Sparta e le Termopili. La difesa della stirpe contro l’invasione straniera

Sparta e le Termopili. La difesa della stirpe contro l’invasione straniera

Illustre è la battaglia combattuta dagli Spartani alle Termopili. Il sacrificio eroico dei pochi contro molti ha da sempre facilmente suscitato un certo scalpore. Qui tuttavia, oltre alle vicende storiche, si vorrà indagare in specie sui principi, quali la concezione della civiltà e della vita, per le quali gli spartani si batterono tenacemente contro l’invasione persiana. Si ritiene importante analizzare un tale episodio in quanto, visti i palesi parallelismi con le odierne vicende, il lettore potrebbe ricavarne un qualche spunto di riflessione o orientamento.

Sparta e il rapporto con gli assoggettati e gli stranieri

Gli spartani, prima della minaccia persiana, non furono estranei alla tendenza ad isolarsi, a non mischiarsi con differenti popolazioni. Quando le genti doriche assoggettarono la Laconia, allora popolata dai micenei, le popolazioni vinte, essi li suddivisero in Perieci e Iloti. Ai primi, i Perieci, il cui nome, da Περίοικοι, significa “abitanti attorno”, fu concessa la libertà personale, ma non quella politica, e la possibilità di praticare commercio e attività artigianali. Ai secondi, gli Iloti, da Εἱλῶται, i “presi”, i “vinti”, fu imposta una ben più misera sorte: assoggettati agli spartani, furono ridotti al duro lavoro dei campi. Differivano dagli schiavi solamente per il fatto di non poter essere uccisi senza un motivo, né essere venduti al di fuori dalla Laconia. Il numero degli Iloti fu da sempre notevolmente più elevato rispetto alla casta aristocratica spartiata (1). D’altro canto gli Spartiati, vista la minoranza numerica di fronte ad una massa di loro sottomessi, furono obbligati ad una continua mobilitazione e ad una perpetua difesa armata.

Questo principio del porre in inferiorità una popolazione conquistata fu molte volte usato e molte volte ignorato nell’età antica. Quando l’assoluto di non mischiarsi fu posto nello Stato a massima cura, le popolazioni si mantennero sempre salde e integre. Quando invece l’integrazione e la tolleranza furono lasciati agire senza freni, le popolazioni che subirono tali processi decaddero presto nella mollezza dei costumi e nel materialismo. La via della tolleranza a Sparta avrebbe potuto garantire una situazione di tranquillità e rilassatezza quando agli stranieri vinti fossero stati permessi contratti di matrimoni misti o l’acquisizione di diritti politici. Tuttavia, ciò avrebbe solamente portato alla fine della tradizione originaria dorica. Per aver compreso che dietro il mescolamento delle stirpi sta il primo motivo di decadimento, la casta spartiata preferì una costante mobilitazione al lassismo e al livellamento della tolleranza che, alla fine, avrebbe portato spontaneamente all’integrazione.

Se ne deduce che gli Spartani ebbero per secoli la massima la cura della stirpe e della sua etica aristocratica, fondata sulla disciplina, sullo spirito eroico e sull’intransigenza. Per mantenere sempre vivo questo spirito guerriero, gli Spartani puntarono tutto sul continuo addestramento militare, sulla rigidità delle leggi e sull’integrità della comunità. Si lasciò ad altri – sottomessi – i lavori servili. A Sparta non fu nemmeno permesso l’accesso a letterati e filosofi, e furono vietati i commerci e le arti. Infatti, l’ozio da eruditi e il razionalismo cozzano con la rude etica guerriera dell’azione.

Si può affermare che ciò che caratterizza Sparta è il vedere chiunque non faccia parte della stirpe come un “nemico”, come un pericolo, come qualcosa che deve assolutamente essere annientato, se non tenuto assoggettato, pena il mescolarsi, il perdersi l’integrità originaria, la decadenza dei costumi. Difatti, gli Spartani chiamarono gli stranieri non tanto con il termine βάρβαρος, “barbaro”, ma con ξένος, xenos, che per gli altri popoli elleni fu inteso come oggi, ma per gli spartani si deve pensare che il termine ξένος dovette collegarsi più al concetto di estraneo, nemico, quando non di spia.

Considerazioni storiche a riguardo dell’invasione persiana

La battaglia delle Termopili fu combattuta – come è risaputo – da un piccolo contingente spartano di trecento unità guidato dal re Leonida, più altre poche centinaia di alleati greci, in risposta alla minaccia che incombeva sopra la Grecia e l’Occidente da parte dell’Impero persiano governato dal re Serse.

La battaglia durò tre giorni e si svolse nell’agosto del 490 a.C. Quanto all’invasione della Grecia da parte dei Persiani, si rilevò per gli Spartani, ma anche per tutti i greci, una circostanza del tutto nuova in quanto i Lacedemoni non mossero mai guerra più lontano della storica regione dell’Argolide (2).

Alla vigilia dell’invasione persiana, Sparta si stava per scontrare contro un nemico che, data la schiacciante superiorità numerica, obbligò ad una risposta seria tutti i greci. Questo nemico, le cui frontiere si estendevano dall’India sino alla Macedonia, ambiva alla sottomissione dell’Ellade e poi via via dell’Occidente sino all’Oceano Atlantico.

Lo spirito delle Termopili

Cosa, secondo quanto si è precedentemente scritto, Sparta e il suo Stato vogliono conservare di fronte alla minaccia orientale?A Sparta non fiorirono le arti, non si ebbero filosofi, letterati, poeti; non si ebbe la democrazia e i diritti; non si praticò il commercio né l’accrescimento delle ricchezze. Dunque ci si trova a considerare, secondo i canoni odierni, quella spartana come una cultura “povera” e “arretrata”. Cosa determinò una tale strenua difesa di fronte alla minaccia dell’invasione persiana? Cosa ebbero da difendere gli Spartani, se non, a vedersi, una rude civiltà? Le ragioni sono varie, ma riconducibili ad un’unica essenzialità.

Anzitutto, bisogna notare come gli Spartiati neppure presero in considerazione la proposta dei Persiani di una pace mischiata alla sottomissione. Il no assolto da ogni condizione fu dovuto alla cieca considerazione che gli Spartani ebbero delle loro leggi, del loro Stato e della loro libertà. Come si impose ogni attenzione nell’impedire il mescolamento dovuto alla novità, al diverso, dall’interno delle rigide caste Lacedemoni, a maggior ragione, per analogia, si volle assolutamente impedire la novità che avrebbe certamente apportato una possibile invasione persiana della Grecia. Benché il dominio straniero avrebbe significato una ben più grave umiliazione nonché l’accettazione di una superiorità subita con debolezza. Per uno Stato fondato sulla forza e sull’aristocrazia, come quello spartano tutto ciò avrebbe indicato la più evidente sconfitta.

Davanti alle ragioni appena elencate, vi è una che però le trascende. Gli Spartani intuirono la minaccia di Serse quale apportatore di un dominio tirannico, che avrebbe certo addotto un’aria orientale, di servitù, di uguaglianza livellante dal basso; intuirono, esattamente come avvenne per i micenei loro soggetti, che due stirpi, due culture, se messe a contatto senza freni, sono osmoticamente pronte ad amalgamarsi, per poi perdersi.

Alla luce di ciò la comunità spartiata si batté – prima che per questioni di leggi, di egemonia, di terra – per garantire la sopravvivenza della concezione eroica dell’uomo, l’ἀνήρ – vir – il singolo alieno dai sentimenti e dal dolore, capace di accettare la morte al pari di qualsiasi altra minima sofferenza, l’uomo dell’ἐγκράτεια, “doricamente” equilibrato, formato. È della conservazione, quindi, di sé stessi, della stirpe e della dignità aristocratica, contro il mescolamento minacciato dall’invasione orientale, portante il concetto della massa e di ἄνθρωπος – homo – individuo, che gli spartani ebbero i più profondi riguardi.

È per fedeltà e testimonianza a questa superiore concezione della vita e dell’uomo che i trecento Spartiati non ebbero premure a morire alle Termopili, davanti ad una sconfitta certa. 

 Note

(1) Si parla di un rapporto di 1:7.

(2) In quell’epoca, quando si dava battaglia, solitamente le motivazioni erano riconducibili alla disputa di un porto, di un santuario o di una porzione di territorio fertile, oppure a una dimostrazione di supremazia di uno schieramento su un altro. Inoltre, c’è da osservare come i greci fino a quel momento avessero combattuto tra di loro solo in scontri tra opliti, laddove si tendeva a rispettare un certo codice di onore, con due eserciti relativamente limitati in numero, così come era limitato il numero dei caduti, mentre ora ci si gettava in uno scontro di massa. A favore dei Greci, occorre esaminare come, a parità di numeri, questi furono indubbiamente superiori ai Persiani. Di più, rispetto agli altri Elleni, gli Spartani misero in campo la loro ferrea disciplina e la volontà di combattere fino alla morte. Battersi fino alla morte – si precisa – poiché a Sparta la legge imponeva la morte o la vittoria, in quanto la ritirata non era contemplata. Celebre nel presente caso è il motto laconico “Torna con lo scudo o sopra di esso”.

Bibliografia 

 

Il ritorno degli Eracliti, U. Nisticò, ed. Ar, (1978)