Quel buco nero chiamato MPS

Quel buco nero chiamato MPS

“Monte dei Paschi presenti al più presto un piano triennale per riportare a livello fisiologico la percentuale dei crediti in sofferenza della banca”Così citava la lettera diretta all’amministrazione di MPS da parte del numero uno della BCE, Mario Draghi, lo scorso 22 giugno. La richiesta è quella di costruire un piano, ben aggressivo, che riduca il quantitativo di sofferenze dai 46,9 miliardi del 2015 a 32,6 miliardi entro il 2018. A questo, per l’istituto senese, si aggiungono l’urgenza di attuare un aumento di capitale tra i 5 e i 6 miliardi e di risolvere la situazione disastrosa sui mercati finanziari, dove, nonostante il divieto di vendite allo scoperto imposto dalla Consob, il titolo MPS continua a perdere terreno. La situazione è tanto delicata quanto complicata, e di una facile e indolore risoluzione non si può minimamente fare cenno.

Ricordo ai lettori che le sofferenze bancarie, cioè i crediti deteriorati o, ancor meglio, i NPL (Non Performing Loans), altro non sono che crediti non restituiti da parte dei debitori e di difficilissima riscossione. La vendita sul mercato di questi NPL è tutt’altro che semplice, sopratutto nel caso di MPS, dove vengono iscritti a bilancio con un valore equivalente al 39% di quello nominale (ogni euro di sofferenza viene valutato dall’istituto per 39 centesimi), mentre sul mercato vengono venduti al 20% (20 centesimi per ogni euro NPL). Questa ulteriore svalutazione rispetto ai libri contabili potrebbe portare un ammanco pari a circa 3 miliardi di capitale, che corrisponde al triplo della capitalizzazione di borsa del titolo MPS dopo i vari deprezzamenti.

Ora, il vero problema risiede nella direttiva europea sul Bail-in, della quale ho già più volte parlato, che prevede l’uso di capitali di soggetti privati per il salvataggio bancario, prima di ricorrere al denaro pubblico. Per Monte dei Paschi, con questa direttiva, nell’occhio del ciclone finiscono subito oltre 5 miliardi di bond subordinati. Che cosa sono i bond subordinati? Si tratta di obbligazioni caratterizzate da un rendimento più alto, ma molto più rischiose, in quanto sono quelle che, in caso di insolvenza della banca, verranno rimborsate per ultime (se verranno rimborsate, n.d.r). Per gli obbligazionisti questo significa un rischio concreto di perdere tutto il capitale contenuto in questi bond. A rendere ancora più spaventosa tale possibilità c’è il fatto che queste obbligazioni sono state vendute per la maggior parte a clienti retail, ovvero piccoli risparmiatori, come ognuno di noi può essere, visto che il prezzo minimo di vendita per una singola tranche obbligazionaria, con scadenza 2018, era solamente di 1000€. Ciò implica quindi una grande diffusione di questo tipo di obbligazioni, che possono essere nel portafoglio titoli di famiglie ignare della pericolosità di tali strumenti, sopratutto in un momento come questo.

Il 7 luglio si è tenuta una riunione straordinaria del CdA di MPS, dove l’Ad Fabrizio Viola ha presentato il piano per lo smantellamento degli NPL e per la ricapitalizzazione dell’istituto. Si tratta di un primo acquisto di 6 miliardi di crediti deteriorati da parte di un fondo, chiamato Fondo Giasone, e di un successivo mantenimento del patrimonio tramite l’emissione di bond convertendi, chiamati Padoan Bond, grazie all’utilizzo dello scudo di 150 miliardi garantito dall’UE. La seconda fase del piano è, però, incerta, in quanto testi europei affermano che lo questo scudo possa essere utilizzato solo in caso di fallimento da parte della banca dello stress-test effettuato dalla BCE, il quale non avverrà prima del 29 luglio. Conseguenza è che continuerà a esserci grande incertezza sul mercato fino a tale data, quando si saprà se saranno i privati a dover ripagare i danni di MPS, oppure ci penserà il denaro pubblico a tappare per la terza volta le voragini senesi.
La situazione di Monte dei Paschi di Siena non è un caso isolato, ma rappresenta l’outlook dell’intero sistema bancario italiano, il quale non ha mai voluto revisionare e riformare in maniera radicale le proprie istituzioni finanziarie. Ora, con la bufera Brexit, questo sta venendo a galla e l’Eurocrazia si sta accorgendo, nuovamente, dell’incompletezza delle fondamenta sulle quali è stata fondata questa unione.