Handshake between Recep Tayyip Erdoğan, on the left, and Jean-Claude Juncker

Erdogan, mai in Europa!

In Turchia, dopo il fallito colpo di stato, sono stati arrestati circa 3000 militari golpisti; migliaia tra giudici, professori, funzionari pubblici sono stati rimossi dai loro incarichi. Il partito di Erdogan chiede la pena di morte per gli insorti, portando ancora una volta alla ribalta la discussione politica circa l’inasprimento delle relazioni tra UE e Turchia. Una situazione spinosa, che potrebbe dar vita a pesanti conseguenze sul fronte delle trattative per l’ingresso di quest’ultima tra gli stati membri dell’Unione Europea.

C’è un tema particolarmente spinoso, che accende, nuovamente, il dibattito su un quesito che pende sulle teste del Vecchio Continente ormai da qualche decennio: Turchia in Europa sì, Turchia in Europa no.

Personalmente, appartengo a quella schiera fortemente contraria all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea e concordo sul fatto che questa Turchia in particolare non abbia nulla che a fare con i valori, la tradizione e la cultura europea. Nonostante l’intenzione di una parte della politica europea di intensificare il dialogo con Ankara, non colgo alcuna affinità tra la cultura islamica turca ed i “sedicenti” principi democratici, sbandierati in pompa magna dalle istituzioni europee.  

Non dimentichiamo un concetto fondamentale: questa è l’Europa dell’opportunismo, delle mistificazioni, delle reticenze. Ne  abbiamo avuto prova in svariate occasioni: echeggiano ancora limpide le parole della cancelliera Angela Merkel, la quale non ha esitato ad elargire promesse alla Turchia circa un’accelerazione dei negoziati per la sua adesione alla UE, in occasione dell’emergenza profughi di qualche mese fa.

Ora, però, tutto sembra nuovamente in discussione, quasi ci si fosse accorti solo ora della totale inaffidabilità di un partner politico come Erdogan, che, in occasione del fallito golpe, ha dimostrato senza mezze misure la sua vera natura.

Le zone d’ombra attorno a questa storia sono tante. Nonostante dubiti fortemente che sia stato lo stesso Erdogan ad organizzare il tentativo di golpe, nutro, al contempo, profonde perplessità sulla sua totale estraneità. Anzi, ritengo che lo statista turco fosse pienamente a conoscenza della situazione che si stava prefigurando. Tuttavia, anziché arginare i venti “eversivi” che sferzavano sulla penisola anatolica, Erdogan ha sommessamente accettato che il golpe avvenisse. Ovviamente, non ho alcuna prova a suffragio di questa ipotesi, ma appare altamente probabile che il fine sia stato quello di  cavalcarne l’onda emotiva politica e giustificare l’epurazione di tutti gli oppositori politici presenti nelle istituzioni turche; rafforzando, così, la sua figura di leader e ottenendo un potere sconfinato.

Il tentativo di colpo di stato, unitamente alle conseguenze politiche che si stanno delineando in questi giorni,  sono solo l’ultima conferma che la Turchia rappresenta un corpo estraneo, completamente avulso dai valori ancestrali che hanno plasmato secoli di civiltà europea nel Vecchio Continente.

Mentre a Bruxelles si discute ancora una volta sulla possibilità di  trovare una mediazione politica con Ankara e con il suo establishment politico, ritengo sia opportuno descrivere alcuni dei motivi per i quali è impensabile accogliere la Turchia in Europa. Di motivazioni concrete ed ideologiche ce ne sarebbero una miriade. Noi ci limiteremo ad analizzare quelle che reputiamo maggiormente significative.

Partiamo con un elemento che, potrebbe sembrare un’ovvietà, ma che tale non è: la Turchia, geograficamente, è al di fuori dei confini europei, eccezion fatta per la sottile lingua di terra  compresa tra Istanbul e il Bosforo. Un’espansione dell’Europa, oltre i confini geografici del continente, innescherebbe un pericoloso precedente per ulteriori allargamenti in zone delicate quali il medio Oriente e il Maghreb (ipotesi peraltro già paventate), sino ad arrivare ad Israele.

Il secondo punto, anch’esso strategico, pone l’attenzione sull’incremento demografico turco che, allo stato attuale, sarebbe di gran lunga superiore a quello degli altri Stati europei. Di fatto, nel volgere di pochi anni, la Turchia diverrebbe la nazione più popolata dell’intera Ue, riuscendo, così, ad ottenere una  cospicua rappresentanza nel Parlamento di Strasburgo e nelle istituzioni europee. Uno scenario altamente destabilizzante, se pensiamo che, la Turchia, sarebbe la nazione più povera dell’Europa, verso la quale verrebbero veicolati buona parte dei fondi di risanamento economico, sottraendoli, di fatto, a nazioni – come l’Italia – che a stento riescono a non piombare in una nuova recessione economica.

Dal punto di vista geopolitico, l’ingresso della Turchia in Europa è fortemente voluto dagli Stati Uniti, che otterrebbero, a quel punto, la collaborazione di uno Stato alleato, pronto a seguire le indicazioni di Washington in seno agli organi istituzionali europei. Di fatto, saremmo di fronte all’ennesima  pietra tombale su qualsivoglia principio di “autodeterminazione” del Vecchio Continente.

Infine, in Turchia, il 98% della popolazione professa la fede musulmana. Sono state intraprese, con il benestare di Erdogan, progressive ed inarrestabili opere di islamizzazione del Paese, abbattendo i diritti delle donne, istituzionalmente educate ad indossare il velo, e avviando la legislazione  del Paese verso la deriva della Sharia. Senza contare, poi, che, secondo alcuni studi, circa l’8% della popolazione ammette di nutrire simpatie per l’Isis. Alla luce degli attentati che hanno insanguinato l’Europa negli ultimi mesi, possiamo permetterci di aprire le porte a nuovi fondamentalisti pronti a commettere attentati sul suolo europeo?  

La Turchia islamizzata di Erdogan sta, inoltre, tentando di cancellare deliberatamente ogni principio democratico ancora presente nel Paese. Appare, oramai, chiaro l’inquietante disegno voluto dall’élite turca ed in particolare da Erdogan: quello di divenire i nuovi sultani di un rigenerato impero Ottomano, oscuro contenitore di buona parte del fondamentalismo e del terrorismo islamico internazionale. L’Europa è chiamata a difendere la propria tradizione, i propri confini, la propria sicurezza.