Golpe e pragmatismo russo

Golpe e pragmatismo russo

Stupisce molti la notizia della telefonata Putin-Erdogan, fino a poche settimane fa acerrimi nemici, e di un imminente vis-à-vis tra i due. Stupisce e subito fa sorgere i sospetti circa grandi macchinazioni internazionali – leggi NATO – circa le vere finalità del tentato colpo di stato.

Tutto nella politica internazionale è possibile e certamente non è consigliabile aderire ciecamente ad una sola lettura dei fatti.

Tuttavia, bisogna considerare anche alcune note essenziali circa la politica russa in Medio Oriente  e lo svolgimento dei fatti della notte del tentao putsch.

In primis, bisogna considerare i fini dell’azione russa nella regione, ossia salvare il regime di Assad e respingere le forze centrifughe che ne puntavano alla destituzione e, conseguentemente, alla creazione di caos nella regione.

Queste forze, di prevalente carattere islamista, siano esse targate ISIS, Al Nusra, Free Syrian Army o altro, sono state, come è abbastanza noto, sostenute ampiamente dalla Turchia di Erdogan, per dotarsi di un grimaldello anti-Assad da poter sfruttare militarmente anche in chiave anti-curda. Il tutto con l’accordo di altre influenti potenze regionali, Arabia Saudita e Qatar, oltre che con l’appoggio occidentale di NATO e  Stati Uniti.

L’intervento russo ha fatto però saltare il banco. L’ISIS sul campo batte in ritirata e oggi, almeno militarmente, persa Palmira e con la capitale Raqqa quasi assediata dalle forze russo-siriane, la situazione dello Stato Islamico non è per nulla buona.

Erdogan ha fatto di tutto per aumentare la tensione e l’entropia nella regione – vedi abbattimento del jet russo – sentendosi sempre coperto dallo scudo NATO.

Putin ha però mantenuto i nervi saldi e, nonostante le schermaglie diplomatiche, non ha avviato ritorsioni sulla Turchia. Al contrario, la Russia è rimasta concentrata sul proprio obiettivo principale, la stabilità.

La strategia del Cremlino è stata fino ad adesso costante e coerente, ossia tutta rivolta a salvare il governo legittimo in Siria e evitare che una sua caduta generi ancora più caos nella regione.

Per farlo, però, Mosca è cosciente che, nonostante i durissimi dissapori, la Turchia nel lungo periodo sarà necessaria per conseguire questo scopo. La Russia è cioè l’unico attore che non ha puntato e non punta su di un quadro di guerra permanente, ma piuttosto su un quadro di ricomposizione dei conflitti in atto.

Il passo indietro di Erdogan, che negli ultimi mesi ha ritirato il suo appoggio alle squadre dell’ISIS e simili ed è stato ripagato con l’attentato all’aeroporto di Istanbul, che sa tanto di avvertimento dei vecchi amici, si può spiegare non come un’improvvida conversione sulla via di Damasco (quella di Assad), quanto come un ripiegamento tattico alla luce del fallimento della propria strategia e del successo russo.

Questo parzialmente, poiché i combattenti jihadisti sono ancora curati negli ospedali turchi. E’ molto significativo che i golpisti abbiano accerchiato l’ospedale di Ankara e proceduto all’arresto dei terroristi, poi ritirato a golpe fallito.

Viceversa, la Russia ha tutto l’interesse che la Turchia, davanti al fallimento della propria scommessa terroristica, faccia marcia indietro e batta in ritirata.

Che Putin incontri un Erdogan avviato su questa strada non è un fatto per nulla sconvolgente, ma anzi ben coerente e pieno di Realpolitik, con le aspettative russe di dare prima o poi una fine alla questione siriana.

Che dire invece di quanto riguarda strettamente il golpe?

Un golpe fasullo operato dallo stesso Erdogan per eliminare gli oppositori? Un golpe NATO per evitare il riavvicinamento Turchia-Russia? Un golpe improvvisato e da operetta?

Ovviamente optare con certezza per una determinata ricostruzione degli eventi è molto difficile; tuttavia, il tentato colpo di stato non va sminuito e, pur nell’esito fallimentare, è stato un cosa seria, con centinaia di morti per le strade, il Parlamento preso a cannonate, la reazione armata delle truppe lealiste, un duplice bombardamento della sede dei servizi segreti e l’assalto operato dai militari all’albergo, contro cui hanno aperto abbondantemente il fuoco, in cui si trovava in villeggiatura Erdogan.

Dalle ricostruzioni per il momento disponibili sembra che Erdogan sia riuscito a scampare al blitz (operato da una squadra da truppe d’assalto trasportate via elicottero) per pochi attimi e solo grazie alla prontezza delle sue guardie del corpo.

Fortuna? Imperfezioni tecniche nella pianificazione golpista? Preavvisi arrivati al presidente da oscure trame? Tutto ovviamente può essere.

Quello che è certo è che il golpe è fallito anche e principalmente perché è mancata un’adesione unitaria delle forze armate e dei massimi livelli delle stesse, mentre gli ufficiali golpisti erano per lo più dei gradi intermedi, capitani e colonnelli; significativo che gli unici generali coinvolti fossero quelli della seconda e della terza armata, cioè le truppe stanziate sul confine turco-siriano.

Significativo perché queste truppe di confine, la notte del golpe, hanno ritirato i propri uomini che fornivano supporto oltre confine ai combattenti anti-Assad presenti in Siria; allo stesso modo, nella notte del golpe, l’esercito turco si è ritirato dalle posizioni che occupava nell’Iraq settentrionale, con grande soddisfazione dei governi sciiti di Baghdad, Teheran e Damasco.

L’idea che se ne può ricavare è quella di un esercito stanco della politica neo-ottomana di espansionismo e supporto all’islamismo (anche armato), oltre a una serie di ripensamenti tattici dovuti all’efficacia dell’azione russa.

In quest’ottica, si può anche capire la simpatia presente tra molti militari, di per sé tradizionalmente laici e ataturchiani, per il predicatore religioso dal sapore sufi Fetullah Gulen, il quale, dopo esser stato alleato fedelissimo di Erdogan, ne è divenuto nemico per averne denunciato, tramite i propri giornali, la scandalosa corruzione e politica di vicinanza con l’ISIS operata dal presidente.

Gulen, col golpe in corso, ha condannato il tentativo dei militari e adesso sostiene la tesi dell’auto-golpe, operato da Erdogan per avere l’occasione di eliminare impunemente tutti i propri avversari interni.

Probabilmente, la verità è nel mezzo e nessun disegno perfettamente lineare è stato seguito. Forse, Erdogan ha avuto sentore che ci fosse aria di golpe e ha lasciato che questo si concretizzasse, per tornare sulla scena ancora più forte; d’altra parte, Gulen ha probabilmente ispirato, pur senza giocare il ruolo di grande burattinaio disegnatogli da Erdogan, il gruppo minoritario di militari che hanno agito la scorsa notte.

In ogni caso, alcune conseguenze del golpe, nonostante le oscure origini, sono certe. Il ripiegamento operato dalle truppe di confine non è sanabile da parte di Erdogan. I sei mila arresti tra i militari e il massiccio sfoltimento dei gradi medio-alti dell’esercito ha ridotto grandemente la capacità di operatività tecnica della forze armate. Il gioco che Erdogan giocava in Siria e in Iraq e su cui, come detto, era già in fase di ripiegamento, non potrà più essere condotto, almeno nel breve-medio periodo.

Il Sultano chiaramente sta già sfruttando il fallimento del golpe per fare ferocemente pulizia all’interno. Esternamente, però, sa di aver perso le sue scommesse e di essere costretto, ora più che mai, a battere in ritirata e a puntellare la situazione.

La mano tesa della Russia non mancherà, poiché l’interesse strategico russo non è quello di “farla pagare” ad Erdogan, ma di salvare Assad e raffreddare la regione, oltre a rimettere all’ordine del giorno il perseguimento dei propri interessi strategici – leggi South Stream e gasdotti del Mar Nero – da troppo tempo bloccati per le conflittualità scatenatesi.

Fatto sta che l’Occidente sta alla finestra, agendo da spettatore e ripetendo il suo sollievo per il “salvataggio dell’ordine democratico” operato dall’autocrate Erdogan, già pronto a riprendere più che mai l’islamizzazione della Turchia.

Le schermaglie diplomatiche che oggi Erdogan intrattiene con gli USA sono ben comprensibili. Il Sultano ha resistito al golpe e pensa di fare la voce grossa con l’America, che ospita Gulen. Schermaglie appunto, perché gli USA non consegneranno Gulen ed Erdogan continuerà a dipingerlo come l’architetto unico del golpe, apparendo per le folle islamiche un campione anti-americano, mentre la Turchia resterà saldamente nella NATO e una bomba a orologeria per l’Europa; Europa succube dei ricatti del Sultano Erdogan in materia di immigrazione e, nonostante tutti gli sporchi giochi di Ankara, ancora non disposta a fermarne il processo di integrazione nell’Unione.

Qualunque sia la lettura corretta  credo che, quanto meno, vada reso l’onore delle armi ai militari golpisti, che, qualunque sia la migliore ricostruzione dei fatti, hanno rifiutato di essere supine pedine in mano al potere politico, ma hanno creduto di avere una propria ragion d’essere, una vera e propria missione, nel costituire un baluardo per la difesa della Nazione, un’ultima linea di difesa della sicurezza esterna quanto dell’ordine interno.

I colonelli di Ankara sono uomini che, nel bene o nel male, hanno fatto una grandissima scommessa. L’hanno persa e  senza dubbio la pagheranno cara, ma non può mancargli l’onore delle armi.