Capitali libere contro l’Europa di Bruxelles

Capitali libere contro l’Europa di Bruxelles

L’attuale crisi post-Brexit impone un ripensamento dell’attuale edificio dell’unità europea.

Da una parte, le spinte euroscettiche – a mio modesto avviso da abbracciarsi pienamente, almeno nella pars destruens – rendono sempre più traballante la UE. Dall’altra, la voce dell’establishment ripete come un mantra che, per fronteggiare le crisi serve sempre più Europa.

Tecnicamente, l’osservazione non è errata. Allo stato attuale, infatti, la UE è uno strano ibrido. Da una parte, un’unione di mercati, con libero scambio di merci, servizi, capitali e persone, un’unione monetaria e, in fieri, un’unione bancaria (e che l’avanguardia del processo europeista sia l’unione bancaria, dovrebbe dirla lunga sulla natura dell’attuale Europa); dall’altra, l’insieme degli stati sovrani (tali ancora almeno nominalmente), ognuno con una propria specificità politica e ognuno con una propria politica fiscale autonoma e un proprio debito sovrano.

Il paradosso, quindi, di avere una moneta legata ad una pluralità di emissioni di debito, a sua volta connesso ad una pluralità di politiche fiscali distinte, è evidentemente molto stridente e, alla lunga, non potrà reggere.

E’ evidente, quindi, che lo status quo attuale non possa che essere transitorio e che esistano, quindi, nel medio periodo, solo due sbocchi possibili: o l’accantonamento dell’Euro e della BCE, oppure la compiuta unione politica, secondo i sogni – o meglio, gli incubi – di Jacques Delors di costituzione di un super-stato europeo, da attuarsi, in primis, con la designazione di un ministero delle finanze unificato per tutto il continente e l’emissione di un debito pubblico condiviso (Eurobond).

L’attuale deficit democratico della UE, dove, mancando un’unione politica effettiva, le funzioni di governo sono assunte da una Commissione che, nonostante la propria scarsa legittimità e la propria irresponsabilità rispetto alle singole nazioni, cerca di sopperire a tali deficienze tramite una bulimia normativa, producendo senza sosta norme e regolamenti, authorities e direttive, dovrebbe essere, in futuro, sopperito dalla funzione del Parlamento Europeo.

Parlamento che, oggi, è poco più che una cassa di risonanza vuota e senza veri poteri, e che pure si vuole rendere l’organismo capace di espropriare totalmente le singole nazioni della propria sovranità, per renderlo un effettivo organismo legislativo europeo, capace di controllare concretamente la Commissione e gli altri organi europei.

Questo progetto è da sempre alla base dell’attuale Unione e si esplica partendo dal basso, ossia dall’evoluzione di un governo e di una unità economica, che da economica diviene monetaria e da monetaria politica. Dunque, esso presenta un indelebile peccato originale, in quanto sottomette la politica e il destino dei popoli e delle nazioni a dei ciechi interessi di mercato e si sviluppa secondo la direttrice della nascita di un super-stato federale, con un suo Parlamento come organo legislativo, una sua Commissione come organo esecutivo, un Consiglio d’Europa come Senato e una sua Corte di Giustizia Europea come organo giudiziario. Tale progetto è quello contro il quale si scagliò Margaret Thatcher (diamo a Cesare quel che è di Cesare), in un celebre discorso alla Camera dei Comuni, con un triplice no sbattuto in faccia all’opposizione laburista e a Jacques Delors.

Questo discorso le costò la carica di Primo Ministro, visto che le lobby europeiste brigarono presto, all’interno del Partito Conservatore, per obbligare la Thatcher alle dimissioni, in modo che il Regno Unito potesse sottoscrivere di lì a breve il Trattato di Maastricht; ma tale discorso fu anche capace di far crescere e fortificare il sano euroscetticismo inglese, che oggi ha portato allo schiaffo della Brexit.

Se il percorso tracciato per l’Europa prevede la fine della sovranità, la fine delle identità, delle specificità e delle tradizioni del continente europeo, la fine (quest’ultima già data per compiuta) della Cristianità, la fine della politica – visto che la tanto agognata “unione politica” si compirebbe solo come garanzia dell’unione economica – la fine, insomma, in una parola, dell’Europa vera, dato che, in questa Babele indistinta, senza volto e senz’anima, qualunque ulteriore espansione di sapore universalistico potrebbe essere accolta – dall’ingresso in Europa di una nazione non europea come la Turchia, all’unificazione economica e, quindi, forse, un domani, anche politica, con il Nord America (vedi TTIP) – quale visione alternativa può restare?

Nel doveroso ripensamento generale degli assetti europei, forse, dovrebbe allora riemergere la visione, realistica e pragmatica, che dell’Europa aveva il generale De Gaulle, rimasta lettera morta dopo la sua scomparsa e senza epigoni tra gli esponenti della destra francese, da Giscard d’Estaing a Chirac e all’odierno Sarkozy.

De Gaulle concepiva, infatti, l’Europa non come il processo per la costituzione di un super-stato federale, quanto come un concerto (una visione quasi metternichiana dell’Europa) di politiche autonome prese liberamente mediante l’accordo delle singole capitali e di singoli governi.

Al posto, quindi, di avere una Commissione come organo esecutivo comune, con gli stati nazionali supinamente subordinati a recepire nei propri ordinamenti, senza possibilità di aggiustamento, le direttive europee, secondo la prospettiva di De Gaulle ci sarebbe da immaginare solamente un centro di  contatto politico-diplomatico permanente, costituito dai rappresentanti dei vari governi europei.

Questo concerto di capitali, che potrebbe avvenire smantellando il Parlamento Europeo e la Commissione e facendo sopravvivere solo il Consiglio d’Europa, dovrebbe disporre non tanto di un potere regolamentare obbligante per i vari membri (come invece oggi avviene), ma dovrebbe, invece, più modestamente, limitarsi a tracciare linee comuni, esercitare quello che oggi si chiama un “soft power”, lasciando che le proprie delibere siano attuate nei singoli regolamenti dalle autorità nazionali come queste meglio credano, in modo da salvarne tutte le contingenze.

Inoltre, essendo e rimanendo le varie nazioni sovrane, dovrebbe essere sempre corrisposto a questa funzione direttiva il carattere della non obbligatorietà, in modo che il singolo stato, decidendo liberamente per i propri interessi (e assumendosi le proprie responsabilità, sia al proprio interno che all’estero), possa contemplare dei momenti di sospensione dei rapporti in essere.

Un esempio può essere il modello del mercato unico, che non può divenire una gabbia per le varie nazioni e un vincolo infrangibile per i governi nazionali. Ogni governo dovrebbe serbare il diritto di porre limitazioni, temporanee o meno, alla circolazione ora di merci, ora di servizi, ora di capitali, ora di persone, qualora lo ritenga necessario.

Un modello non quindi federale, ma associativo e di partenariato, con pieno e libero diritto di recesso totale e parziale.

Politiche non stabilite da organi terzi, ma concordate di volta in volta da accordi e trattati intergovernativi. Dismissione dell’assurdo sistema di regolamenti e automatismi, da ultimo il SSM, il meccanismo di sorveglianza bancaria che, cancellando l’autonomia nazionale in materia, renderebbe impossibile, in caso di crisi, un intervento di nazionalizzazione come quello della Royal Bank of Scotland, operato dal Tesoro britannico per tutelare i risparmiatori ed evitare, con l’impegno pubblico, il verificarsi di una Lehman bis; intervento, poi, che non è costato alle casse dello Stato, visto che le azioni della banca nazionalizzata, a risanamento compiuto, sono state rimesse dal Tesoro sul mercato, con notevole profitto. Dismissione, inoltre, delle oppressive authorities e istituzioni europee e di qualunque forma di “presidenza” dell’Eurogruppo, che non farebbe che far decadere il carattere associativo della collaborazione messa in atto.

Secondo la visione di De Gaulle, una collaborazione di questo tipo potrebbe poi ampliarsi in una comune politica diplomatica e militare, volta in primo luogo a rompere la sudditanza dell’Europa nei confronti degli Stati Uniti. A tal riguardo, è ben particolare che, proprio mentre si compiva la costituzione dell’Europa di Breuxelles, nel mondo post Muro di Berlino a nessuno sia venuto in mente di dimissionare la NATO dai propri compiti, essendone mancata la ragione sociale, ossia il pericolo sovietico, per sostituirla con un’alleanza intra-europea.

Di tanto in tanto, viene rispolverata l’ipotesi di un esercito europeo unito, ma questa via, per l’appunto, non farebbe che continuare sulla strada del federalismo europeo e, quindi, della dissoluzione dell’Europa. Molto più auspicabile è un’alleanza stabile, appunto com’è la NATO, ma circoscritta all’adesione di nazioni europee.

Un approccio pragmatico e realista, quindi, volto ad affrontare, tra la collaborazione delle capitali del continente, solo le questioni più importanti, mediante collaborazioni di partenariato che potrebbero, ad esempio in materia di finanza, anziché produrre norme e vincoli, procedere alla costituzione di un’agenzia di rating europea, concorrente delle tre sorelle americane, magari di diritto pubblico e compartecipata dalle banche centrali nazionali.

Progetti, quindi, specifici ed efficaci, che lascino libertà di azione e di adesione per le varie nazioni e che siano di vera collaborazione e vero interesse.

Insomma, che i suggerimenti vengano dalla Thatcher o da De Gaulle, si incominci comunque a pensare a un’Europa che non sia il mostro bicipite di Bruxelles e Francoforte, mostro che quasi ricorda il Pluto dantesco, ma un’Europa che sia l’Europa di Roma e di Parigi, di Berlino e di Madrid, di Londra e di Varsavia, di Budapest e di Atene, di Praga e di Lisbona.

Un’Europa che non prescinda da quell’unico spirito europeo che in tutte le sue nazioni ha vissuto. Uno spirito che non sia soffocato da quest’Europa, ma che, anzi, abbia l’occasione di conservarsi e, forse, un domani, anche di rinascere secondo un’unità che non sarà più solo quella della moneta o del mercato, ma secondo quell’unità che è stata la Res Publica Christiana e l’idea di Impero, concetti oggi lontani e sbiaditi, ma che non annullano le nazioni, come oggi esplicitamente di cerca di fare, quanto tendono a trascenderle.