Il male progressista

Il male progressista

Il progressismo – punta di lancia culturale e politica della modernità – è l’ideologia che concepisce la vita dell’uomo e la storia dell’umanità come un cammino sulla via di un continuo e indefinito cambiamento, visto come qualcosa di intrinsecamente buono. “Nel mutamento, il miglioramento” potrebbe essere lo slogan adatto a rappresentare la concezione progressista del mondo.

Progresso e tradizione

La parola “progresso” significa “andare avanti, avanzare”, ed è comunemente intesa come sinonimo di miglioramento: miglioramento delle condizioni di vita, delle prestazioni di una macchina, ecc. Il concetto di progresso può, dunque, essere applicato a diversi ambiti della vita umana, ed è sempre riferito ad un obiettivo da raggiungere: si avanza – si progredisce – in una certa direzione per raggiungere un determinato fine, il quale può essere di ordine spirituale, morale o materiale.

Progredire spiritualmente può voler dire migliorare la pratica religiosa, al fine di raggiungere una sempre più intima unione con Dio; progredire moralmente può significare migliorare la pratica delle virtù cardinali, con l’obiettivo di vivere virtuosamente ed in maniera conforme alla dignità della natura umana, cogliendone tutti i benefici effetti, sia sul piano individuale che sociale; progredire materialmente, invece, può voler dire migliorare certe condizioni di vita sul piano materiale (condizioni igieniche, sanitarie, alimentari, ecc.) al fine di consentire alle singole persone ed alle comunità di poter soddisfare al meglio le esigenze materiali di vita.

Ma progredire materialmente può significare anche migliorare un’opera di ingegneria industriale o civile, al fine di renderla perfettamente funzionale allo scopo del suo utilizzo; ed anche migliorare la ricerca scientifica volta a perfezionare la comprensione del mondo fisico, dalla quale poter derivare vantaggi per determinate necessità e applicazioni di ordine pratico.

Il progresso così inteso non è il contrario della tradizione, anzi si può affermare che il progresso è radicato nella tradizione la quale significa “trasmissione di conoscenza e continuità sostanziale”, non solo finalizzata a perpetuare la presenza e l’incidenza nella vita degli uomini di principi, valori e istituzioni, ma volta anche a migliorare quanto acquisito sviluppandone la conoscenza e l’applicazione, senza mutarne la sostanza.

Il progressismo come caricatura del vero progresso (il quale riguarda l’uomo nella sua integralità)

Rispetto al retto significato della parola “progresso”, il progressismo è ben altra cosa. A ragione, si può sostenere che il progressismo sia la caricatura del vero concetto di progresso, una deformazione la cui radice va colta nel soggettivismo, base filosofica della modernità, che fa dell’uomo – emancipato da ogni riferimento oggettivo e trascendente – la misura di tutte le cose.

Al progresso tecnico-scientifico o tecnologico, sbandierato spesso dagli alfieri del progressismo come manifestazione evidente della bontà insita nella loro idea di progresso, non corrisponde affatto un miglioramento spirituale e morale delle persone; anzi, stando a quello che l’esperienza mostra quotidianamente, si potrebbe dire che tra le due cose vi sia un rapporto inversamente proporzionale.  La ragione di questo apparentemente strano esito è da individuare in ciò che si potrebbe chiamare “perdita del Centro”, ossia nello smarrimento del solo riferimento che è misura di tutte le cose: Dio.

L’uomo, che secondo la mentalità progressista si crede Dio e si erge dunque a misura di tutto – in un orizzonte dal quale ha bandito la dimensione dell’essere (cosa che conduce a disconoscere la natura delle cose esistenti), a vantaggio del dominio del mero divenire – finisce col diventare vittima del proprio delirio di onnipotenza, per poi perdersi in una sfrenata corsa verso il possibile realizzabile, confondendolo con il bene, senza accorgersi del tremendo inganno insito nella pretesa di applicare la categoria di bene a ciò di cui non si riconosce la natura oggettiva (1).

Col progressismo, l’uomo, che rifiuta la propria condizione di creatura, si proclama signore assoluto della realtà, pretendendo di rifarla secondo i canoni mutevoli e insicuri del suo pensiero.  Questa illusione – mostruosa sia nelle sue premesse che nei suoi effetti – ha purtroppo segnato per secoli la vita delle nazioni europee, conducendole verso l’attuale disastro morale che è l’anticamera della loro auto-distruzione.

Il dogma progressista: indietro non si torna

Secondo la concezione progressista – lineare e con miglioramento tendente a infinito – è inconcepibile che gli uomini riuniti in società possano compiere scelte opposte a quelle avvenute nel segno della rottura con i vincoli di un passato ritenuto opprimente e oscurantista – giudicato tale in quanto dominato dal primato dell’essere sul divenire – e già diventate realtà, ovvero non è ammissibile che essi tornino sui loro passi rinnegando ciò che è stato sancito essere la “conquista di un nuovo diritto civile”.

È il caso, per esempio, della legge 194, che dal 1978 consente in Italia la pratica abortiva. Per i progressisti, la sola ipotesi che tale legge possa essere abolita – e che ad essa si sostituisca una legislazione diametralmente opposta, ossia votata alla promozione della natalità, in un contesto di rinnovata valorizzazione della famiglia naturale, da porre al centro di una vera politica di ricostruzione nazionale – è semplicemente assurda, in quanto contraddirebbe il loro senso della storia.

Per i progressisti, infatti, è inaccettabile e, appunto, “fuori dalla storia” che si si riconosca la dignità di persona all’embrione umano e si proclami il dovere dello Stato di difenderlo; che si affermi il valore irrinunciabile della natalità quale garanzia di continuità fisica della nazione; che si riconosca la famiglia naturale (l’unica conforme all’ordine stabilito dal Creatore) come cellula base della società politica (lo Stato); che si affermi la necessità che la politica sia finalizzata al bene della nazione (la quale è da considerare un bene in sé).Tutti concetti e valori invisi al progressismo, il quale, in maniera più o meno esplicita, ne persegue sistematicamente la cancellazione e l’oblio.

Esito nichilista del progressismo

In questo inizio di XXI secolo, il mito progressista – fondato sull’illusione antropocentrica – manifesta anche socialmente la sua trasfigurazione nel nichilismo, che segna il passaggio dalla modernità alla post-modernità, dal delirio di onnipotenza dell’uomo alla disperazione del suo ovvio approdo: il nulla.

La post-modernità nichilistica non si oppone alla modernità progressista, tutt’altro. Essa ne rappresenta, infatti, un’evoluzione, collocandosi in pieno nel solco del processo sovversivo volto a distruggere l’uomo creato da Dio a Sua immagine e somiglianza.   

Note

  1. È importante ricordare che il bene di un ente è ciò che concorre a realizzarne il fine conformemente alla sua natura, ossia in accordo a quanto quell’ente è capace di essere e di fare per nascita. Per esempio, il bene dell’ente Paolo, il quale è una persona umana, non è semplicemente quello che da Paolo è desiderato (in quanto da lui giudicato buono), bensì tutto ciò che concorre a sviluppare la vita di Paolo nel rispetto della natura umana in cui è radicata, ovvero tutto quanto corrisponde alle inclinazioni della natura umana: la conservazione e lo sviluppo della vita; l’unione dei sessi, l’allevamento e l’educazione dei figli; la conoscenza della causa e del fine dell’esistenza.