese, ma anche far parte, invece, di Jamaeytul Mujahedeen Bangladesh, gruppo jihadista bengalese fuori legge da più di 10 anni, come sostiene il Ministro degli Interni, Asaduzzaman Khan.

Si vede chiaramente come la Jihad sia ormai una sfida lanciata a livello globale, da gruppi spesso in concorrenza o in emulazione tra loro, in una sorta di corsa a chi effettua l’attentato più violento, spettacolare e feroce nei confronti degli infedeli. Ma al di là della specifica appartenenza a questo o a quell’altro gruppo, ciò che conta è che l’origine ricca o benestante degli attentatori infligge un duro colpo alla teoria, spesso densa di molta retorica di taglio sociologico, per la quale la causa principale del jihadismo sia la miseria e l’esclusione sociale, che sarebbero i fattori scatenanti della rabbia dei terroristi contro il mondo occidentale, ricco e consumistico. Questa rabbia sarebbe così solo “accidentalmente” incanalata in una matrice islamica da predicatori come il Califfo Al-Baghdadi.

Questa teoria porta con sé alcuni sottintesi molto importanti. Con essa, si riesce a indirizzare quasi interamente l’interpretazione del fenomeno del terrorismo internazionale di matrice islamica verso una lettura esclusivamente economica, incentrata sul degrado sociale e sulla povertà, ottenendo il doppio effetto di far pensare che una soluzione a tutto questo sia reperibile in un miglioramento generalizzato delle condizioni di vita delle minoranze islamiche in Europa, e, nel contempo, di assolvere l’Islam da ogni responsabilità relativamente a queste violenze. Il colpevole non sarebbe un islamico, ma un escluso sociale, una persona derelitta e piena di rabbia, che trova nella Jihad globale un senso da dare alla propria vita.

Dall’attentato di Dacca, tuttavia, questa lettura esce parecchio indebolita. E’ vero che il disagio sociale che colpisce quartieri come Molenbeek, a Bruxelles spesso si è posto come concausa di questi tragici avvenimenti, ma in questo caso, a colpire e a sgozzare persone innocenti, sono stati ragazzi ricchi, che frequentavano persino scuole privateIl “numero due” del ministero degli Esteri bengalese, MD Shahidul Haque, ha dichiarato:Gli autori non vengono dall’Iraq o dalla Siria, sono giovani bengalesi, molti dei quali colti, con buone prospettive ed appartenenti alla classe media del Paese”. E, come riporta il Corriere della Sera, almeno tre degli attentatori “frequentavano costose scuole private e appartenevano a famiglie benestanti”.

In questo caso, il leit motiv della rabbia sociale, della povertà, della rivalsa contro i ricchi bianchi occidentali non si riesce ad applicare. Al suo posto, si insinua un dubbio. Non ci sarà dell’altro, oltre alla miseria, alla base di tutto questo odio e questa violenza incredibile, perpetrata nei confronti di assoluti innocenti e inermi? Si è speso tanta fatica e tanto denaro per convincere l’opinione pubblica che l’Islam non c’entra nulla, che i terroristi sono solo dei pazzi o dei figli di una mancata integrazione, che il Vero Islam è un altro, ed è moderato, accogliente, aperto, non violento. Ma il dubbio, o la relativa certezza, è che, invece, l’Islam c’entri eccome e che il dato principale alla base di tutto quello che sta succedendo non sia di natura economica, ma ideologico-religiosa. Sia pure vero che quello dell’ISIS e di al-Qaeda non è il vero Islam; resta che queste persone agiscono in nome di quello che ritengono essere l’Islam, di una loro interpretazione radicale, forse fallace, ma che, oltre ad avere largo seguito nelle minoranze islamiche europee, riscuote anche larghe simpatie nella periferia estremista del mondo sunnita, fatta di persone che non aderiscono direttamente all’ISIS o ad altre organizzazioni, ma solamente per scarsa propensione individuale.

Si ricordi che, secondo alcuni sondaggi svolti da Al-Jazeera, una larga percentuale di cittadini di paesi come Qatar, Emirati Arabi e Arabia Saudita si è dichiarato sostanzialmente concorde con la lotta dello Stato islamico, ivi comprese le sue modalità di azione. Questo è il problema, il sostegno che, in realtà, il terrorismo islamico gode presso una parte, probabilmente non maggioritaria, ma pur sempre rilevante, dell’opinione pubblica islamica, in specie sunnita. Sostegno che è presente nel degrado delle Banlieu parigine, ma, evidentemente, anche nel lusso sfarzoso dell’alta borghesia bengalese.