Non ci sono innocenti – Anna e Silvia Valerio

Non ci sono innocenti – Anna e Silvia Valerio

Le signore Anna e Silvia Valerio hanno scritto un libro bello come le labbra del loro ispiratore.

La lettura è d’obbligo, qualora si voglia, senza nostalgie e senza falsificazioni, calarsi in un mondo che ormai appare – ed è! – lontano quanto la splendente Rho Cassiopeiae.

In una Padova piccina piccina, confinata in una soffocante dimensione borghese, eppure effervescente di speranze confuse e convulse, la penna delle due grandi scrittrici è tutta per Giulio, e solo un po’ si concede a coloro che gli ruotano attorno, satelliti magistralmente pennellati di una personalità imperiosa come un ordine, cinica e determinata, eppure, come delicatamente emerge tra le righe, a suo modo, il modo del guerriero e del “fanatico”, sensibile e “pudica”.

Alle spalle della città e degli uomini che vi si muovono, le distruzioni della guerra, davanti, quelle del capitalismo rampante e disgregatore, in un ambiente di provincia che meglio non si sarebbe potuto dipingere, in un periodo storico ricco di novità devastanti, che più efficacemente non si sarebbe potuto descrivere.

Eppure, malgrado la qualità della scrittura (o forse proprio per questo), entro ed esco dalle pagine di “Non ci sono innocenti” senza poter leggere per più di qualche minuto.

L’unico sentimento che riesce a stemperare l’inquietudine è la tristezza: profezie di dolori futuri ed un “talento”, quello di Giulio, come imbavagliato: la sensazione di ammirare un purosangue chiuso in un recinto minuscolo; una vita che mi pare, sin dall’inizio, una promessa perennemente ostacolata da circostanze banali e vigliacche; un uomo nato per le cose grandi e belle, costretto nelle piccole e meschine nelle quali talora, mi par d’intendere, s’inoltra da sé: è il caso delle avventure galanti vissute nella banalità – sordida alquanto! – dello sfogo momentaneo o delle offese, millantate per colte citazioni, a Cristo e a Sua Madre.
Un uomo comunque extra-ordinario, il Giulio delle sorelle Valerio, che non vuol intendere le altezze del pensiero cristiano; un aristocratico, per natura e per destino, che pensa da moderno quando non riconosce la Verità, quella rivelata, l’unica che c’è dato sfiorare su questa terra, e le preferisce la libertà di coscienza, la libertà settecentesca, oggi “bergogliana”, di poter disporre liberamente di sé e degli altri.
Eppure Giulio all’uomo del Medioevo s’avvicina e somiglia: anche lui combatte sulla terra guardando al Cielo… ma l’iperuranio di Platone è vuoto e gli dei pagani sono tutti morti. C’è solo la sorte, implacabile ed ingiusta, ad attenderlo e nessuna preghiera a placarla.
“L’uomo che prega ha le mani sul timone della storia”, insegnava San Giovanni Crisostomo. Quel timone che è sfuggito di mano ai migliori (e Giulio è, senza se e senza ma, tra i migliori) non l’ha mai avuto né chi legge Nietzsche e nemmeno chi guarda solo a Platone.
“Senza di me non potete fare nulla”, e riecheggia il monito dell’unico maestro che val la pena amare.
La biografia romanzata di Franco Giorgio Freda è la storia di un “crociato” che, mai abbracciate le insegne di Cristo, è montato a cavallo, quasi disarmato, ed ha duellato da solo sulla strada della persecuzione, dell’abbandono e del dolore. Ma su quella strada è rimasto!
Se non fossi una donna, incontrandolo mi toglierei il cappello, perché non credo potrei mai più incrociare altri che, in quest’epoca disperata, abbiano saputo percorrere la loro esistenza con tanta eleganza, con tanta forza, con tanta perseveranza, con tanto coraggio.

Un solo immenso rammarico: il cavaliere era magnifico, ma la Via (e la Vita e la Verità), erano altrove!