Theresa May a Downing Street: come finirà la Brexit?

Theresa May a Downing Street: come finirà la Brexit?

Alla fine, David Cameron non ha rispettato fino in fondo la promessa, fatta prima del referendum sulla Brexit, di rimanere in sella al Partito conservatore e, dunque, al Regno Unito, qualsiasi fosse l’esito del voto. Le dimissioni, annunciate per ottobre durante il congresso dei Tories, che avrebbe dovuto eleggere il nuovo leader e Primo Ministro, sono arrivate invece già due giorni fa e, oggi, David Cameron ha lasciato Downing Street, residenza storica dei Primi Ministri inglesi.

Al suo posto, è entrata Theresa May, Ministro dell’Interno nel corso di tutti i 6 anni di governo Cameron, iniziati con la vittoria elettorale del 2010 e proseguiti con la grande affermazione dell’anno scorso, fino al precipitare degli accadimenti con il referendum che Cameron aveva promesso in campagna elettorale e, coerentemente, portato a esecuzione.

Il secondo premier donna del Regno Unito dopo Margareth Thatcher è vicina alla sua illustre predecessore più nel temperamento che nell’orientamento politico. Il suo primo discorso di fronte ai giornalisti da primo ministro in pectore, infatti, ha delineato chiaramente la sua vicinanza ideologica con un conservatorivismo sociale che poco ha a che fare con l’estremo liberismo economico della Iron Lady. 

Pur essendosi schierata contro la Brexit e, dunque, per un tiepido Remain nel corso della campagna referendaria, la May ha detto innanzitutto di rispettare l’esito del voto: “Brexit significa Brexit”, ha detto, e “non ci devono essere tentativi di di restare nell’Ue, di rientrare dalla porta posteriore, di fare un secondo referendum”. L’obiettivo del Regno Unito, ora, sarà quello di costruirsi un nuovo futuro di maggiore giustizia sociale, in cui i benefici della crescita economica (che, a livello macroeconomico, nel Regno Unito è andata parecchio bene negli ultimi anni post-crisi) non vadano solamente ai finanzieri della City, ma anche agli allevatori, gli agricoltori e gli operai delle zone rurali e industriali di Inghilterra e Galles che hanno determinato la vittoria del fronte del Brexit.

Parole forti ma nel contempo soppesate con grande attenzione, in bilico tra la necessità di non rinnegare i suoi anni al governo con Cameron e l’esigenza di dare voce alla svolta che il paese ha chiesto ai suoi leader politico. Il tutto dettato dall’esigenza di evitare una rottura del partito (sul modello rovinoso di ciò che sta, nel contempo, accadendo al Labour di Corbyn) e trovare una quadratura tra i sostenitori del Leave e del Remain, tra l’ex-premier Cameron e l’ex-sindaco di Londra Boris Johnson, entrambi fattisi da parte (così come Andrea Leadsom e Michael Gove, altri plausibili candidati poi ritiratisi per far spazio alla May) negli ultimi giorni per lasciarle lo spazio, ma anche la responsabilità politica di affrontare una situazione molto delicata.

Al momento, infatti, la Brexit è ancora tutta sulla carta e l’incertezza regna sovrana. Se però i pericoli agitati dalla stampa di tutta Europa sono tanti, sono innumerevoli anche le opportunità che si aprono per Londra e per la City. Dopo alcune turbolenze sui mercati finanziari, la borsa di Londra ha recuperato pienamente dallo scossone, mentre i listini europei, che hanno sofferto decisamente di più l’esito del referendum, sembrano essersi ora concentrati sul settore bancario e, in particolare, sulla questione delle sofferenze di molte banche, non solo italiane. Se Brexit is Brexit, nulla vieta al Regno Unito, ad esempio di associarsi all’EFTA, e assumere uno status simile a quello di Svizzera e Norvegia, in cui farebbe ovviamente la parte del leone.

Resta che, comunque, di associarsi nuovamente all’Unione in una forma indiretta potrebbe non esserci neppure il bisogno. Il Regno Unito è forte dell’enorme bacino di mercato garantitogli dal Commonwealth (che rappresenta più di un miliardo di individui, godendo della presenza fondamentale di paesi emergenti come India e Pakistan) e si mormora anche che la City possa beneficiare della Brexit trasformandosi nel primo centro finanziario off-shore dello yuan cinese. Alla faccia di chi non vedeva un futuro fuori dalle mura dorate dell’Unione.