Terrorismo psicologico-mediale

Terrorismo psicologico-mediale

Come ogni volta, si ripete il teatrino retorico di condanna al terrorismo, condito con la consueta salsa strappalacrime, formata dalle storie, dai sogni e dalle speranze nel futuro degli sventurati protagonisti dell’ennesimo attentato.

Prima, la narrazione quasi romanzesca dei fatti, la sistematica cronaca, minuto per minuto, degli avvenimenti succedutisi nel  locale, situato in un’area benestante della capitale bengalese. L’assalto del commando al ristorante, le modalità dell’attacco, la richiesta di recitare versetti del Corano, le brutali esecuzioni ad arma bianca, le trattative fallite con la polizia e, infine, l’intervento  armato di esercito e forze speciali, ultimo atto prima della fine dell’incubo. Bilancio: circa 50 agenti feriti, dei 7 terroristi 6 uccisi e uno arrestato, 20 morti civili, di cui 9 italiani, e 13 ostaggi liberati.

Il racconto di una tragica vicenda della quale non possiamo fare a meno di ascoltare un finale scontato, arricchito con impietosenti immagini delle vittime e accompagnato da strazianti melodie. A seguire, estese ed appassionanti digressioni sulle vicende dei nostri connazionali: chi si trovava nel paese asiatico per lavoro, chi per trovare amici che lì risiedevano da anni, e così via. Tra le tante, la più gettonata forse è stata quella della donna incinta, che avrebbe dovuto rimpatriare di lì a poche ore per la venuta al mondo del nascituro.

Seduti a tavola, alle 8 di sera, forchetta alla mano e televisore acceso,  gli italiani potrebbero domandarsi: “Sto assistendo ad un drammatico cortometraggio o ad un telegiornale?” . Quesito che potrebbe sorgere più che lecitamente, dopo aver osservato l’intenso servizio proposto per cinque interminabili minuti.

Si parla spesso di “guerra psicologica” attuata dai fondamentalisti islamici, sia per radunare adepti, sia per intimorire e convincere della propria forza il nemico occidentale.  Ad uno sguardo attento – ma non che sia necessario quello di un esperto analista di comunicazione mediale – emerge come, con alta frequenza, più che gli integralisti, siano gli stessi mezzi di comunicazione di massa nostrani a svolgere tale terrorismo psicologico nei confronti della popolazione. Essi svolgono, più o meno volontariamente, ciò che il terrorismo internazionale vuole ottenere: intimorire il popolo e non farlo sentire al sicuro.

Di per sé, infatti, si tratta indubbiamente di eventi strazianti, che la televisione però spettacolarizza ed esaspera. Fa appassionare l’ascoltatore alle storie dei singoli – come per esempio alla donna incinta sopra citata – così da tenerlo saldamento attaccato allo schermo, non per una qualche intenzione informativa, ma per un fine ben peggiore: registrare ascolti. In un mondo in cui tutto può generare denaro, qualche connazionale morto all’estero è un’ottima occasione sulla quale lucrare.  

I tributi ai morti si fanno nel silenzio della riflessione e meditando quali tattiche intraprendere per far sì che questi luttuosi avvenimenti non ricapitino nel futuro; certamente, non sbattendo in prima pagina volti e storie delle sventurate vittime

Si sentono già le urla di coloro che gridano al complottismo, i discorsoni di coloro che sempre, in ogni caso, se una riflessione esce dallo schema imposto, il cosiddetto “frame”, muovono critiche come se quelle illustrate, forse maldestramente, fossero tutte fandonie, frutto di menti inferme e degenere.

“Dubium sapientiae initium” – “ Il dubbio è l’inizio della sapienza”, disse René Descartes nella prima metà del Seicento, certamente non con il senso che si sta cercando di dare ora. Si può però  dichiarare, altrettanto certamente, l’applicabilità di questa massima anche e soprattutto nel campo dell’informazione, quella che voglia essere seria ed onesta.