Il segretario del Pdl, Angelino Alfano, in una foto d'archivo. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

La parabola di Angelino Alfano: da erede di Berlusconi a reietto governativo

Aprile 2011, si inizia a intravedere la crisi terminale del Governo Berlusconi IV, a causa del Rubygate, ma il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è ancora fiducioso di uscirne pulito e più forte che mai. Il Parlamento ha approvato il processo breve, i sondaggi lo danno ancora in testa quasi ovunque (prima delle brutte sorprese che gli riserveranno le amministrative di giugno) e la fronda finiana sembra già ridotta all’impotenza e alla marginalità che ne costituirà poi la cifra della sua brevissima storia. Il premier si lascia, allora, andare a un’investitura pubblica: pur precisando che il suo è un partito democratico e che deciderà democraticamente il suo successore, a conti fatti, assegna esplicitamente al ministro della Giustizia e primo (nonché unico) segretario nazionale del Popolo delle Libertà, Angelino Alfano, il ruolo di suo delfino ed erede.

La storia, come sappiamo, ha poi preso una piega ben diversa. Invece di una relativamente tranquilla lotta interna per la successione alla guida del PdL e del centro-destra, lo sviluppo politico ha visto l’allontanamento progressivo tra Berlusconi e il suo delfino, culminato nello strappo, avvenuto nel 2014, che ha portato alla rottura del PdL e alla nascita del Nuovo Centro Destra. Poteva essere la grande occasione per l’avvocato originario di Agrigento: un partito tutto suo, certamente pieno di personaggi discutibili e di battitori liberi, ma fatto di politici navigati legati strettamente alla sua leadership; un ruolo decisivo nel tener su il Governo e nel “salvare la legislatura”, mantra costantemente ripetuto da Giorgio Napolitano, allergico a elezioni e sovranità popolare e avvezzo, invece, alle larghe intese, le grandi coalizioni e i governi di unità nazionale che hanno portato il paese all’attuale cancrena politica, morale e sociale; l’opportunità, in definitiva, da ministro dell’Interno, di essere un protagonista fondamentale nella storia del paese e di mettere definitivamente all’angolo il vecchio, stanco e pubblicamente screditato Berlusconi.

Purtroppo per Alfano, non è avvenuto niente di tutto ciò. NCD è una creatura nata male, priva di un’identità propria e di un elemento che lo distingua dal Partito Democratico. Alla copia di Renzi, gli elettori, come sempre accade, hanno preferito l’originale, e sin dall’inizio il principale problema di NCD è stato come passare sbarramenti del 3 o 4%: un disastro per un politico che era stato segretario di un partito che aveva raccolto anche il 36/37% dei consensi, da solo e a livello nazionale. I battitori liberi si sono presto trasformati in schegge impazzite: qualcuno se ne è andato (Nunzia De Girolamo), qualcuno ha avuto e ha tuttora grossi problemi con la giustizia (Roberto Formigoni), qualcun’altro è finito in quel vortice che sono le inchieste scandalistiche para-giudiziarie, in cui non c’è nulla di penalmente rilevante, ma quanto basta per distruggerti la carriera, l’immagine e la reputazione (Maurizio Lupi).

Ma il problema principale di NCD è sempre stato uno: la mancanza di una chiara collocazione, la sostanziale ignavia politica spacciata per moderatismo e senso di responsabilità. Anche quando il partito ha preso posizioni apparentemente nette e ha minacciato di far cadere il Governo, come durante il dibattito sulle Unioni civili e, in specie, nei giorni del Family Day, è poi tutto scaduto in operetta, in tragicommedia, in compromessi al ribasso spacciati per grandi vittorie. Così, l’approvazione di un DDL Cirinnà emendato dalla stepchild adoption è stata fatta passare per una grande vittoria del cattolicesimo democratico, salvo poi subire, senza poter proferire parola, le forzature giudiziarie che hanno di fatto reintrodotto l’istituto tolto dal testo della legge. Sull’immigrazione, dismessa un’alleanza ventennale con la Lega Nord e vituperato le precedenti politiche dei respingimenti, nel Nuovo Centro Destra si è iniziato a ostentare un securitarismo di facciata, che nasconde la sostanza di fondo di un’accoglienza indiscriminata, in cui le espulsioni reali sono pochissime e gli arrivi insostenibili, e dove aleggia l’ombra di interessi economici, truffe, tangenti e, persino, di compravendita di organi umani.

Ora, per Alfano, è arrivata l’ultima pesantissima picconata. Essere tirato in mezzo, pur non indagato direttamente per nessun reato, a storie di tangenti e nomine truccate per ruoli dirigenziali in enti pubblici (ovviamente, ancora tutte da dimostrare in sede processuale) gli consegna definitivamente il ruolo di macchietta politica di un Governo sempre più traballante. La sua cifra, ormai, sembra essere la più totale irrilevanza, oltre che l’imbarazzo, il distacco e il vago senso di disgusto, neanche fosse un appestato, che gli riservano non solo le opposizioni – con le accuse di Salvini di essere un complice dell’invasione migratoria che vanno avanti da due anni a questa parte – ma anche dei suoi alleati di Governo. I democratici hanno abbozzato una difesa del suo lavoro da ministro, ma sempre con distacco e ben scarsa passione, consci del fatto che, se di lui e del suo partitino al momento non possono fare a meno, non vedono l’ora di liberarsene non appena ci saranno nuove elezioni politiche.

Proprio quello sarà un momento duro, per Alfano. Il suo partito, al momento, rischia di non passare con nessun tipo di sbarramento e di ricevere, nel contempo, il niet di Lega e Fratelli d’Italia alla coalizione unitaria di centro-destra (anche se, con le capriole viste in passato, mai dire mai). NCD sembra sempre di più una barca che sta affondando: i topi se ne andranno un po’ di qua e un po’ di là, ma il capitano non troverà una scialuppa che lo traghetti verso Renzi, pronto a scaricarlo un secondo dopo che non avrà più bisogno di lui.

Verosimilmente, resterà solo il ritorno, triste e umiliante, dal vecchio padre nobile Berlusconi, di cui si può dire tantissimo, ma che è risultato sempre vincitore su tutti quelli che hanno abbandonato la sua discutibile e poco coesa nave politica. Può darsi che, ammorbidito dall’età e dal tramonto politico, l’ex-Cavaliere lo accolga bonariamente; ma i tempi di gloria, per Angelino, sembra siano finiti, sempre che siano mai iniziati.