Briga e Tenda, l’Istria d’occidente

Briga e Tenda, l’Istria d’occidente

Il 10 febbraio di ogni anno ricorre il “Giorno del ricordo”, la commemorazione del genocidio istriano, giuliano e dalmata e dell’esodo che ne è conseguito. Ma le cessioni di territori italiani a potenze straniere (vincitrici o sedicenti tali del secondo conflitto mondiale) non si limitarono alle terre adriatiche: anche il confine occidentale subì importanti modifiche, anche se in maniera non così brutale e terribile come ad est.

Il 26 e 27 aprile 1945, le truppe dell’esercito francese, costituite in prevalenza da nordafricani, occuparono due piccoli Comuni della provincia di Cuneo, Tenda e Briga, poste in una zona strategica per via delle risorse idriche per la produzione di energia. Da quei giorni, l’identità culturale italiana di quei paesi cominciò la sua discesa verso l’oblio, esattamente come successe, 85 anni prima, al territorio di Nizza, importantissimo centro letterario di lingua italiana letteralmente ucciso dalla censura francese. Solo tre giorni dopo l’occupazione dei due comuni, la Repubblica Francese organizzava un primo referendum per la cessione del territorio, come previsto dalle leggi costituzionali d’oltralpe. Ma tale referendum, come vedremo, fu una mera formalità per rettificare ciò che già era pianificato sin dal 1860, anno in cui la Francia di Napoleone III tentò di appropriarsi di Briga e Tenda con un precedente referendum contemporaneo a quello del Nizzardo, reso però nullo dalle pressioni di Torino. Da Nizza arrivarono oriundi brigaschi e tendaschi che incrementarono le file del partito della cessione, mentre gli sfollati, in maggioranza filoitaliana, non riuscirono nemmeno a raggiungere le urne. La propaganda francese si fece intensa, si spargeva la voce che la cessione a Parigi avrebbe comportato ricchezza e benessere, addirittura si cercò di inculcare nelle menti degli abitanti l’idea che Briga e Tenda fossero da sempre state francesi e che il confine adottato dopo Plombiéres andasse rivisto, abominio storico perpetuato dal neonato Comité de Rattachement (che ebbe un ruolo chiave nell’influenzare il referendum).

Vi fu anche una violenta repressione nei confronti del partito filoitaliano, che vide l’arresto del dottor Guido Alberti, conte della Briga, accusato di atteggiamento fascista per aver ospitato un ufficiale italiano in missione segreta su autorizzazione del Comando alleato, e l’incarcerazione, malgrado le sue precarie condizioni di salute, del direttore della centrale idroelettrica di San Dalmazzo di Tenda, per aver incitato le proprie maestranze a rimanere fedeli all’Italia (due giorni dopo l’installazione dell’amministrazione francese da parte del prefetto delle Alpi Marittime).

Il comitato francese, nonostante le pressioni anglo-americane sulla revisione dei confini (più favorevoli all’Italia), intraprese una campagna di epurazione dei cittadini di lingua italiana, oltre che di minacce e di piccoli episodi di violenza. Il governo italiano, in fase di stallo per il cambio di ordinamento, fece decadere il sindaco di Tenda, Dodero, e il prefetto di Cuneo invitò i cittadini contrari alla Francia a lasciare le proprie case. Anche Briga e Tenda, quindi, ebbero il loro piccolo esodo: il 10 agosto 1945, 42 famiglie lasciarono Briga, 90 Tenda e, nel periodo successivo, altre 98 famiglie in totale abbandonarono il territorio conteso.  

La Val Roia fu quindi temporaneamente riassegnata all’Italia, costringendo la Francia a indire un nuovo plebiscito, che avrebbe avuto luogo il 12 ottobre 1947, all’indomani del vergognoso Trattato di Parigi, e che sancì il definitivo passaggio di Briga, Tenda e di alcune frazioni di comuni circostanti alla Repubblica Francese. Già il 15 settembre precedente, i locali comandi dei Carabinieri ammainavano il Tricolore italiano per cedere il posto alla Gendarmeria francese e alla polizia di frontiera. Il governo italiano sperava che, cedendo i territori alla Francia, quest’ultima avrebbe ammorbidito le posizioni sulla questione molto più delicata dei confini orientali, cosa che sappiamo non avvenne. La Repubblica Italiana ebbe, quindi, la sua prima “presa in giro”.

Analizzando i dati, all’indomani della proclamazione della Repubblica Italiana (che, come abbiamo visto, fu complice della cessione), è possibile notare una serie di incongruenze. Innanzitutto, il primo referendum (29 aprile 1945) prevedeva la sola possibilità di voto per l’annessione o per l’astensione, non contemplando l’opzione di rimanere sotto Roma: si ebbero, quindi, a Briga 976 voti per la Francia e 39 schede nulle; a Tenda 893 favorevoli e 37 schede bianche; nella piccola frazione di Mollieres ci fu la totale unanimità.

Tali risultati, quantomeno, fanno venire dei dubbi, specialmente in virtù del fatto che a Tenda le elezioni dell’Assemblea Costituente italiana videro un’affluenza molto maggiore alle urne e, soprattutto, una prevalenza di voti a favore dei partiti filoitaliani (DC, liberali, monarchici, PCI, Partito d’Azione, Uomo Qualunque e PRI) e contro il PSI, favorevole alla cessione: i risultati furono 804 voti a 691; a Briga, addirittura, il referendum del 2 giugno vide la vittoria della Monarchia, naturalmente dalla parte del mantenimento dei territori, per 601 voti contro 468. Poco più di un anno dopo, questi risultati furono invece ribaltati dai plebisciti che videro la quasi totale unanimità per la cessione: a Briga, a Tenda, nella frazione piemontese di Mollieres, e nelle frazioni liguri di Libri e Piena si ebbe un totale di 2603 sì, 137 nulli e 218 coraggiosi no.

Mentre si svolgeva il referendum, circa 1000 persone furono bloccate all’imbocco della galleria di Colle di Tenda (dalla parte italiana) per esprimere il voto. Si ripeteva, quindi, la farsa vista a Nizza quasi un secolo prima: referendum pilotati, intimidazioni, propaganda sfrenata.

Ma l’aspetto che più provoca rabbia è la totale accondiscendenza del governo italiano, da sempre pronto a difendere le minoranze linguistiche nel territorio dello Stato (francesi in Val d’Aosta, tedeschi e ladini in Alto Adige, sloveni in Venezia Giulia), ma non in grado di proteggere gli interessi delle comunità italiane all’estero.

Non molto tempo fa, i Monumenti ai Caduti della Prima Guerra Mondiale subirono l’ulteriore sfregio di vedere i nomi dei soldati italiani tradotti in francese. A differenza di quanto accadde in Istria, Quarnaro e Dalmazia (dove, almeno oggi, le comunità italiane sono presenti e la loro cultura e identità difese dagli Stati sloveno e croato), a Briga e Tenda non troveremo il bilingue, il doppio nome delle vie e delle piazze o monumenti che evocano la passata italianità; chi non conosce la storia di questi paesi non saprà nemmeno che un tempo furono italiani, come lo furono Nizza e la Corsica. Ma chi è spinto dalla curiosità, può fare una passeggiata per le strade e notare, sui campanelli, cognomi ancora italianissimi.