Analisi e ipotesi sul futuro turco

Analisi e ipotesi sul futuro turco

A poche ore di distanza dal tentato colpo di stato, già si avanzano le ipotesi sui protagonisti, le modalità e gli obiettivi, che secondo le fonti ufficiali si prefiggevano di ridare la laicità perduta allo stato anatolico e restituire la democrazia, quella autentica, a detta dei militari, come da tradizione golpista turca.

È evidente come le “purghe” effettuate da Erdogan all’interno dell’esercito, eseguite con più o meno violenza, non abbiano del tutto funzionato, almeno nei gradi appena sotto le alte gerarchie. Il tentato golpe, infatti, avrebbe visto tra i suoi interpreti principali non i generali – questi sì leali a Erdogan – bensì i colonnelli, ancora molto vicini agli ideali laici del padre fondatore della Turchia, Mustafà Kemal. Un ultimo colpo di coda, un estremo tentativo per ristabilire gli ideali di Atatürk.

Tralasciando però quello che ormai è passato e presa conoscenza dei fatti compiuti, è necessario ora attendere, o provare a prevedere quali potrebbero essere gli sviluppi immediati della situazione.

Chi ci ha guadagnato da questo sconclusionato golpe?

Per come si è risolto, il vincitore indiscusso è sicuramente Erdogan. La sua figura ne è uscita certamente rafforzata, dando prova di godere di un ampio sostegno popolare, oltreché su un foglio di carta alle urne, anche nelle piazze e per le strade di Istanbul e Ankara. Tutto ciò non potrà far altro che aumentare le spinte autoritarie del presidente turco, già per altro non autenticamente protese al confronto, e indirizzare, in maniera sempre più decisa, verso una trasformazione della Repubblica turca da parlamentare a presidenziale. L’ipotesi di ripristino della pena di morte ne è un esempio lampante.

Per quanto concerne, invece, le relazioni internazionali, l’Occidente ha festeggiato il fallimento del colpo di stato solamente quando Erdogan è atterrato ad Istanbul. Insomma, si sono attesi gli sviluppi prima di definire la propria linea. Sicuramente, il presidente turco ha intrecciato importanti rapporti con i leader della UE, ottenendo enormi guadagni, oltreché sul piano personale, anche per il proprio paese: ISIS e immigrazione i due punti cardine.

Per quanto riguarda il primo, essendo la Turchia un membro della NATO, essa funge da avanguardia, anche se ben conosciamo con quanto poco impegno il paese dell’Asia minore abbia combattuto lo Stato Islamico; più deciso, invece, Erdogan è parso nel contrastare Assad. Il petrolio dei fondamentalisti avrà avuto sicuramente un prezzo vantaggioso, ma che l’Europa abbia tra i suoi alleati un simpatizzante dei terroristi la dice lunga. L’Occidente dovrebbe forse interrogarsi, o forse le persone occidentali dovrebbero iniziare a domandarsi chi davvero combatte l’ISIS tra NATO e Russia. Finché la Turchia mantiene una posizione di tale ambiguità, a metà tra un’alleanza atlantica formale contro lo Stato Islamico e un atteggiamento accondiscendente verso Daesh, essa continua a rappresentare una mina vagante, imprevedibile negli sviluppi futuri.

Sul fronte immigrazione, si può individuare una somiglianza tra la funzione turca e quella assunta pochi anni fa dalla Libia di Gheddafi. Essa agisce da filtro e smista, in maniera teoricamente ordinata e rigorosa, le ondate migratorie. Tutto questo per prevenire, o almeno ridurre, il già alto numero di vittime che occupano il fondo dell’Egeo. Per questa operazione, la UE ha stanziato enormi fondi in favore di Erdogan, il quale però non ha spesso rispettato accordi presi e, quando ha svolto la funzione assegnatogli, l’ha fatto poco e male. Insomma, un personaggio del quale diffidare è meglio, anche e soprattutto a seguito dei fatti del 16 Luglio, che per la nuova Turchia del sultano rappresenterà un giorno di festa nazionale: la vittoria della democrazia sul militarismo.

Un potere più forte e accentrato nelle mani di Erdogan è quasi una sicurezza per il prossimo futuro della Turchia, così come una trasformazione da uno Stato laico a uno di confessione islamica.

Se la situazione non dovesse subire modifiche o cambi di direzione, queste sopraelencate sarebbero le due uniche certezze per l’avvenire turco.