Rutilio Sermonti, un camerata che non è morto del tutto

Rutilio Sermonti, un camerata che non è morto del tutto

Qualche settimana fa, è ricorso il primo anniversario della scomparsa di Rutilio Sermonti, una personalità e un militante che, di certo, tra noi non ha bisogno di presentazione. Personalmente, conobbi Rutilio nel lontano 1967, dopo la mia adesione al Centro Politico Ordine Nuovo, di cui Rutilio era stato fondatore insieme a Pino Rauti negli anni ’50, in seguito ad alcune scelte sbagliate del MSI in tema di atlantismo e posizionamenti destrorsi.

Di Rutilio, i camerati della nostra comunità umana – e mi riferisco alla cosiddetta “area” – sanno tutto. Chi non ha avuto modo di leggere i suoi scritti, di ammirare i suoi disegni, di ascoltare le sue conferenze? E non mi riferisco solo ai temi a lui cari della critica all’evoluzionismo e allo scientismo o delle perorazioni per un corporativismo moderno e alternativo alla democrazia invertebrata dei partiti. Mi piace ricordare come, negli ultimi anni, Rutilio amasse insistere soprattutto sulla necessità di raccogliere i militanti dei gruppi più svariati, sorti soprattutto dopo la diaspora dalla Fiamma Tricolore, in un’alleanza ferma e risoluta, capace di acquistare forza e influenza sulla scena politica, ma anche orientata a ristabilire, al di là delle normali diversità di opinioni, solidi legami di cameratismo, radicati in  una visione del Fascismo che, non a caso, aveva raccolto in un unico fascio le verghe più diverse, tutte necessarie, tutte indispensabili, tutte legittimate dallo scopo di una azione coordinata e, quindi, efficace. Rutilio amava spesso ripetere che, anche durante la RSI, i fascisti litigavano tra di loro, cattolici e pagani, tradizionalisti e socialisti, fascisti degli orientamenti più diversi, ma che, quando c’era da sparare, sparavano tutti nella stessa direzione, senza alcun tentennamento.

Particolare cura e attenzione, poi, Rutilio la poneva alla formazione dei giovani, ai quali lui, l’eterno ragazzo mai tornato dalla guerra, amava raccontare con trasporto l’episodio del giovane soldato tedesco mortogli tra le braccia in una trincea sul fronte jugoslavo e al quale aveva giurato che mai si sarebbe arreso. “Niemals!”.

Ai giovani ai quali raccomandava il cameratismo, la lealtà e la generosità, secondo quanto proclamato nel decalogo del fascista del 1932, ebbe a dedicare il manuale del militante nazionalpopolare, affidando a me il compito di comporre la prefazione, un onore di cui ancora vado fiero. Nel celebrare l’ anima ardente del mio maestro, nel rimarcare che sfornava un libro dopo l’altro con una velocità proporzionale all’avanzare dell’età, nel riconoscere in lui un formidabile incendiario di anime, osservavo che, pur essendo il Manuale destinato principalmente ai giovani di Forza Nuova e del MNP di cui Rutilio aveva caldeggiato la fusione, di fatto poi avvenuta, il manuale costituiva un libro di autodifesa, destinato a tutti, capace di indicare i traguardi da perseguire nella lotta contro il mondialismo, la globalizzazione, lo sradicamento e la decadenza morale e materiale che stavano, allora come oggi, conducendo il mondo al caos e alla rovina. Primo tra tutti i traguardi era quello di contrapporre al “ventre molle della ragione” e del pensiero debole, “lo splendore folgorante della verità”. Perché anche questo va detto, forse proprio perché ancora qualcuno pensa di sottacerlo.

Rutilio aveva individuato in Forza Nuova il motore trainante di una comunità umana desiderosa di combattere la buona battaglia e, proprio per questo, non perdeva occasione di esortare, negli incontri che si svolgevano regolarmente a Colli del Tronto, ove era ospite dell’impareggiabile camerata Celsio Ascenzi, Roberto Fiore e il sottoscritto a non mollare sulla strada della riorganizzazione delle forze nazionalrivoluzionarie e della messa a punto di uno strumento politico unitario, capace di consentire a tutti i militanti di avere un ruolo importante nella lotta al sistema liberaldemocratico. Rutilio, del resto, era il Presidente del Movimento Nazional Popolare dalla sua fondazione, dopo le esperienze nel Collegio Unità per la Costituente, cui va ascritto quel Manifesto del XXI secolo che egli stesso ebbe a comporre insieme a personalità di tutto rilievo, quali Manlio Sargenti, Giacinto Auriti, l’avv, Carlo Morganti, gli indimenticabili Alberto Spera e Filippo Giannini, in una serie di fattivi e proficui incontri nella sede di Viale Medaglie d’oro 160. E grande fu l’entusiasmo che accompagnò la presentazione del documento, nell’importante convegno dell’Hotel Santini Royal a Roma, nel 2003. Una riunione che, volendo anche celebrare l’anniversario dei 18 Punti di Verona,  sembrò precludere alla nascita di qualcosa di nuovo e di importante per tutti i militanti nazionalpopolari, a qualunque gruppo e formazione appartenessero.

Ma, questo a parte, Rutilio sentiva nella profonda intimità della sua anima inquieta e ribelle l’esigenza di lasciare una eredità di pensiero a tutti noi, un patrimonio di idee fondati su una Weltanschauung eroica e disinteressata, così come era stata la sua stessa esistenza. Una esistenza che nulla aveva concesso agli avversari in termini di compromessi e accomodamenti. Non a caso, Rutilio è morto povero di ricchezze materiali, delle quali se ne seppe infischiare alla grande, ma ricco, ricchissimo  di spiritualità e valori profondi. Rutilio volle essere esempio per tutti noi di come si può vivere e combattere senza nulla concedere all’avversario. A rendere questa realtà  ancora più vera e pregnante, amava ripetere, tra le tante frasi lapidarie che sapeva pronunciare al momento giusto, una in particolare: “Non morirò del tutto!”  Una frase che mi brucia nel cuore, come credo nel vostro, ma di cui tutti potremo essere degni  interpreti solo se sapremo raccogliere il suo  messaggio più affascinante, che era quello della costruzione di una trincea invincibile, nella quale ogni militante deve stare al suo posto, con animo sincero, fianco a fianco con i suoi camerati.