Le reazioni al caso Emmanuel e la detonazione di una contrapposizione sociale

Le reazioni al caso Emmanuel e la detonazione di una contrapposizione sociale

Ieri si è celebrato il funerale di Emmanuel Chidi Namdi, il nigeriano “fuggito dalle violenze di Boko Haram” – che non è il brutale dittatore della Nigeria, come sostenuto da una nota star di Facebook e Fanpage, ma un’organizzazione jihadista affiliata all’ISIS e guidata da Abubakar Shekau – e rimasto ucciso nel corso di una rissa con l’ultrà fermano Amedeo Mancini. Alla commemorazione, hanno partecipato altissime cariche istituzionali, come la Presidente della Camera Laura Boldrini, il Ministro delle Riforme Maria Elena Boschi e il vicepresidente del Parlamento Europeo David Sassoli.

Il cordoglio per la morte del nigeriano è giunto persino al vertice NATO di Varsavia, in un incontro dove si è parlato di temi come il prosieguo della missione italiana in Afghanistan fino al 2020 e il dispiegamento di truppe al confine lituano-russo, ma dove si è trovato anche il tempo per trattare il tema del razzismo, andando a collegare le proteste afro-americane culminate nella strage di Dallas agli avvenimenti di Fermo, analizzati secondo la chiave di lettura del razzismo di Mancini, della “giusta reazione” di Emmanuel e della consorte e della tragica morte del nigeriano, avvenuta per un pugno subito dall’ultrà.

Ora, se appare inevitabile che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama sia stato costretto a intervenire e a rispondere ad alcune delle più pressanti domande in merito alle tensioni che hanno attanagliato gli USA negli ultimi giorni (e che non accennano a fermarsi, con oltre 200 arresti e 20 agenti feriti nella giornata di ieri, in particolare a Saint Paul, in Minnesota, dove mercoledì è stato freddato un altro afroamericano), trattandosi di una situazione veramente delicata e ai limiti dell’esasperazione, è francamente ridicolo che nel corso di un vertice NATO si tratti di un conclamato caso isolato di cronaca nera come quello avvenuto a Fermo.

Questo vale a prescindere da come siano andate effettivamente le cose. Alcuni quotidiani, come il Resto del Carlino e Il Giornale hanno dato voce a testimoni come Pisana Bachetti che cambierebbero totalmente la lettura che sin dall’inizio è stata data all’evento, raccontando di un vero e proprio pestaggio da parte dei nigeriani ai danni di Mancini, seguito solo dopo alcuni minuti dal pugno che è stato fatale a Emmanuel.

Ma il punto è che, anche ponendo che, invece, abbiano ragione i grandi media, TG1 e TG5 in testa, e che si sia trattato di una violenta aggressione verbale a sfondo razzista, che Emmanuel abbia difeso l’onore della propria donna con l’ausilio di un palo stradale e che Mancini si trovi così giustamente in carcere con l’accusa di omicidio preterintenzionale in attesa di un processo, non si capisce davvero tutto il risalto mediatico dato a una vicenda indubbiamente triste, ma che non si riesce veramente a inscrivere seriamente all’interno di un quadro di escalation di odio razziale in Italia. Non c’è stata nessuna premeditazione, non è avvenuto alcun raid e non si è individuata nessuna organizzazione dietro all’evento; inoltre, il quadro generale degli avvenimenti è quanto meno dubbioso, con la coppia nigeriana probabilmente provocata e, forse, totalmente innocente rispetto alla loro vicinanza alle macchine del parcheggio (da cui Mancini pensava volessero rubare, stando alla difesa), ma verosimilmente anche autrice di una reazione violenta i cui esiti, nel momento in cui decidi di assumertene la responsabilità e di farti giustizia da solo, sono inevitabilmente dubbi e soggetti a caso, fortuna e forza fisica effettiva.

Il dato generale che esce da questa brutta storia, comunque, è il tasso di tensione sociale che si avverte non appena si tocca un tema del genere. La reazione del Parlamento all’incipit di Giovanardi, che non ha neppure avuto modo di concludere un concetto ed è stato subissato di fischi e insulti (dovuti alle sue passate dichiarazioni molto pesanti e, a volte, molto inopportune su casi come quello di Stefano Cucchi); le parole pesantissime uscite sui social network da entrambe le parti in causa, con gente che ha giustificato tout-court l’omicidio per il solo fatto che era coinvolto un immigrato e che è stata stigmatizzata sui giornali, ma che, a ben vedere, fa il paio con i commentatori che hanno invocato psico-reati, psico-polizia e scioglimento di gruppi e partiti perfettamente legali in nome di una assolutamente inesistente emergenza razzista nel paese; il riemergere di vecchie storie, come la mancata autorizzazione a procedere contro Calderoli per l’epiteto di “orango” alla Kyenge, o i paralleli con il caso di Kabobo e dei tanti omicidi efferati compiuti da immigrati che non hanno visto l’attenzione di media e istituzioni nazionali che ha ricevuto il caso Emmanuel (per quanto sia stato un episodio seguito, il caso Kabobo non ha visto la richiesta di leggi speciali ad hoc per contrastare l’emergenza da parte di esponenti governativi).

Il quadro complessivo ci riporta un paese scisso e polarizzato sulla questione migratoria: da una parte, i vincenti della globalizzazione, le classi più agiate, con una buona parte degli studenti universitari, tendenzialmente favorevole alla mobilità internazionale e, dunque, a un progressivo smantellamento dei confini nazionali sia per quanto riguarda la libera circolazione di merci e persone all’interno di un Unione sempre più integrata, sia per quanto riguarda l’accoglienza di immigrati, clandestini o meno, provenienti dalle zone più povere del mondo; dall’altra, le sempre più affollate classi povere, che della globalizzazione hanno visto il lato meno chic e hanno subito perdita di potere d’acquisto, calo dei posti di lavoro e annullamento del valore dei propri studi, della propria professionalità e della loro stessa identità, che va perdendosi nel melting-pot europeista e mondialista.

Trastullarsi nella retorica dell’Italia razzista e non composta di “brava gente” non risolverà queste che sono le profonde tensioni attorno a cui si va polarizzando la società di tutte le nazioni europee (ma anche oltre Oceano, con gli USA divisi tra due Americhe incompatibili, come quelle di Donald Trump e Hillary Clinton), di cui il caso Emmanuel è stato semplicemente l’ultimo fattore scatenante. Ogni caso che coinvolga un immigrato tende, ormai, a causare un terremoto politico, e questo dovrebbe fare veramente riflettere chi sostiene che nell’accoglienza indiscriminata va tutto bene così o, anzi, si dovrebbe fare di più.