Capitalismo e immigrazione, due facce della stessa medaglia

Capitalismo e immigrazione, due facce della stessa medaglia

L’immigrazione, oggi, è favorita e caldeggiata dai grandi potentati economici e dai più disparati “poteri forti”, i quali  la presentano come un fenomeno inevitabile ed irreversibile, da cui non è possibile sottrarsi. Non è un caso che la cosiddetta società multirazziale e apolide sia sostenuta dal perverso sodalizio tra il capitalismo finanziario e la sinistra mondialista. Un’alleanza che, agli occhi di molti, potrebbe sembrare bizzarra ed inusuale, ma che fonda le proprie radici su ragioni economiche ancor prima che ideologiche.

L’economia globalizzata è ormai divenuta un’entità priva di regole, enigmatica, completamente avulsa da popoli, nazioni e stati. Obiettivo cardine è quello di creare un unico mercato globale, tramite il quale dislocare merci, uomini, capitali, rincorrendo esclusivamente la spietata  logica del profitto. Il mercato globale è cinico, non ammette perdite di tempo: per affrettare tale processo di mondializzazione è, quindi, indispensabile plasmare una figura di consumatore globale, un individuo abulico, un soggetto apolide, completamente avulso da concetti fondamentali quali Patria e Tradizione; una sorta di automa di una società senza volto, immerso in un’alienante quotidianità. L’opera di demolizione di popoli e nazioni, ordita dagli alfieri dell’immigrazionismo, mira, dunque, a dar vita ad un individualismo di massa che frantumi le identità ed i sentimenti di appartenenza, a beneficio del mercato globale.

Di campagne ideologiche ne abbiamo sentite tante, forse troppe. Nella miriade di falsi proclami, reticenze, menzogne sbandierate in sostegno dell’immigrazione, ve n’è una particolarmente subdola e pericolosa: c’è qualcuno, nel vecchio continente, che vorrebbe descrivere l’immigrazione come una sorta di panacea, un rimedio universale capace di risolvere il problema dell’invecchiamento e del calo demografico che affligge gli stati europei.

Balle! Quello che gli ardenti sostenitore del pensiero unico non riescono, o non vogliono, comprendere risiede in un concetto semplice, ma, al tempo stesso, particolarmente incisivo: la risoluzione di problematiche inerenti il calo demografico non può passare attraverso la sostituzione di un popolo con altri popoli.

Perché, al contrario, nessuno pone, come obiettivo primario, quello di tutelare concretamente la maternità e la famiglia tradizionale?

Le ragioni del basso indice di natalità sono molte e disparate (certamente, non possono trovare soluzione nell’impiego dello strumento dell’immigrazione di massa): annientamento della società europea; demolizione della famiglia che, nella sua accezione solidaristica, viene considerata un elemento “eversivo”, estranea ai meccanismi che regolano il mercato globale; aumento esponenziale dell’aborto; precarietà del lavoro, con salari da fame non adeguati  all’effettivo costo della vita; squallidi modelli di vita, propagandati in tv, basati sull’apparenza e il piacere individuale. I problemi economici hanno dato vita a visioni distorte e materialiste della vita. L’individuo contemporaneo è, infatti, incapace di sacrificare il proprio agio e benessere consumista ed evita, così, di creare un nucleo famigliare. Ma questa è un’altra storia.

Torniamo al tema principale, all’indissolubile legame tra capitalismo e immigrazione.

La questione dell’immigrazione è strettamente legata al modello di sviluppo ultraliberista, che si è diffuso anche nel nostro Paese. La manodopera straniera a buon mercato elimina dal processo produttivo i lavoratori italiani, permette la realizzazione di elevati livelli di profitto, contribuisce al totale appiattimento delle culture e alla realizzazione del grande “villaggio globale del consumismo”, auspicato dal potere massonico internazionale.

Perorare la causa dell’immigrazione appare, oggi più che mai, un subdolo mezzo atto a livellare verso il basso salari le conquiste sociali dei lavoratori occidentali. Capitalismo e immigrazione rimangono, allo stato attuale, due facce della stessa medaglia. Se da una parte abbiamo la “destra” liberale e speculatrice che vede nell’immigrazione un’ottima opportunità di profitto, dall’altra troviamo la sinistra pseudo-umanitaria che, sostenendo fieramente la causa immigrazionista e la retorica dell’accoglienza, alimenta dannose dicotomie sociali funzionali al subdolo operato messo in atto da chi ha interesse nel distrarre le masse, ingenue e demotivate. Ed è proprio qui che le feroci tesi del grande  capitale e le misere battaglie della sinistra, trovano il loro denominatore comune: l’atroce macchina della solidarietà è l’ultimo atto del massacro del capitalismo neoliberista nei confronti dello Stato sociale e dei diritti.

Ed è per questo che coloro i quali criticano il capitale e, al tempo stesso, sposano il fenomeno dell’immigrazione si rivelano del tutto incoerenti, alla stregua di chi contesta l’immigrazione e approva placidamente le disumane distorsioni economiche prodotte dal capitalismo.