Civiltà e ricchezza: mondi paralleli che (quasi) mai si toccano

Civiltà e ricchezza: mondi paralleli che (quasi) mai si toccano

Secondo recentissime analisi dell’Istituto nazionale di statistica (ISTAT), gli italiani sotto la soglia di povertà assoluta sarebbero 4 milioni e mezzo circa. Ciò significa che un italiano su dodici non dispone dei primissimi servizi e beni di sopravvivenza, quali cibo, acqua, vestiario ed abitazione. Una situazione intollerabile in un paese che voglia e debba definirsi “patria di civiltà”. Oggi però i modelli a cui ispirarsi sono cambiati notevolmente.

Tornando anche solo a pochi decenni fa, la parola d’ordine per ogni paese che volesse definirsi civile era “Stato sociale”. Uno Stato che si prendesse cura dei cittadini meno abbienti, uno Stato che aiutasse chi, con le proprie forze, non era in grado di assicurarsi le elementari necessità. In Italia, tra gli anni ‘60 e ‘80 del secolo scorso, si assistette ad un crescita esponenziale della spesa pubblica per il sociale: istruzione, assistenza sanitaria, infrastrutture, etc… Il “Welfare State” entrò però rapidamente in crisi a causa di una cattiva gestione della “cosa pubblica”: appropriazioni illecite di denaro statale, clientele e una lunga serie di fatti e misfatti che, ancora oggi, da nord a sud, attanagliano il “Bel paese”. Per questi motivi, una crescente disapprovazione ha colpito il settore pubblico ed è andata via via rafforzandosi l’idea che la vendita al privato avrebbe risanato questa condizione. Ondate di privatizzazioni hanno infatti segnato gli ultimi 30 anni di vita del paese, favorendo sì l’economia a livello macro, ma non certamente la popolazione, che ha notato lo squilibrio tra il privato e il pubblico. Esemplifichiamo nel concreto. Il cittadino oggi può scegliere se passare mesi in lista prima di potersi assicurare semplicissimi esami di routine, oppure sborsare cifre esorbitanti in centri di assistenza, non pubblici, per avere nell’immediato di pochi giorni le suddette analisi. Questo avviene perché sempre meno fondi sono destinati alla sanità pubblica, di conseguenza si inceppa la macchina statale, che favorisce così il settore privato, il quale può decidere di far pagare oro quello che prima era accessibile a tutti, guadagnando e speculando in un settore delicato e quasi sacro, come dovrebbe essere quello della Salute.

Come detto nell’incipit, questo modello di stato “civile” non è più da considerarsi, poiché sono cambiati i riferimenti per stabilire il progresso e lo sviluppo di uno stato. Le comparazioni oggigiorno vanno fatte, così è imposto, con quei paesi il cui PIL soddisfi i dettami dell’economia. Secondo questi parametri, prendendo gli Stati Uniti d’America come paese di confronto, l’Italia parrebbe quasi una nazione da terzo mondo. Se però si pensa che un cittadino su sei in America è sotto la soglia di povertà, allora, forse, ci si accorge che questi criteri di valutazione non sono del tutto corretti. L’abbandono del sociale in favore di una florida economia non può che portare a situazioni simil-americane, un paese in cui vivono tra i più geniali miliardari del mondo, ma nel quale la metà della popolazione agonizza per una basica assistenza sanitaria.

Civiltà e ricchezza non sempre viaggiano di pari passo, anzi, quando la seconda viene esasperata, la prima tende sempre più a minimizzarsi. In un mondo dove le leggi economiche governano incontrastate e dove sono le agenzie di rating a definire la qualità di uno stato, in questo mondo e in questo tipo di classificazione, l’Italia deve andar fiera di non essere nelle prime posizioni.  

Un paese di civiltà è sempre un paese ricco, ma un paese ricco non è (quasi) mai un paese di civiltà.